Nato dalla penna di Fëdor Dostoevskij, il personaggio di Kirillov offre numerosi spunti di riflessione sul tema esistenziale del suicidio, ponendo questo aspetto sotto la luce della logica razionale. L’autore russo stimola l’attenzione delle speculazioni filosofiche di Albert Camus, che dedica un’intera analisi del personaggio nel suo saggio, Il Mito di Sisifo.

Due pagine originali di appunti su I Demoni di Dostoevskij. (Fonte: tsd.altervista.org)

Storia del suicidio nella filosofia

Prima di addentrarci nel discorso attinente al romanziere russo e al filosofo francese, è doveroso introdurre la percezione del suicidio da parte della filosofia. Nel corso della storia della filosofia, il tema del suicidio è stato largamente dibattuto, soprattutto sulla questione legata alla motivazione che spinge all’atto, alla razionalità della sua scelta e alla sua correttezza morale. Secondo Empedocle, ad esempio, il suicidio è legato alla prospettiva della reincarnazione, un modo per permettere l’evoluzione spirituale, mentre per Pitagora il suicidio è altamente sconsigliabile poiché essendo l’anima divenuta impura a causa del suo legame con il corpo, essa diventa per sempre corrotta e non può purificarsi spiritualmente in modo totale.

Lo stesso Platone, in special modo nel Fedone, condanna il suicidio praticato in città poiché per le leggi dell’antica Atene al suicida si vietava la sepoltura interna alla polis avvenendo, invece, all’esterno e senza alcun riconoscimento sulla tomba. Ciononostante, egli ritiene probabile che qualcuno ricorra al suicidio quando questo è causato dai dolori per una malattia o dal condurre una vita miserabile. Aristotele lo considera un gesto che dimostra la codardia di un uomo che non vuole resistere a una condizione di vita tragica, danneggiando lo Stato stesso, privando quest’ultimo di un cittadino che avrebbe contribuito al suo benessere. La corrente filosofica dello stoicismo, invece, accetta l’atto del suicidio come azione deliberata dettata dalla ragione, la quale ci porta a comprendere che i mali del mondo sono solo apparenti e che quindi l’uomo può porre fine alla propria vita per terminare il corso naturale del proprio destino.

In età moderna il filone della filosofia tedesca, guidato da Immanuel Kant, ci dice che il suicidio è un atto immorale e che non può valere come legge universale, mentre per Arthur Schopenhauer l’atto del suicidio è la massima manifestazione della volontà di vivere, col quale si afferma di voler vivere una vita diversa da quella a cui siamo sottoposti, non rappresentando quindi una via della liberazione dal dolore. In età contemporanea Emil Cioran, filosofo rumeno, considera l’atto del suicidio in maniera ‘heideggeriana’, inquadrandolo sia come possibilità di togliersi la vita, sia come possibilità di continuare a vivere essendo consapevoli di avere il potere di porre fine alla propria esistenza in qualsiasi momento.

Emil Cioran. (Fonte: libriantichionline.com)

Kirillov e il ‘suicidio-logico’

Nell’opera del 1873 di Fëdor Dostoevskij, I demoni, ci viene presentato un personaggio davvero molto particolare: il suo nome è Aleksej Nilič Kirillov. Tale personaggio si distingue per compiere l’atto del suicidio con l’intento di dimostrare una propria idea, una ferrea convinzione, e per aprire gli occhi sulla realtà alle future generazioni. Sostanzialmente Kirillov, col suicidio, vuole dimostrare l’inesistenza di Dio. Presentato da Dostoevskij come un ingegnere con una smania nichilista, Kirillov si sente portatore di un idea che vuole ‘incarnare’ tramite l’atto del suicidio, cercando di dare risposta al quesito fondamentale della sua vita: Dio esiste, e noi non siamo altro che marionette nelle sue mani, oppure non esiste e siamo davvero liberi di agire come vogliamo? Per rispondere egli decide di compiere l’atto più estremo, una violenta quantomai efficace liberazione da ogni potenziale controllo divino per lasciare la risposta ai posteri, confidando in una loro presa di coscienza sulla verità del mondo. La ‘logica’ nel suicidio di Kirillov sta tutta qui: non può dimostrare la verità sull’Idea, cioè l’idea dell’esistenza o meno di Dio, se non uccidendosi e proprio per questo egli crede che ponendo fine alla propria vita, Dio non possa esistere. Egli diventa quindi l’uomo-dio, padrone della propria vita e fautore della sua volontà, nonostante poi il suo atto ci dimostri che è stato comunque sottoposto alla volontà di Dio sotto forma di idea, di quesito sulla sua effettiva esistenza.

Fëdor Dostoevskij. (Fonte: illibraio.it)

Il suicidio e l’Assurdo in Camus

Nel saggio intitolato Il Mito di SisifoAlbert Camus analizza approfonditamente la figura ‘dostoevskijana’ di Kirillov, inserendolo nel suo discorso inerente al problema dell’Assurdo. Posto che per il filosofo francese il suicidio fa parte di quei problemi della filosofia definiti ‘urgenti’, poiché è per lui prioritario interrogarsi se vale la pena di vivere la vita più di ogni altra questione, il suicidio-logico di Kirillov ha in sé anche una certa illogicità perché rappresenta al meglio il valore dell’Assurdo. Per Camus, l’Assurdo è quella sensazione ambivalente e ambigua, di sgomento e di ‘nausea’ di fronte a qualcosa che ci appare impossibile e intollerabile, ed è una sensazione che deriva dal connubio tra l’uomo e il mondo, non solo dall’uno o dall’altro perché come dice Camus esso “non è nell’uomo e neppure nel mondo, ma nella loro comune presenza“.

L’Assurdo può provocare quella rivolta interiore contro il mondo perché si giunge a capire come questo sia strano, non comprensibile e oltremodo ingiusto. Kirillov si suicida perché è ‘seccato’, stanco di questo mondo che non conosce la verità e per questo si rivolta contro di esso. Proprio per questo Camus si sente di confidarci che il suicidio-logico di Kirillov è la massima manifestazione dell’Assurdo, perché il personaggio di Dostoevskij è stanco del mondo ma vuole comunque salvarlo, effettuando un sacrificio giustificato dalla logica e dalla speranza di un risveglio delle coscienze. Kirillov rappresenta colui che ha voltato le spalle alla vita perché stufo di essa, ma al tempo stesso l’ha esaltata per le future generazioni, lasciando il messaggio fondamentale che ‘Dio non esiste’, che noi siamo fautori delle nostre vite e del nostro destino. Camus lo definisce, sempre nella sua interpretazione, come un nichilista non puro, al contrario di un’altro personaggio de I demoni, Stavrogin, che si suicida perché è davvero un nichilista, che incarna l’indifferenza verso l’umanità e il mondo.

 

Particolare di Sisifo che porta il masso su per la montagna, in una rappresentazione artistica. (Fonte: finiestresuartecinemaemusica.blogspot.com)

Infine il filosofo francese racconta il Mito di Sisifo, l’uomo greco che a causa delle sue passioni fu costretto dagli dei a trasportare un masso su per la montagna per poi ricadere alla base di essa ogni volta che avesse raggiunto la cima, portandoci a riflettere sul messaggio che la condizione di Sisifo rappresenta l’Assurdità della vita dell’uomo, continuamente ripetitiva e senza scopo, senza senso.

Camus ci rassicura sul fatto che la vita può essere vissuta solo se si è coscienti che essa non deve necessariamente avere un senso, senza nemmeno alcuna logica che possa giustificare il suicidio per abbandonarla. La vita merita di essere vissuta con tutta l’Assurdità che essa può comportare.

Luca Vetrugno

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Chi è Luca? Nessuno di importante. Un semplice laureato in filosofia e desideroso di continuare a studiare questa materia meravigliosa. Un tipo critico dalla vena scettica e pessimista, ma che sa apprezzare ciò che è meritevole. Adora il fantasy e la letteratura in generale e spera di poter diventare uno scrittore, con tutte le avversità che questo mondo comporta.

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