L’amore, uno dei sentimenti più forti che si possano provare, spesso spinge l’uomo a superare i propri limiti. Come una sorta di tempesta prende il sopravvento sulla parte razionale delle persone, è capace di mettere in moto gli animi e di condurli verso la ricerca di un qualcosa che si trova in “un altro da sé”. La manchevolezza del singolo può dunque essere colmata attraverso il congiungimento, emotivo, intellettuale e fisico, dello stesso con un altro individuo che risulta essere anch’esso egualmente manchevole? La necessità avvertita dall’uomo di incrociare il cammino di un’altra persona e ad essa legarsi, è stata oggetto di studio di molti intellettuali, i quali sono giunti alla conclusione, forse infelice,  che essa sia una pulsione naturale e destinata a non essere soddisfatta con facilità.

La ricerca dell’altra metà,secondo Platone, come punizione divina

Il filosofo greco Platone (Atene, 428/427 a.C.-Atene, 348/347a.C.)nel dialogo “Simposio” , attraverso la figura del commediografo Aristofane,  narra il mito dell’androgino. Esso, quindi noto anche come  mito di Aristofane, si propone di spiegare il rapporto tra l’uomo e le sue pulsioni. Il commediografo, presa la parola,spiega che in un tempo antico esistevano il sesso maschile, quello femminile ed anche un terzo sesso. Questo era proprio dell’essere androgino, il quale aveva caratteristiche comuni sia al sesso femminile sia a quello maschile. In quel tempo gli uomini erano dotati di un corpo di forma sferica, due teste,quattro gambe, quattro braccia e altrettante mani, e, infine, due organi sessuali . Consapevoli dunque della propria  potenza essi cercarono di ascendere all’Olimpo, ma Zeus, il padre degli dei, non potendo accettare un simile atto di ὕβϱις (tracotanza) sferzandoli con colpi di saetta divise quegli esseri in due parti.

La necessità vivificatrice di Eros

Aristofane prosegue la narrazione del mito spiegando come gli esseri umani presero coscienza della propria debolezza. Essi quindi cercarono di porre rimedio alla propria insufficienza attraverso l’unione del proprio corpo con quello della metà persa, al fine di ripristinare l’antica potenza. Ritrovata la primordiale unità, gli esseri non sono quindi più in grado di dividersi, e così si lasciano morire per la fame e l’indolenza. Non volendo, il padre degli dei, che il genere si estingua, manda in loro aiuto Eros,  in modo tale che essi, grazie al congiungimento sessuale, possano ritrovare apparentemente l’interezza persa. Quindi soddisfatti per il piacere fisico raggiunto possano dedicarsi agli altri bisogni primari. Dall’essere androgino si genera un amore eterosessuale, dagli esseri che prima di venire divisi erano solamente maschili o femminili uno omosessuale. La trattazione del mito platonico risulta rilevante per la concezione della pulsione erotica come fine a se stessa, senza alcuno scopo secondario.

Faber canta l’innata malinconia dell’amore

Il cantautore italiano Fabrizio De André (Genova, 18 febbraio 1940- Milano, 11 gennaio 1999) compose nel 1966 la canzone “Amore che vieni ,amore che vai”, uscita successivamente anche nell’album “Volume III”. Faber, in un’intensa quanto poetica descrizione dell’amore, vede il bisogno di soddisfare tale sentimento come destinato a rimanere incompiuto. Canta di un amore impossibile da raggiungere ma, verso cui si è sempre tesi, che non può trovare un bastevole appagamento nei baci che si scambiano gli amanti, che è destinato a finire  e a rigenerarsi nuovamente. Un amore, quello di De Andrè, che provoca un cambiamento in chi ama perché è un furor che sconvolge l’animo. Non viene esaminato un tipo particolare di amore o relazione,bensì il sentimento in quanto tale. Risulta fondamentale questa considerazione per comprendere il messaggio che Faber voleva comunicare, ovvero un senso di profonda malinconia e caducità nei confronti dell’amore, esaminato per l’appunto in ogni sua forma.

In ultima analisi, si può, come sosteneva Platone trovare una sorta di completezza nell’altro? Oppure, come sosteneva Faber, si tratta di una semplice forma di appagamento temporanea, destinata anch’essa a finire e a rigenerarsi continuamente? La ricerca dell’altro può ridursi ad essere un semplice atto egoistico finalizzato ad appagare i proprio bisogni,o invece,può evolversi in un reciproco processo di crescita?

Claudia Sabatino

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