I rapporti commerciali tra Italia e Cina sono iniziati tanto tempo fa: nel XIII secolo fu Marco Polo il primo europeo a descrivere la sua esperienza in Estremo Oriente. Per secoli la Cina esportò in Italia tessuti preziosi, poi impiegati per creare capi di lusso. Non è quindi una novità che l’Italia possa essere la prima grande potenza occidentale ad aderire al progetto Belt and Road, lanciato dal presidente cinese Xi Jinping nel 2013 e comprendente già tra i paesi europei Portogallo, Grecia e Ungheria. La tensione legata dietro questi accordi è data dall’ostilità statunitense ed europea nei confronti dell’espansionismo cinese (l’Italia è un paese europeo e alleato americano). I 5Stelle in festa sulla firma di ieri a Villa Madama sul memorandum italo-cinese della Nuova Via della Seta (qui il testo del memorandum d’intesa), che ha generato contrasti di governo (la Lega da sempre è contraria – di stampo protezionista – all’apertura degli investimenti stranieri, in particolare della Cina – fu contraria anche all’ingresso della Cina nel WTO).

Le rotte della Nuova via della Seta (fonte Alberto Bellotto – occhidellaguerra.it)

Cosa prevede il Belt&Road di Xi Jiping

Ben 29 accordi, 19 istituzionali (collaborazioni tra i ministeri per maggiore innovazione e progresso) e 10 commerciali (tra cui spiccano nomi come ENI, Ansaldo, CDP e Intesa Sanpaolo): l’obiettivo è un mercato quanto più possibile libero, l’annullamento della doppia imposizione a livello fiscale, accordi circa il patrimonio culturale, molto longevo in entrambi i paesi, impegni per il cambiamento climatico e il rispetto dell’ambiente, e molte collaborazioni in campo tecnologico-scientifico. Un patto riassumibile con le parole di Mattarella: «La Via della Seta è una strada a doppio senso dove devono transitare non solo commercio ma talenti, idee, conoscenze».

Villa Madama. Incontro del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte con il Presidente della Repubblica Popolare Cinese, Xi Jinping (fonte: affaritaliani.it)

L’Italia ottiene il via libera per l’esportazione delle arance, del seme bovino, e del maiale surgelato, degli accordi per l’incremento del turismo cinese in Italia. Accordi energetici con Ansaldo, Snam ed Eni, e siderurgici con Danieli. Chiaramente conseguenza diretta è una collaborazione per il miglioramento delle infrastrutture (porti, aeroporti, ferrovie e telecomunicazioni).

Stati Uniti ed Europa contrari agli accordi

Sebbene non si possa non dire che già molti paesi europei abbiano rapporti stretti con la Cina – in quanto impossibile oramai non fare affari con Pechino – l’Europa e Washington si sono mostrati alquanto preoccupati sia da un punto di vista politico sia economico. Infatti «secondo Bruxelles, la Cina è al tempo stesso un partner negoziale, un concorrente commerciale, un rivale politico».[1] Le preoccupazioni europee sarebbero da ritrovare in ragioni prettamente economiche, laddove un possibile ponte cinese in Italia porterebbe ad un mercato aggressivo, per la quale la Cina dominerebbe grazie ai suoi bassi prezzi di produzione. Per Trump, invece, il problema sarebbe più su una prospettiva politica, tanto che la Cina è vista come vera e propria rivale fin dai primi comizi che ha tenuto. Rivale qui, sicuramente economica, ma in particolar modo politica: si tratta del dominio egemonico di influenza politico-culturale che ha in mano l’America da ormai più di un secolo in tutta la sfera occidentale.

Handout / Quirinale Press Office / AFP

Le ragioni storiche: perché Usa e Inghilterra e Francia sono contrari

Facciamo un balzo storico di circa due secoli: le guerre dell’oppio. Gli Inglesi attraverso la Compagnia delle Indie praticavano il contrabbando dell’oppio con la Cina, il quale però all’inizio del 1839 fu proibito da parte del governo imperiale cinese per ragioni di ordine pubblico. Ciò comportò la caccia ai trafficanti locali e l’ordine agli Inglesi di cessare il contrabbando. Gli inglesi rifiutarono e intervennero militarmente, raggiunsero Nanchino e, il governo imperiale ormai rassegnato, nel 29 agosto 1842 firmò il Trattato di Nanchino. Questo trattato fu uno dei cosiddetti “trattati ineguali” firmati dalla Cina con una potenza straniera, e prevedeva: un’indennità di guerra di 21 milioni di dollari, l’apertura del commercio britannico dei 5 porti di Canton, Amoy, Foochow, Ning-po e Shanghai, la cessione in affitto perpetuo di Hong-Kong (concesso all’Inghilterra per altri 99 anni), la fissazione di dazi doganali a vantaggio degli inglesi e la soppressione dell’Associazione Co-hong. Nel 1844 anche gli Stati Uniti e la Francia ottennero gli stessi privilegi dell’Inghilterra, aggiungendo la extraterritorialità per i loro cittadini in Cina e la libertà di culto. L’isolamento cinese era finito per sempre.

Guerra dell’oppio (fonte Supersapiens.it)

Tralasciando i dettagli, l’Inghilterra attraverso manipolazioni, ottenne nel 1858 il Trattato di Tien-Tsin, il quale triplicò il numero di stazioni commerciali aperte agli occidentali. E in seguito nel 1860 la Convenzione addizionale di Pechino. Questi eventi storici segnarono fortemente il futuro delle potenze europee e dell’impero cinese: si aprirono nuove vie commerciali a netto vantaggio di Inghilterra, Francia e Stati Uniti. Non è un caso, infatti, che proprio oggi, l’Inghilterra e la Francia staccano notevolmente gli altri paesi europei negli investimenti cinesi. Queste le motivazioni di interesse proprio da parte di questi stati (il non voler perdere il proprio vantaggio economico con la Cina). Per il resto, al di là delle convinzioni politiche (che oramai sono alquanto inseparabili dalle ragioni economiche) che possano fissare paletti ideologici (rispetto dei diritti dell’uomo, rispetto dell’ambiente, libertà di espressione, contrasto occidente-oriente, diverse culture) vi sono alla base ragioni altre prettamente economiche: la nolontà di cessare il proprio monopolio economico-culturale-politico, in un paese cruciale come l’Italia, da sempre inserita in contrasti di influenze occidente-oriente.

Leonardo Mori

[1] https://www.ilsole24ore.com/art/mondo/2019-03-12/cina-partner-e-minaccia-ecco-piano-dell-europa-arginare-l-influenza-pechino-142829.shtml?uuid=ABnJ0EdB&cmpid=nl_best24

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