Saudade”, termine portoghese, è una tra le parole più affascinanti che la lingua degli uomini abbia mai creato, rivelatrice di quel bisogno tutto umano di battezzare cose e sentimenti che sembrano fuggire via lontano, incomprensibili e inafferrabili. Già l’etimologia stessa di questa parola-concetto reca in seno il mistero della sua origine e la labilità del suo significato: il latinosōlĭtas, solitātis” (“solitudine”, “isolamento”) sarebbe alla base del termine arcaico soydade. Anomala e difficilmente spiegabile l’evoluzione del dittongo “oi” in “au”, forse dovuta, emblematicamente, all’influsso del medesimo dittongo arabo in parole indicanti “profonda tristezza”. Nessun’altra lingua conosciuta risulta avere un termine capace di tradurre il concetto trasmesso dalla “Saudade”, parola che veicola un significato al contempo fisico e spirituale. Parola che dà voce più a un’atmosfera che a un sentimento, ad una sensazione caratteristica dell’essere umano di ogni tempo e spazio, ma che solo la cultura lusitana ha saputo tradurre in espressione linguistica, ponendola al centro della propria sconfinata arte. La Saudade è “nostalgia del futuro” (Antonio Tabucchi), il rimpianto del tempo perduto ma anche l’angoscia del tempo che verrà. È il desiderio di qualcosa che si è perso per sempre, ma anche desiderio di qualcosa che deve ancora arrivare e che, forse, non arriverà mai. La Saudade è lo spazio tutto metafisico dell’atemporalità, di quella dimensione inaccessibile sospesa tra passato e futuro. È l’assenza, dolce e malinconica, di ciò che non si è mai avuto, di quello che si spera, si brama, si fugge. È la tristezza del cambiamento che incombe, del domani che travolge l’oggi e che arriva lento, gravido di promesse e miraggi. È la tristezza di chi spera che potrà, un giorno, sentirsi felice. La Saudade non si può spiegare, si può solo provare.

Il Samba e la Bossa Nova, la musica che spiega la Saudade

Fazer samba não è contar piada. Quem faz samba assim não è de nada um bom samba è uma forma de oração porque o samba è a tristeza que balança e a reisteza tem sempre uma esperança de um dia não ser triste não” (dalla canzone Samba da  benção).

Fare un samba non è raccontare una barzelletta. Chi fa un samba così non vale niente un buon samba è una forma di preghiera, il samba è la tristezza che danza e la tristezza ha sempre la speranza, un giorno, di non essere più triste”. La Bossa Nova è un genere musicale, forma di evoluzione del Samba, nato nel Brasile degli anni ’50 dalla musica e dalla poesia di Antônio Carlos Jobim, Vinícius de Moraes e João Gilberto, nonché la forma artistica che meglio esprime l’atmosfera e i sentimenti racchiusi nel concetto di Saudade. La Bossa Nova si basa sulla riarmonizzazione, processo per cui gli accordi di un brano vengono arricchiti con l’aggiunta di nuove voci, oppure sostituiti con altri, anche estranei alla tonalità originale (fonte: https://www.axemagazine.it/sito/articoli/11-didattica/225-viaggio-negli-accordi-brasiliani). Mentre le triadi (accordi costituiti da tre note) hanno un suono definito e determinato, gli accordi di settima, nona o undicesima (costruiti aggiungendo la settima, la nona oppure l’undicesima nota della scala da cui si trae l’accordo) che caratterizzano il genere, contribuiscono a creare una melodia vaga, colorita e sfuggente. La natura indefinita e inafferrabile di questa musica particolarissima traduce in emozione concreta il significato altrimenti di difficile comprensione della parola “Saudade”: impossibile afferrare un suono netto e preciso, che lascia il posto ad un ritmo pacatamente allegro e nitidamente malinconico. L’accompagnamento, costituito da una linea continua semi-tonale di bassi discendenti, fa sì che il ritmo seguito dallo strumento (generalmente la chitarra) sembri essere sempre in “recupero” sul tempo principale: ciò traduce in musica quel sentimento di ritardo storico ed esistenziale o di desiderosa corsa verso il futuro di cui parla la Saudade. La caratteristica musica che ne risulta dà l’impressione di una lieve tristezza che anela, speranzosa, alla felicità.

Fernando Pessoa: il poeta della Saudade

Nuvole… Esisto senza che io lo sappia e morirò senza che io lo voglia. Sono l’intervallo fra ciò che sono e ciò che non sono, fra quanto sogno di essere e quanto la vita mi ha fatto essere, la media astratta e carnale fra cose che non sono niente più il niente di me stesso” (Fernando Pessoa, Nuvole…)

La Saudade non può essere spiegata né tradotta nell’orizzonte finito e, talvolta, limitato delle parole umane. Ma può essere dipinta tramite l’inesauribile potenza delle immagini poetiche. Da sempre la poesia e la musica, forme d’arte complementari e reciprocamente necessarie, impressionisticamente rivelano la disarmante sconfinatezza dei sentimenti umani. La Saudade non è parola su cui comporre rime, ma poetica filosofia che accompagna l’essere umano nel suo viaggio attraverso la vita. È un’atmosfera, uno stato d’animo con il filtro del quale l’uomo si muove nel tragitto dell’esistenza. E prorpio questo filtro costituisce la lente che colora tutta l’opera di Fernando Pessoa, poeta e scrittore portoghese. All’interno della sua celeberrima riflessione “Nuvole…”, l’autore individua nella forma incerta e in divenire delle nubi il correlativo oggettivo dell’esistenza umana. Nel loro lento e inesorabile procedere, nel loro rigenerarsi e continuamente disfarsi, le nuvole sono la metafora del tempo, dell’inafferrabile e sfuggente desiderio umano, condannato ad un perenne ritardo o anticipo verso il proprio oggetto, miraggio irraggiungibile o ricordo definitivamente perduto. Mentre le nuvole vanno e vengono l’individuo rimane intrappolato tra cielo e terra, nel suo spazio di atemporale sospensione, in bilico tra passato e futuro. Così vicini, reali e tangibili. Così lontani. Così, eternamente inarrivabili.

Nuvole… Sono come me un passaggio figurato tra cielo e terra, in balìa di un impulso invisibile, temporalesche o silenziose, che rallegrano per la bianchezza o rattristano per l’oscurità, finzioni dell’intervallo e del discammino, lontane dal rumore della terra, lontane dal silenzio del cielo. Nuvole… Continuano a passare, continuano ancora a passare, passeranno sempre continuamente, in una sfilza discontinua di matasse opache, come il prolungamento diffuso di un falso cielo disfatto”.

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