La natura, agli occhi di Miyazaki e di Heidegger, permette il mistero: entrambi la associano ad un senso di sacralità, del divino. Tuttavia, la nostra padronanza tecnologica della Terra ha causato la fuga degli dei. La foresta non può più costituire un luogo di rifugio perché è diventata una risorsa di legno. Miyazaki e Heidegger mettono in discussione la nostra padronanza della tecnologia sottolineandone gli aspetti distruttivi e pericolosi. 

La Città Incantata, Miyazaki

« La vita moderna è così sottile, poco profonda e finta. Non vedo l’ora che i programmatori vadano in bancarotta, il Giappone diventi più povero e l’erba torni a coprire tutto. » É una delle frasi più celebri di Hayao Miyazaki, il realizzatore giapponese vincitore dell’Oscar. Un legame tra il suo lavoro e l’opera dell’esistenzialista tedesco Martin Heidegger sembra improbabile, ma i due in realtà condividono alcuni temi ricorrenti: il rapporto tra l’uomo e la natura, tra l’uomo e gli dei, il potere che l’uomo ha ottenuto grazie alla tecnologia.

In maniere diverse, sia Miyazaki che Heidegger sostengono che la tecnologia e il potere che l’uomo ha acquisito grazie ad essa abbiano cambiato profondamente il rapporto dell’uomo con la natura e minaccino la sua sacralità.   

La natura è il regno del mistero: non può essere compresa dall’uomo nella sua totalità. Alcuni misteri, profondi, sono rimasti tali da sempre. « Se gli uomini vivessero in una radura, la natura sarebbero le rocce, il terreno e gli alberi intorno e oltre quella radura » sostiene Heidegger ne L’origine dell’opera d’arte. Una frase apparentemente ovvia, ma che racchiude una teoria filosofica estremamente profonda: la natura è oscurità e mistero, e non potrà mai essere  totalmente compresa e strutturata dall’essere umano. Solo una parte di essa, la radura in cui l’uomo vive e gli alberi che ne costituiscono il limite, è accessibile.

Martin Heidegger

« Se tentiamo di penetrare una roccia rompendola, essa non espone nei suoi frammenti nulla di ciò che era all’interno nel momento in cui è stata aperta. La roccia si è immediatamente ritratta di nuovo » sostiene Heidegger sempre nell’Origine. In altre parole, se rompiamo la roccia ci troviamo nell’impossibilità di rivelare quello che si trovava all’interno della roccia non distrutta: ciò che era originariamente all’interno si ritira non appena la roccia viene frammentata. In questo senso la natura in sé, la terra, è inafferrabile perché rimane nell’oscurità.

Il fatto che la comprensione di ciò che la natura sia in realtà si trovi al di là delle possibilità umane è uno dei temi centrali anche in Laputa, di Miyazaki, del 1986: i cristalli nascosti nella roccia svaniscono non appena la roccia è distrutta dal martello. Esattamente come succede con l’interno della roccia nella descrizione di Heidegger. Entrambi quindi attribuiscono alla natura e alle sue espressioni – in particolare alle foreste – un ruolo importante: sono luoghi sacri, luoghi di rifugio, in cui gli dei trovano riparo e sicurezza.

Tuttavia, un nuovo mediatore si è inserito tra l’uomo e la natura: la tecnologia. Tecnologia che ha conferito all’uomo un potere e delle capacità che hanno schiarito, analizzato, reso accessibile quasi ogni angolo oscuro della natura. Un esempio: quando Laputa trasforma le rocce-cristalli in una fonte di potere e distruzione, la natura cessa di essere un mistero. Ciò corrisponde alla nozione heideggeriana di tecnologia, che non si riferisce semplicemente a vari tipi di equipaggiamento tecnologico ma piuttosto alla maniera degli uomini di trattare e leggere la Terra solo in termini di valore economico. Questo disincanto è presente anche nel film Il castello errante di Howl, dove la magia – o la tecnologia – che dovrebbe essere antica e misteriosa viene industrializzata. Lo stesso compagno di Howl, Calsifar, critica il fuoco che viene prodotto su richiesta, come una pura risorsa, per accendere la polvere da sparo.

Howl e Calcifer

In questo modo, la natura come luogo sacro, di riparo per il mistero, scompare. Non è più un nascondiglio sicuro: per questo il divino l’abbandona.

Per il filosofo tedesco, la natura è rimasta il luogo degli dei finché è stata un mistero; nel momento in cui l’uomo ha iniziato a vederla come semplice risorsa, ha perso il suo status di luogo sacro. É esattamente quello che succede ne La principessa Mononoke, dove la perdita degli dei è uno dei temi centrali: la foresta sacra diventa una risorsa di ferro, e gli animali sacri una risorsa di carne. Nel finale Lady Eboshi sconfigge definitivamente la foresta e il dio che l’abitava, causando la disperazione della Principessa Mononoke. Questa sconfitta è molto di più di un semplice atto di violenza: lady Eboshi rappresenta la radicale trasformazione della visione umana della foresta. Lady Eboshi si potrebbe interpretare come un’umanista secolare. Le sue azioni sono razionali, in quanto vuole raggiungere il progresso e la prosperità per la sua comunità. Per lei non c’è niente di sacro nella foresta e gli “dei’’ o gli animali sono solo degli ostacoli. Può apparire come un personaggio eccezionale, nel suo mondo; tuttavia, le sue azioni hanno conseguenze negative sia per gli uomini che per la foresta. Attraverso questo personaggio, Miyazaki cerca di attenuare la nostra visione della tecnologia come puro progresso. 

Lady Eboshi

La tecnologia dunque non rappresenta solo un pericolo per la natura, ma ha anche portato alla perdita degli dei. Però nessuno dei due autori sostiene un atteggiamento luddista nei confronti della tecnologia; si accontentano di sottolinearne la forza distruttiva. Rigettano entrambi una soluzione semplicistica come quella di Fujimoto, nel film Ponyo (2008) che mira a cancellare ogni traccia del progresso con una gigantesca alluvione, tornando ad un’era primordiale. Sebbene il suo approccio non sia del tutto inaccettabile, nel finale diventa futile e distruttivo. Non si può né rompere né dirigere, dice Heidegger, il progresso della storia. Piuttosto, sia lui che Miyazaki si pongono il problema di una maniera di vita alternativa. 

In Nausicaa della Valle del Vento (1982) c’è una simile possibilità. Sebbene possa essere vista come la totale perdita di ogni relazione umana con la natura (il film è ambientato in un futuro pet-apocalittico nel quale la Terra è divenuta inospitale), la storia si concentra tuttavia su una profezia che annuncia la ricostruzione di questa relazione da parte di un saggio.

Heidegger invece si concentra sul fatto che il rapporto uomo-natura sarà ricostruito nel momento in cui smetteremo di considerare la natura come semplice risorsa da consumare fino all’esaurimento. Sarà questo ad “aggiustare’’ anche la relazione dell’uomo con gli dei, e non viceversa. Per permettere agli dei di tornare, è necessario prima fare della natura nuovamente un riparo. Riparo che diventerà sacro nel momento in cui gli dei torneranno ad abitarlo.

La Principessa Mononoke

La principessa Mononoke, per esempio, non è solo una storia di perdita. La foresta comincia a crescere di nuovo, portano una speranza per un nuovo inizio. Il destino del dio della foresta non è chiaro. Ashitaka, l’eroe, sostiene che egli non possa morire poiché « esso è vita ». La foresta può essere morta, però rimane una sacralità della vita che è inattaccabile e nella quale gli dei resistono. Heidegger è ugualmente ambiguo: secondo lui, gli dei che un tempo c’erano ritorneranno solamente al momento giusto. Momento che è oltre la nostra comprensione, e per il quale l’uomo può prepararsi aprendosi alla natura. 

É l’apertura che troviamo ne La Città Incantata, dove la protagonista Chihiro passa dalla confortevole apatia nella quale è immersa ad una strana ansia: quella dell’essere consapevole dell’esistenza di qualcosa che non riesce ad afferrare. I suoi genitori non riescono a capire, e in un senso heideggeriano sono intrappolati in un mondo di consumismo tecnologico e per loro gli dei sono persi per sempre. Invece, sarà Chihiro a permettere a Haku, un ragazzino che un tempo era lo spirito del fiume Kohaku, a riscoprire la sua vera identità; e Haku, a sua volta, permette a Chihiro di ritrovare la propria, rubata dalla strega Yubaba. In questo, La Città Incantata dimostra come l’uomo e gli dei possano riscoprire la propria identità insieme e come la natura possa tornare ad essere sacra per l’uomo.

Senza adottare una semplice soluzione luddista, come dovremmo coesistere con la natura? Questa sembra essere una domanda aperta che sia Miyazaki che Heidegger ci pongono. Quando analizziamo le loro opere, abbiamo la possibilità di partecipare alla ricerca di una risposta. E nel momento in cui inizieremo a rifletterci, forse otterremo anche la forza di cambiare.

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