La ricerca di una struttura comunitaria migliore è da sempre un tema letterario di evasione molto ambito dagli scrittori di tutte le epoche; dagli antichi greci alla società moderna, la “comunità ideale” è sempre stato un tema molto ricercato. Basti pensare a Charles Fourier e la sua utopia comunitaria post-rivoluzione francese, a George Orwell ed il suo famoso testo di ispirazione comunista “Animal farm”, o l’antica leggenda araba della città delle preghiere. Questi casi celebri contengono tutta la buona volontà dei grandi pensatori del passato, ma analizzando i casi si nota come questi falliscano miseramente, sfociando nell’anarchia, nell’istituzione di un regime o peggio con un genocidio di massa, il dramma di Jonestown è l’esempio calzante di quanto un’utopia possa portare al disastro (per chi non lo sapesse a Jonestown avvenne un suicidio di massa di non più di 50 anni fa). In ogni caso a queste storie manca sempre un lieto fine com’è logico che sia, altrimenti non sarebbero utopie: questa parola infatti si presenta come un desiderio, un sogno che può divenire realtà, tuttavia il sinonimo più calzante di utopia è “irrealizzabile”.

Perché allora tentiamo inesorabilmente di mettere in pratica i progetti più utopistici? L’uomo deve tentare, è un suo dovere come essere intelligente ricercare un benessere più elevato, rassegnarsi ad una società funzionale ma incompleta è un insulto al progresso umano. Tuttavia, il fallimento sistematico delle utopie è un campanello d’allarme sullo scorretto sviluppo di queste; oggi partendo da questi presupposti tenteremo di dire la nostra sulle società utopistiche fruttando le più note teorie della psicologia di gruppo dando così un taglio forse più efficace alla società ideale.

La storia della psicologia si è sempre interessata alle comunità, alle folle o ai gruppi, fin dai primi scritti di Gustave LeBon prima dell’inizio del ventesimo secolo, è noto come l’influenza della massa condizioni la mente dei singoli andando ad alterare percezioni, inibizioni e aggressività. È noto infatti come il gruppo diminuisca sensibilmente il senso del dovere e della responsabilità che ogni persona avrebbe in assenza del gruppo. LeBon parla della folla come un animale irrequieto la cui furia è indomabile. Applicando questi studi alla creazione di una società utopistica, sarebbe importante prendere nota di come le persone nella folla siano “peggiori” di quanto non sarebbero presi singolarmente. Tuttavia, un sistema sociale che prende in considerazione i suoi abitanti non come parte di un gruppo ma come unità singole va contro ogni logica comunitaria: la psicologia dei gruppi ha dimostrato come il lavoro di squadra paga molto di più che il lavoro dei singoli. Quest’ultima disciplina è stata molto approfondita nel 900 da Mayo, il quale portò la psicologia per la prima volta nel settore lavorativo in opposizione alla “One best way” dell’azienda automobilistica americana Ford, progenie della famosa catena di montaggio. Gli studi di Mayo evidenziano come la depersonalizzazione degli individui porta ad un enorme caso della produttività sul lungo termine, al contrario la responsabilizzazione degli stessi porta grandi successi. Egli dimostra che l’elargizione di responsabilità e benefit portano ad una produzione superiore sia per qualità che per mantenimento della produttività, mediante una serie di famosi esperimenti al Tavistok.

Questi due studi esemplari ci dicono molto della natura dell’uomo, riassumendo il contenuto dei dati acquisiti potremmo definirci come animali sociali, abbiamo bisogno di fare gruppo per il nostro benessere oltre che per mantenere alta l’efficienza lavorativa; tuttavia il gruppo non deve essere sufficientemente grande da spersonalizzarne i membri. Un equilibrio tra l’unità ed il gruppo per mantenere l’individualità ed allo stesso tempo ottimizzare l’efficienza in un gruppo collaborativo di pari autorità.

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