Circa 45.000 anni fa, i primi uomini che hanno raggiunto l’Australia hanno portato all’estinzione, nel giro di poco, il 90 percento dei suoi animali più grandi. Molti lo definiscono il primo impatto significativo che l’homo sapiens abbia avuto sull’ecosistema di una zona del pianeta, nonché l’inizio di un processo inarrestabile per cui gli animali sono stati e saranno per sempre le principali vittime della nostra storia, ed il report del WWf ce lo conferma.

Da allora al countdown planetario che stiamo vivendo, le cose sono un po’ cambiate: l’essere umano vive molto più a lungo e non siamo mai stati così tanti — ma quello che è certo, appunto, è che la nostra crescita è inversamente proporzionale a quella delle altre specie.

Stando infatti al rapporto Living Planet Report 2018 del WWF — realizzato con il supporto di più di 50 esperti e in collaborazione con la Zoological Society of London per fornire un’istantanea della biodiversità globale e dei suoi trend —, mammiferi, uccelli, pesci, rettili e anfibi sono diminuiti del 60 percento tra il 1970 e il 2014.

Prendendo come esempio i volatili, dal 2001 otto specie di uccelli si sono estinte: di tre sono morti tutti gli esemplari, delle restanti cinque ce ne sono solo in cattività oppure non si può escludere con assoluta certezza che ne resti qualcuno. Tra le specie estinte in natura, quelle di cui restano solo esemplari in cattività, c’è anche l’Ara di Spix, cioè la specie a cui appartengono Blu e Gioiel, gli uccelli protagonisti del famosissimo film Rio.

In altre parole, abbiamo fatto fuori più della metà degli animali di questo pianeta in meno di 50 anni.

Com’è facilmente intuibile, le cause sono di varia natura, ma — dalle emissioni di biossido di carbonio, all’inquinamento agricolo, passando per i problemi dell’approvvigionamento idrico — tutte si riconducono alla nostra richiesta di energia e necessità di beni di consumo; questo, in particolare, nelle nazioni più industrializzate.

L’impatto ambientale

Secondo Mike Barrett, direttore esecutivo della scienza e della conservazione al WWF, quello che stiamo facendo è sonnambulare verso il bordo di una scogliera. “Se ci fosse un calo del 60% nella popolazione umana, sarebbe equivalente allo svuotamento del Nord America, Sud America, Africa, Europa, Cina e Oceania. Questa è la scala di ciò che abbiamo fatto,” ha dichiarato Barrett in una recente conferenza sul tema. “È molto più che perdere le meraviglie della natura: si tratta, in realtà, di mettere a repentaglio il futuro dell’umanità semplicemente perché dobbiamo ancora imparare che la natura non è un qualcosa di bello da avere ma è il nostro sistema di supporto vitale”.

In merito a questo, nel marzo 2018 l’Intergovernamental Science/Policy Platform on Biodiversity and Ecosystem Services ha pubblicato una valutazione piuttosto sconcertante sul degrado del suolo. Stando infatti al rapporto, oggi meno del 25 percento della superficie terrestre è in condizioni naturali e, secondo le stime, continuando con gli attuali andamenti di sfruttamento senza un cambio di rotta, nel 2050 la percentuale della superficie delle terre emerse in condizioni naturali si abbasserà al 10 percento…

Sempre secondo il WWF, questa tendenza ha fatto sì che l’anidride carbonica emessa sia più di quanta gli alberi e gli oceani della Terra possano assorbire — e portato il pianeta sulla buona strada per superare l’aumento di 2 °C delle temperature medie globali che molti scienziati hanno identificato come il punto di non ritorno per i danni del surriscaldamento globale.

Quanto agli oceani, il rapporto si focalizza anche sui fertilizzanti arricchiti di azoto. Se da un lato questo tipo di composti ha contribuito a stimolare la produzione agricola negli ultimi 60 anni, dall’altro ha anche inquinato gravemente fiumi, laghi e corsi d’acqua. Infatti, le acque reflue non trattate nelle aree urbane disturbano gli ecosistemi acquatici: le alte concentrazioni di azoto nei corsi d’acqua non fanno altro che causare la fioritura delle alghe, che priva fiumi o laghi di ossigeno e produce “zone morte”, dove la vita non può più prosperare.

Oltre a un fattore di inquinamento, fiumi e laghi risultano essere in generale gli habitat che subiscono il maggior danno, dove le popolazioni di animali selvatici sono diminuite dell’83 percento a causa dell’agricoltura e del gran numero di dighe. “C’è un costante legame diretto tra il sistema alimentare e l’esaurimento della fauna selvatica”, ha dichiarato Barrett. “Mangiare meno carne è una delle uniche possibilità per fare retromarcia”.

Non a caso, Marco Lambertini, direttore generale del WWF International, ha affermato in un tweet che la questione fondamentale ha a che fare con il consumo. “Non possiamo più ignorare l’impatto degli attuali modelli di produzione insostenibili e degli stili di vita dispendiosi”, ha dichiarato, specificando che questa è davvero la nostra ultima possibilità per cambiare le cose.

Be’, il rapporto Living Planet Report 2018 è scaricabile gratuitamente e, forse, dovremmo leggerlo tutti. A meno che non ci piaccia l’idea di vivere in un pianeta molto simile a quello di Fallout.

-Valto

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