Si sa, Akira Toriyama adora fare le cose in grande. Ma davvero, davvero in grande. Il problema è che, quando produci 575 episodi di un anime in continua espansione, ad un certo punto arrivi ad entità e spazialità quasi incomprensibili. Questo è proprio il caso di Dragon Ball Super, in cui veniamo introdotti dall’autore in una serie nella quale esistono ben dodici universi, speculari a due a due.

Ma, come in ogni società che si rispetti, al comando ci deve essere qualcuno. E quel qualcuno, nel nostro caso, è il piccoletto in figura qua sotto: Zeno-sama, per usare il titolo onorifico che gli spetta, o, più semplicemente, Zeno.

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I due Zeno, quello del passato e quello del futuro, stupefatti di fronte all’ennesimo incredibile combattimento (Google Immagini)

Ma chi è questo personaggio? Beh, Zeno è a tutti gli effetti un bambino. Un bambino con dei poteri incredibili, sia chiaro, ma pur sempre un bambino. Può far sparire interi universi (ci viene raccontato che precedentemente gli universi fossero 18, e non 12), ma nel contempo mantiene una voce stridula e acuta. Di lui hanno paura persino gli dei della distruzione come Beerus, eppure questo ragazzino non aspetta altro che trovare un amico. Un amico come Goku, l’uomo naìf  a cui non interessa molto il titolo di cui Zeno è insignito e che lo saluta stringendogli la mano come si fa con chiunque altro. E che si fa subito prendere in simpatia, suscitando sgomento tra gli altri personaggi, che sono terrorizzato dal piccolo Zeno.

Ma da dove salta fuori questa figura così inusuale? Perché dare ad un bambino un potere così immenso? Ricorda forse qualcosa della storia o della cultura giapponese? Andiamo a scoprirlo.

L’imperatore in Giappone

Innanzitutto, soffermiamoci sulla figura dell’imperatore. La tradizione giapponese è antichissima, tanto da datare il primo regnante tra il 660 e il 585 a.C con il nome di Jinmu. Jinmu sarebbe il pronipote della grande Dea del Sole, Amaterasu. Ora, poiché la genealogia giapponese pretende che tutti gli imperatori appartengano alla stessa famiglia, si capisce il motivo per cui l’imperatore venga considerato al pari di una divinità. Questo almeno fino al 1946, quando l’imperatore Hirohito, sotto fortissime pressioni da parte degli americani, vincitori in guerra, rinunciò alla sua origine divina.

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L’imperatore Hirohito alla tenera età di un anno (Wikipedia)

Ma l’immagine dell’imperatore ha una forte differenza rispetto ai sovrani occidentali: se nella nostra storia, da un certo punto in poi (più o meno dall’epoca della Grecia classica, cioè nell’VIII secolo a.C.), nacque una forte distinzione tra coloro che detenevano il potere religioso e coloro che detenevano quello civile, in Giappone questa differenziazione non c’è mai stata. Perciò, se in Occidente un bambino saliva al trono (fatto accaduto molte volte nella storia), il regno veniva immediatamente affidato ad un reggente, che lo amministrava fino alla maggiore età del re, poiché fino ad allora quest’ultimo non sarebbe stato in grado di gestire lo Stato in maniera autonoma.

In Giappone, invece, sei anni era considerata un’età sufficiente per adempiere ai propri doveri: l’imperatore era, in quanto discendente della divinità, principalmente una figura religiosa, ed avere superato i cinque anni era considerato un requisito sufficiente per saper compiere i cerimoniali necessari.

E questo cosa cambia?

Ciò comporta una grossa differenza: se in Occidente un bambino non era legittimamente riconosciuto come regnante fino a che non aveva le capacità politiche per esserlo, in Giappone un ragazzino/adolescente aveva già pieni poteri, poiché era in grado di svolgere la sua funzione principale, cioè quella religiosa. Certo, anche i suoi consiglieri avevano un grosso peso, ma la figura di riferimento rimaneva sempre lui.

Immaginate perciò un adolescente con dei poteri praticamente illimitati. Con la possibilità di decidere la vita o la morte di qualsiasi persona. L’obbligo di risolvere le dispute. La necessità di compiere ogni tipo di scelta per mandare avanti il Paese. Parliamo di una figura che sicuramente lascia il segno, e proprio questo è successo nella cultura giapponese. L’imperatrice Meisho iniziò a governare quando aveva cinque anni; l’imperatore Nakamikado quando ne aveva sette, e l’imperatore Kokaku quando ne aveva otto. E parliamo solo di coloro che sono vissuti dal 1700 ad oggi!

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L’imperatore Kokaku, in carica dal 1780 al 1817, durante il periodo Edo (Wikipedia)

Quindi, tornando a Dragonball: cosa spinge Akira Toriyama ad optare per un personaggio così particolare, invece del solito supercattivo la cui malvagità fa parte del carattere? Da un lato questa scelta dà un po’ di freschezza alla serie: la giustificazione per il combattimento (che è l’anima di Dragonball) non è l’usuale battaglia contro il male, ma quello che sembra essere il vero e proprio capriccio di un bambino! Inoltre, il comportamento così poco umano e caritatevole di Zeno può essere fonte di una riflessione di più ampia portata: l’idea che il mondo, in fondo, non sia che il gioco di un ragazzino, che può divertirsi con esso per un certo periodo per poi gettarlo senza pensarci troppo quando non gli piace più.

La nostra unica speranza, in tal caso, altro non potrebbe essere che un saggio consigliere che sappia tenere a bada i desideri di un bambino capriccioso. A noi basta che non sia come il signore qui sotto.

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Da questa immagine traspaiono tutta la bellezza e la competenza di Vermilinguo, grande consigliere del Re Théoden nel Signore degli Anelli

 

 

Isaia Boscato

 

 

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