Una campana di vetro: quando manca la comunicazione

Aristotele sosteneva che l’uomo è un animale sociale, ma cosa succede se non riusciamo a farci capire dall’altro? Ecco che ci ritroviamo sotto una campana di vetro, a tu per tu con il dramma dell’incomunicabilità, consci di dover affrontare inevitabilmente la propria alienazione esistenziale.
Questa condizione di disagio è diventata motivo di ispirazione soprattutto per gli scrittori del ‘900, portavoce del crollo di ogni certezza (è il caso, per esempio, di Pirandello e Beckett).
Sicuramente l’incomunicabilità è sempre esistita come caratteristica insita nella natura umana, tant’è che se ne ha un accenno nella filosofia di Gorgia (in “Sul non essere”) e nel mito, in particolare in quello della Tacita Muta, narratoci da Ovidio.

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La Mirra di Alfieri e l’incomunicabilità familiare

In chiave moderna, una delle tante personificazioni dell’incomunicabilità è Mirra, grazie al ritratto della quale Alfieri anticipa il dramma borghese, che si attesta in Italia tra ‘800 e ‘900.
Tutto ciò che non è accettato civilmente dovrebbe essere accettato fra le mura domestiche, dove i propri cari dovrebbero avere una funzione di conforto e di comprensione. Ma la protagonista della tragedia alfieriana parla pochissimo, perché sa, in primis, di non poter vedere realizzato il suo amore incestuoso nei confronti del padre, e in secundis, di non poter neanche condividere il suo sentimento, per via della eventuale reazione dei suoi genitori.

Mirra tace perché sa che i genitori hanno bisogno di mantenere i loro protocolli civili e per il loro bene si rifugia in un flusso di coscienza autoreferenziale, che la porta fino al suicidio. Ella, però, si uccide con la spada del padre (simbolo fallico), e così facendo lascia che sia la sua morte a poter, finalmente, comunicare.

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Lost in Traslation e l’incomunicabilità in amore

Agli albori degli anni 2000 è la cinematografia a riproporre il tema dell’incomunicabilità. È un vero paradosso se pensiamo che in quegli anni la rete ci permetteva di stare in contatto con persone fino all’altra parte del globo grazie a un click o un “colpo” di telefono.
Sofia Coppola, figlia del celeberrimo Francis Ford Coppola, dirige le riprese di “Lost in Traslation“, che esce sul grande schermo nel 2003.
I due protagonisti, Bob e Charlotte, si conoscono sullo sfondo di una caotica Tokyo, che sembra assumere e riassumere lo stato d’animo dei due grazie alla regista americana, che lascia che sia il susseguirsi di silenziose immagini a comunicare.
Bob non riesce a comunicare con sua moglie, sembra che parlino due lingue diverse, proprio come quei giapponesi con cui si deve relazionare per lavoro.

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Circondato dall’incomprensione e avvolto nella malinconia e nella solitudine trova in Charlotte una compagna di viaggio nella sua ricerca di un senso, di un “qualcosa”. Il punto di partenza è l’incomunicabilità, ma questa tende a schiarirsi sempre di più nell’orchestrazione di sguardi dei due attori. L’apoteosi dell’antinomia fra comunicabilità e incomunicabilità avviene nella scena finale, in cui Bob sussurra qualcosa all’orecchio di Charlotte. Sembrerebbe un trionfo della comunicazione…peccato che lo spettatore non possa sentire le parole!

Mattia Vitale

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