George Orwell in 1984 ci offre un importante spunto di riflessione. Nella sua opera troviamo infatti il mondo diviso in tre super potenze, l’Eurasia, l’Estasia e l’Oceania. Quest’ultima è governata da un Partito basato sui principi del Socing, ovvero un socialismo estremo, il cui comandante supremo è un misterioso dittatore di cui si conosce solo il volto, ovvero il Big Brother. Francesca Ricci ne dà una lettura particolare, prestando attenzione al contaminarsi continuo fra utopia (o distopia) e ideologia attraverso la chiave di lettura dell’intervento politico sulla lingua e, più profondamente, sul linguaggio. In particolare viene prestata attenzione alla creazione di una Neolingua e all’assoggettamento del pensiero attraverso il linguaggio stesso.

Il potere del linguaggio

Il linguaggio e la lingua forgiano e tramandano la nostra visione del mondo, la grammatica stessa di ciascuna lingua dà forma alle idee, influenzando la formazione del pensiero. È infatti possibile, attraverso la lingua e i codici linguistici di una società (o di una forma di governo), orientare il pensiero e l’azione dei suoi membri. In 1984, infatti, il potere politico si insinua nei pensieri, nelle fantasie, nei desideri e in ogni forma di relazione e di possibilità d’immaginazione del soggetto e della realtà di cui fa parte attraverso la desimbolizzazione e la resimbolizzazione. Riprendendo Hannah Arendt, essa in Vita Activa ci presenta il potere di perdonare e quello della promessa come i requisiti fondamentali contro la disumanizzazione, mentre il programma politico del Socing ha come priorità mettere fuori gioco proprio la possibilità di concepire, e di condividere, sia il perdono che la promessa, perseguendo invece la politica dell’odio e dell’impossibilità progettuale, sia collettiva che individuale, con l’obiettivo di isolare l’individuo, di rendere i rapporti sociali deboli e instabili, caratterizzati da paura e incertezza. In questo modo è possibile creare una diffidenza nei confronti dei legami sociali, che porta a una cieca e totale fedeltà nei confronti del Big Brother.

Ideologia e Utopia del linguaggio

Nel romanzo orwelliano viene rivelata la stretta correlazione che c’è fra ideologia del linguaggio e utopia del linguaggio. Quest’ultima rappresenta il desiderio di un altrove immaginario e rappresenta la possibilità della parola di riscrivere il reale, la sua capacità di individuare un progetto futuro del qui e dell’ora. Infatti guardando alla progettazione di utopie, è possibile capire molto dei tempi e delle società nelle quali esse vengono concepite, in quanto rappresentano un’alternativa, un rifugio in qualcosa di altro da quello con cui si è a contatto. In questo senso l’ideologia ha la funzione di conservare la struttura sociale, mentre l’utopia quella di cambiare la struttura sociale, sono quindi i due lati di una stessa medaglia. In 1984 è evidente come, attraverso l’imposizione della Neolingua, si cerchi non solo di aggiungere nuove parole, ma soprattutto di eliminarne alcune. L’obiettivo è quindi quello di creare un vuoto di significanza, ovvero una forte riduzione della ricchezza e della differenziazione lessicale e delle sfumature semantiche e l’eliminazione dei termini oppositivi (come ad esempio la parola sbuono al posto di cattivo). Togliendo infatti il mezzo con il quale esprimere un’idea o un pensiero, questi diventeranno impensabili e si auto-dissolveranno in quanto indicibili.

1984 oggi

Orwell con 1984 vuole invitarci a prestare attenzione e a cogliere i segnali nel e del linguaggio (politico e non) come indizi e specchi del pensiero e soprattutto suggerirci di chiederci per quale motivo è stato usato un certo termine e non un altro in un determinato contesto.

Pietro Salciarini

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