Se c’è una cosa per la quale lo studio della Filosofia oggi può avere un senso, quella cosa è l’analisi critica delle realtà che ci circondano. La sfida del pensatore, nel 2019, è quella di far quadrare un mondo sempre più magmatico e preda di cambiamenti repentini, un mondo che per sua stessa consistenza sfida il filosofo, il più delle volte battendolo. Eppure, paradossalmente, è a partire dalla filosofia stessa, o perlomeno da un’attitudine filosofica, che il mondo lo si può capire, comprendere ed affrontare. “Se conosci il nemico e te stesso, la vittoria è sicura”. In quest’epoca, dove inabissarsi nelle logiche contemporanee è la norma, pensare filosoficamente permette l’emersione. Il che, sia chiaro, non vuol dire necessariamente essere filosofi di professione. Sempre se essere filosofi è ancora considerabile una professione.

L’analisi critica che la Filosofia propone ritrova così un senso non solo nel reale, ma anche nel virtuale. Trova uno scopo nel capire, e dunque fronteggiare, un pericolo messo in evidenza dai dati sul cyberbullismo in aumento, dal dilagare di tweet a sfondo razzista, dal costante clima di odio che si respira scrollando le bacheche degli insospettabili, di parenti ed amici: l’odio social.

Commenti di odio su Facebook (fonte: Il Grande Colibrì)

Internet, un nuovo anello di Gige

Ma chi sono questi insospettabili? E perché lo sono? Sarà capitato a molti di notare come gli individui cambino attivando semplicemente la connessione dati ed aprendo Facebook, come il nostro modo di pensare si svesta della moderazione assunta nella realtà per diventare bestia sui social. È che Tablet, Computer, Smartphone sono come dei varchi dimensionali, sono il portale per Narnia del XXI secolo. Ci proiettano in un duplicato non troppo fedele della realtà, nel quale diventiamo dati che viaggiano in rete, ci smaterializziamo e, con ciò, rendiamo inconsistente la nostra identità. Ma, sopratutto, non siamo visti. Manca il contatto diretto con l’altro, manca quel rapporto tra individui “nudi” che, secondo il mito dell’oltretomba di Platone, sta alla base del giudicare. Siamo, cioè, ingiudicabili. E se mancano giudici e testimoni, chi ci impone di essere giusti? Chi ci trattiene dalla possibilità di riversare l’odio e le ingiustizie che nella realtà siamo costretti a reprimere?

Le nefandezze a cui assistiamo sui social non si scostano da quelle che già la Filosofia antica aveva percepito. Solo che i social ancora non esistevano, e allora l’opposizione realtà – social era espressa, dai filosofi greci, con il tradizionale binomio legge civilelegge naturale. Il mito dell’anello di Gige ne è un esempio: messo in bocca a Glaucone da Platone, nel II libro della Repubblica, il racconto narra di un pastore (tale Gige) che, indossato un anello sottratto ad un cadavere, si scopre invisibile agli occhi dei propri compagni. Forte di tale anonimato, Gige riesce, sottraendosi agli occhi della giustizia, a divenire tiranno, non prima di aver commesso atroci crimini.

Ora, la domanda da porsi è chi sia Gige: è il pastorello insospettabile, tranquillo e giusto, oppure il sanguinario tiranno? La verità è che non è molto diverso da quel parente o quell’amico tanto simpatico che poi, accedendo a Facebook, si augura che un barcone con a bordo esseri umani affondi nel Mar Mediterraneo.

Busto di Platone (theWise Magazine)

Pericolo social e filosofia

L’anello di Gige è un mito. È una favola che vuole portare a riflettere su cosa porti un essere umano a comportarsi umanamente. Ma noi non siamo una favola. Siamo realtà. E ad essere onesti con noi stessi, è difficile dire, arrivati a questo punto, cosa voglia dire comportarsi umanamente. Se ci basta non avere gli occhi puntati addosso per scaricare odio sul mondo, se dobbiamo essere obbligati ad essere umani, allora di che umanità stiamo parlando?

Solo in questi ultimi anni si sta capendo (faticosamente) che la pericolosità dei social network non è legata, come ci raccontavano da piccoli, alle truffe e alle “persone cattive” che li popolano. Certo, sono pericoli; né più né meno di quelli che si affrontano passeggiando per una strada affollata di un centro urbano qualunque. Ciò che sta iniziando a spaventare dei social è che si sono mostrati come una giungla senza leggi, dove uomini e donne si svestono di quella forzata apparenza di civiltà per rivelare la loro vera natura, non diversamente dal Dottor Jekyll del famoso romanzo di Stevenson.

Se oggi Hobbes fosse vivo, probabilmente indicherebbe i social network come esempio più lampante dello “stato di natura”, dove la mancanza di un legislatore fa sì che in rete regni il caos più totale. E se richiamare in causa dopo secoli e millenni due filosofi in un semplice articolo di abbozzata denuncia sociale non cambierà il mondo, forse cambierà le persone. Non molte, s’intende, ma sperare è lecito. E chissà che un giorno questa Filosofia antiquata non possa, dopo averci aiutato nella difesa, disporci le armi e i numeri per un contrattacco.

Giovanni Cattaneo

CONDIVIDI
Articolo precedenteLa manipolazione dietro la fede: l’omosessualità curata da Dio
Prossimo articoloZootropolis e l’istinto animale: da Hobbes a Kant

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.