Maniac è la nuova mini-serie (produzione originale Netflix) diretta da Cary Fukunaga che vede come straordinari protagonisti Emma Stone e Jonah Hill. Il tema è estremamente delicato, parliamo di malattie mentali. Non solo: solitudine, depressione, lutto, amicizia. Ancora non rende l’idea. E’ quasi impossibile dire di cosa parla questo capolavoro a giudicare solo dalla trama. Dobbiamo andare oltre. Maniac parla di legami, identità, vite possibili. Parla della e alla nostra parte più intima e recondita.

+++ATTENZIONE: QUESTA PARTE CONTIENE SPOILER+++

Legami

Ipotesi: tutte le anime sono alla ricerca di una connessione.
Corollario: la nostra mente non è consapevole di questa ricerca.

Comincia così il viaggio di due anime profondamente tormentate, alla ricerca di una cura, che non si rivela quella giusta. Annie Landsberg non è l’Emma Stone che ricordiamo. Viso pallido, senza un velo di trucco, capelli lisci e chiarissimi. La vita non l’ha mai trattata con riguardo. Disturbo di personalità borderline, è nervosa, instabile, la situazione familiare è tremenda. La madre scomparsa quand’era piccola, il padre è praticamente scappato dalla vita reale per non vivere quel dolore. La sorella Ellie, con la quale aveva un profondo legame, è morta in un incidente d’auto cinque anni or sono. Per non pensare alla terribile perdita, Annie abusa di un particolare psicofarmaco. Ma è rimasta a secco e la dipendenza comincia a farsi sentire. Johan Hill invece è molto dimagrito ed ora veste i panni di Owen Milgrim, quinto figlio e pecora nera di una famiglia ricchissima di New York. Affetto da schizofrenia paranoica, con un costrutto identitario delirante, Owen a causa di allucinazioni e eventi psicotici è già stato ricoverato una volta. Da sempre trattato come un emarginato, la famiglia usa l’arma del ricovero come ricatto. In particolare il fratello Jed (che gli appare in vesti camuffate durante le allucinazioni), accusato di stupro, ha bisogno della sua testimonianza. Ma fra i due non scorre buon sangue: Jed è il tipo di fratello che uccide a martellate il falco di cui ti sei preso cura per mesi. Owen da questo punto di vista è estremamente trasparente: convinto che ‘la propria testa non funzioni bene’ vuole trovare una soluzione. E’ qui, per motivazioni differenti, che Annie e Owen si incontrano, alla Neberdine Pharmaceuticals and Biotech: l’azienda propone un trial farmacologico, una cura sperimentale che propone di eliminare ogni malattia mentale.

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Owen (1) e Annie (9) durante la cura sperimentale. (elitedaily.com)

La mente si può risolvere

Qua c’è tutto lo sfondo futuristico e psichedelico della serie. In cosa consiste il trial? La cura è tripartita e ai pazienti sono somministrate tre pillole analizzate da un mega-computer sofisticato, dopo di che l’intelligenza artificiale della GRTA (il computer parla e intrattiene relazioni, prova sentimenti ed empatia) identifica, traccia e confronta l’organizzazione dello specifico cervello e voilà “sarete rinati“. Come dice il dottor James Mantlerey -a capo del progetto- ad Annie: “Non sei in terapia. Questa è scienza“. Ma lo stesso dottore, accompagnato dalla glaciale Azumi Fujita, ha fin troppi problemi, questioni irrisolte con la madre – una famosa psicoanalista – e il vizio di masturbarsi con un’app per la realtà virtuale. Ci si propone di guarire le lacerazioni dell’animo umano con tre semplici pasticche. Contro le tecniche terapeutiche della madre, il riduzionista James si propone di creare un sistema tecnologico avanzato che restituisca ordine al nostro cervello, così da guarirci. Quello che professa James è scientismo. Ma non basta. Emblematiche le parole di Owen che, quando James gli chiede cosa pensa di avere che non va, risponde: “Il problema non è che sono malato, ma che non conto nulla“.

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James e il suo amato super computer. (Rivista Studio)

Una sorta di strani multiversi cerebrali

Tre pillole, tre fasi. Pillola A come Agonia: fase diagnostica. Qui i pazienti rivivono i loro traumi primari, i ricordi peggiori della loro vita. Qui scopriamo la morte di Ellie, l’origine di gran parte della sofferenza della nostra protagonista. La pillola A, inoltre, era proprio la droga di cui abusava, quasi come se godesse nel rivivere ossessivamente il dolore dei propri traumi. Pillola B: fase Behaviourista. E’ il momento di mostrare tutti i punti ciechi e i meccanismi di difesa che il cervello mette in atto per proteggerci da.. noi stessi. Ma come funziona? Qui comincia il bello, perché ogni pillola è un mondo, una storia, che non è mai avvenuta. Che sarebbe potuta avvenire, ma è rimasta in potenza, inespressa. E’ molto di più che una storia, è un intero universo parallelo, una vita, che Owen e Annie avrebbero potuto vivere insieme. Insieme proprio perché nei vari multiversi cerebrali si ritrovano sempre, il loro legame resiste e persiste. Dopo aver ingerito la pillola B ad esempio, si ritrovano nella Long Island degli anni ’80: Annie è la classica bambola americana, bionda e riccia, truccata e quasi volgare nell’andatura, insieme a Owen, il suo dolce e tenero marito in tenuta da football player. Ma non lo rimarranno per molto. Già nell’episodio seguente, Annie e Owen sono Arlie e Ollie, truffatori che partecipano ad una seduta spiritica in un’inquietante villa degli anni ’40. Una vita completamente diversa, eppure continuano ad affiorare momenti, dettagli, specificità delle loro vite reali. Le uniche possibilità che si sono realizzate veramente. Pillola C come Conflitto: Confrexia. Dopo aver individuato traumi e sintomi biopsicosociali il computer rielabora un sistema più adatto, ‘su misura per noi’, creando nuovi circuiti neurali, più sani dei precedenti, degli originali. Più sani di come siamo. “Non sarete più gli stessi“, conclude James. Dopo aver assunto l’ultima pillola, Owen e Annie si ritrovano separati ma sempre collegati: Annie è la guida di una principessa di elfi in epoca medievale (sembra uscita dalla mente di Tolkien) e Owen, capelli lunghi e treccine, guarda la sua storia dalla tv di casa sua, membro di una famiglia mafiosa. L’ultima vita che vivranno insieme è quella che vede Owen nei panni di una spia islandese in disgrazia e Annie, agente della CIA che prova ad aiutarlo. Owen e Annie lottano per mantenere un fragile legame nel caos più assoluto delle loro menti, e ci riusciranno anche fuori. “Ogni volta che li separo trovano il modo di riconnettersi“.

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Annie aiuta Owen ad uscire dall’ospedale in cui lo hanno ricoverato. (tvline.com)

Tutte le vite che non abbiamo vissuto

Ne “L’Anti-Edipo“, Gilles Deleuze e Félix Guattari ci dicono che “poiché ciascuno di noi era parecchi, si trattava già di molta gente“. Ma parecchi cosa? Parecchie possibilità, parecchie vite inespresse. Ognuno di noi poteva essere qualsiasi altra cosa, potenzialmente. L’idea che giace sotto la storia surrealista di Owen e Annie è propria questa: siamo il risultato contingente, effimero, casuale, di una molteplicità di fattori, di contesti, di vite che non abbiamo vissuto in prima persona. Non la nostra coscienza, ma il nostro cervello lo sa: ci sono un’infinità di ipotesi di possibili identità, di vite parallele che potevo vivere, che restano comunque mie. Un multiverso di possibilità inespresse dentro di noi è terreno fertile per un’affascinante quesito: potevamo scegliere? Noi siamo le scelte che facciamo (o meglio, che non facciamo), come voleva Kierkegaard? Nella prospettiva del Singolo, della mia esistenza come mia proprietà, ogni scelta pregiudica e compromette una serie infinita di altre vite, per affermarne solo una. Se oggi scelgo di studiare matematica per diventare un professore accademico in Italia, ho rinunciato (probabilmente) per sempre ad essere uno psicoterapeuta cognitivo comportamentale in Romania, un regista di mini-serie hollywoodiano o un idraulico in Cile. Ho letteralmente ucciso ogni ‘me futuro‘, che sarebbe potuto essere ma che non sarà mai. Se invece non crediamo nella libera scelta, ci avviciniamo più alla visione di Maniac: siamo proprio il prodotto delle scelte che non abbiamo mai compiuto, degli eventi che ci hanno colpito. Perché io sono proprio io? Perché con tutte le possibilità che c’erano sono uno schizofrenico paranoico e delirante senza alcuna fiducia in me stesso? Certo Owen non è solo questo, è molto di più. Ma probabilmente è anche questo, proprio perché non è né una spia islandese né il marito di una barbie e tanto meno un mafioso con le treccine. Eppure tutte quelle persone hanno qualcosa di Owen, segno che non è solo la vita che conduciamo, il posto in cui nasciamo ecc. a determinare chi siamo. C’è qualcosa di più intimo e recondito in noi: in ogni vita il subconscio dei protagonisti premeva per avvertirli che non era la realtà. Ciò che faceva di Annie, Annie, permaneva nonostante l’identità completamente diversa. Proprio per il legame che intrattenevano i nostri protagonisti riescono a condividere quelle vite insieme. Una delle perle filosofiche della serie ci viene regalata proprio all’inizio: “Ipotesi: tutti i mondi che sono quasi esistiti contano esattamente quanto il mondo in cui viviamo. Corollario: questi mondi nascosti ci causano molto dolore“. I mondi nascosti e quasi esistiti dentro di noi, che interferiscono con l’unico che si è affermato, ecco ciò che Maniac ci pone dinanzi.

Cristiano Bacchi

 

 

 

 

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