Non sarà veloce come un ghepardo, nè agile quanto una gazzella, ma quella umana è con ogni probabilità la specie più resistente alla distanza presente sul nostro pianeta, quando si parla di corsa. Il nostro modo di cacciare in tempi preistorici, infatti, si è sempre basato sul far stancare le prede, oltre che naturalmente sull’uso di armi. Quanti animali possono riuscire a correre oltre 40km ad una velocità media di circa 20km/h? Insomma, siamo maratoneti nati. Ma in che modo l’evoluzione ha influito in questa tanto particolare capacità?

maratoneti si nasce: ghepardo

La genetica, sempre lei

Se da un lato alcuni piccoli accorgimenti strutturali, come le gambe più lunghe, ci hanno senza dubbio aiutati in tal senso, è una piccola sequenza nel nostro DNA la principale responsabile. O almeno questo è quanto sostiene Ajit Varki, professore di medicina cellulare e molecolare alla University of California, San Diego (UCSD), il quale in un recente studio ha rilevato la sostanziale differenza presente tra noi ed i nostri progenitori, anche quelli più vicini come gli scimpanzè. Si tratta del gene CMAH, il cui ruolo è quello di produrre acido sialico. Questo particolare zucchero, presente sulla membrana delle cellule animali, secondo una ricerca del 2013 è quello che si definisce un marker d’età, ovvero la sua concentrazione aumenta con l’invecchiamento. La sua presenza nel nostro DNA, quindi, dal punto di vista della salute muscolare sembrerebbe non essere esattamente gradita. Ed infatti quella all’interno del genoma umano è una “versione ridotta”, non in grado di svolgere le proprie funzioni.

maratoneti non si nasce: sequenza di basi

Maratoneti per una mancanza

Per comprendere la correlazione tra CMAH e prestazione fisica sono stati effettuati test su topi. Presi due gruppi distinti della stessa specie di roditori, agli individui di uno dei due è stata fatta esprimere la forma inattiva del gene (come quella umana). In seguito, tutti gli animali sono stati fatti correre diverse lunghezze, con controlli dopo 2 settimane ed un mese. Alla fine del periodo di osservazione si è notato come, in media, i topi “umani” corressero il 12% più veloce ed il 20% più a lungo di quelli che esprimevano la versione completa del gene CMAH. Questo risultato è alquanto indicativo, e ci permette di dire di esserci evoluti in veri maratoneti senza troppo timore di essere smentiti, almeno per il momento.

maratoneti non si nasce: topo sulla ruota

Risultati parziali

Tuttavia, per quanto da sempre utilizzato come modello prima delle sperimentazioni sull’uomo, il topo è ancora troppo lontano da noi per rendere questi dati pressochè inconfutabili. I loro meccanismi genetici potrebbero essere in questo specifico caso differenti rispetto ai nostri, come afferma Jason Kamilar, antropologo biologico alla University of Massachusetts (UMass) in Amherst, non coinvolto nello studio di Varki.

Ci vorrà ancora del tempo per capire come stiano effettivamente le cose, ma il valore di questi dati è comunque chiaro, e potrebbe portare a nuove svolte anche dal punto di vista antropologico, aiutandoci a capire cosa ci abbia reso la specie dominante su questo pianeta.

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