La maggior parte delle nostre azioni è quotidianamente intrisa di processi inconsci, spontanei e quasi totalmente automatici, tanto che spesso nemmeno con l’impegno e la concentrazione si riesce a sopperire a tali meccanismi cognitivi istintivi. Come possiamo, quindi, de-automatizzazione i processi di pensiero disadattivi? Secondo alcuni recenti studi la risposta risiederebbe nella Mindfulness.

Minfulness
Credit: Tricycle The Buddhist Review

“Portare attenzione al momento presente in modo curioso e non giudicante”: così Kabat-Zinn, nel 1994, descrisse il concetto di Mindfulness, riallacciandolo ad una profonda consapevolezza ed accettazione del momento attuale. Sono infatti proprio consapevolezza e attenzione i pilastri su cui si fonda l’etica della pratica Mindfulness, il cui fine ultimo coincide con l’eliminazione della sofferenza inutile, nonché la nascita di una “comprensione ed accettazione profonda di qualunque cosa accada attraverso un lavoro attivo con i propri stati mentali”.

Le origini buddhiste

La concezione di questa sorta di passaggio da un disequilibrio sofferente ad un radicato benessere trae le proprie origini della tradizione buddhista. Eppure, sembra che i suoi principi fondati su “una pausa di libertà, un respiro profondo che porta con sé una consapevolezza estremamente lucida” (Amadei, 2013) possano facilmente essere ricollocati in un ampio ritaglio compreso tra la Cina e la Grecia di quasi 3000 anni fa. È stato solo più avanti che, in Occidente, questa pratica venne ribattezzata Mindfulness.

A tracciarne le fondamenta furono in particolare gli insegnamenti di Buddha – noti con il nome di Dharma – che guidano l’uomo nella sua ricerca della propria essenza e di quella del mondo circostante, attraverso aspirazione, discriminazione, attenzione, fiducia ed infine consapevolezza.

La mente decide prima di noi

Andando però oltre la pura concezione spirituale e filosofica della Mindfulness, stando ad alcuni studi condotti nel 2014 da Kang e colleghi, tale pratica potrebbe rivelarsi utile nella vita di tutti i giorni, permettendoci di conservare le nostre risorse attentive, generalmente limitate dai continui procedimenti di autoregolazione che esse subiscono. Come studiato dall’autrice, questo potrebbe rivelarsi particolarmente utile dal momento che la maggior parte delle reazioni automatiche prodotte dalla nostra mente rischiano di limitarne il controllo percepito, creare un senso di impotenza o rivelarsi associate disturbi d’ansia, depressione o dipendenze di vario genere.
La pericolosità di queste azioni risiede proprio nel fatto che esse sono generalmente incontrollabili. La maggior parte di esse è infatti determinata da processi cognitivi di tipo bottom up (letteralmente “dal basso verso l’alto”) i quali sono guidati da dati che avvengono a prescindere dalla nostra volontà o non volontà di svolgerli, e sono parzialmente impermeabili ad altri contenuti di coscienza.
Poiché l’elaborazione di tali contingenze tra eventi si verifica in modo automatico, quando nella nostra mente si attiverà la rappresentazione del primo evento, altrettanto automaticamente si manifesterà quella del secondo: per questo motivo una persona che subisce un’aggressione in ascensore proverà del panico ogni volta che si ritroverà costretta a prenderne uno, nonostante razionalmente quest’ultima sappia che il salire su un ascensore non implica ogni volta il rischio di una violenza.

Mindfulness come arma contro l’automatizzazione

Eppure, alcuni recenti scoperte sembrano suggerire che questa automaticità possa essere superata. A dimostrarlo fu, per esempio, uno studio condotto da Moskowitz e Li, che nel 2011 si occuparono dell’inconsapevolezza legata agli stereotipi sociali. Gli sperimentatori si resero conto che – attivando preventivamente degli stereotipi egualitari tra i partecipanti – durante la fase sperimentale i pregiudizi si riducevano. Nel momento in cui ai soggetti veniva infatti chiesto di ripensare ad un’occasione passata durante la quale avevano, ad esempio, mostrato pregiudizi di fronte ad una persona di nazionalità differente – attivando, così, degli stereotipi egualitari – essi mostravano un minor numero di stereotipi impliciti.

Mindfulness
Credit: Il Sestante News

Il limite di questo tipo di strategie risiede però nella loro limitata durata: per questo motivo la stimolazione della consapevolezza – attraverso l’introspezione e la percezione di controllo promossi dalla Mindfulness – potrebbero rivelarsi dei mezzi più efficaci alla “de-automatizzazione”.

Secondo quanto teorizzato da Kang, la presenza mentale e consapevole osannata dalla pratica buddhista potrebbe infatti rompere le redini cognitive associative che guidano il nostro pensiero automatico o routiniero; il tutto, riducendo le inferenze di pensiero automatiche, aumentando il controllo cognitivo, facilitando una comprensione metacognitiva, e riducendo la distorsione cognitiva.
Sebbene questa “funzione de-automatizzatrice” non sia stata ancora adeguatamente analizzata in letteratura, l’attenzione sostenuta e focalizzata verso respiro e propriocezione alla base della Mindfulness potrebbe quindi essere sfruttata per guidare l’attenzione della persona, limitando le distrazioni e contribuendo ad una migliore salute mentale (agendo ad esempio sulla riduzione di ruminazione ed ansia).
L’unica domanda che resta da porsi è quindi la seguente: consapevolezza ed attenzione focalizzata sono sempre un bene per le nostre prestazioni?

Mindfulness
Credit: Youtube

Quanto può essere nociva una mente concentrata?

A dare una risposta accentuata fino all’estremizzazione è, ad esempio, il film Limitless, diretto da Neil Burger e basato sul romanzo Territori oscuri (The Dark Fields) di Alan Glynn. Esso racconta dell’effetto di una potentissima droga capace di aumentare esponenzialmente le proprie capacità attentive e cerebrali. Gli effetti della “pillola magica” di cui il protagonista inizierà ad abusare si riveleranno ben presto più distruttivi che produttivi, dimostrando quanto quelle rapide ed automatiche scelte che il nostro cervello “prende al nostro posto” a volte possano farci molto più bene di quanto potremmo immaginare.

Francesca Amato

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