Solitamente, quando pensiamo alla meditazione, la nostra mente vola subito in Oriente: in un tempio, sulle alture rocciose, in un dojo. Raramente associamo la meditazione al nostro mondo occidentale. Da quasi 50 anni, però, la comunità scientifica ha cominciato ad interessarsi allo studio di questa pratica, per gettare luce sui meccanismi psicologici sottesi ad esso. Ne è nata una disciplina chiamata mindfulness, che significa consapevolezza. Questa, difatti, è la parola chiave che guida questa pratica.

Cenni storici

La mindfulness affonda le sue radici nella meditazione di tipo buddhista, che si è sviluppata, a grandi linee, 2500 anni fa. Il periodo storico era davvero incredibile. Le grandi tradizioni di pensiero si stavano affermando (greca, persiana, indu, e molte altre), e con loro alcune delle pratiche religiose più famose. Gli influssi reciproci e i sincretismi erano all’ordine del giorno, per cui non è facile individuare, in modo più preciso, uno territorio ed un arco di tempo in cui la meditazione ha effettivamente mosso i primi passi.

I testi buddhisti di quel periodo sono la principale fonte di insegnamento, sia da un punto di vista teorico che pratico. Oltre a fornire una raffinata visione del mondo su un piano filosofico, quelle antiche pagine mettono nero su bianco le principali modalità di meditazione.

La tecnica meditativa

La mindfulness si basa su un particolare tipo di meditazione, quello della consapevolezza. Non è quindi un atto che mira a “svuotare” la mente, a rilassare o ad accedere ad altri mondi, passando per stati di trance. Al contrario, l’obiettivo principale è proprio quello di essere il più possibile consapevoli di quello che accade sia fuori che dentro di noi. L’attenzione viene posta al qui ed ora, al momento presente. In questo gesto semplice risiede la vera difficoltà. Siamo troppo spesso distratti dai numerosi stimoli che ci hanno fatto perdere la capacità di stare fermi, sia fisicamente perché la posizione durante la meditazione non può essere cambiata per almeno 30 minuti, che psicologicamente.

L’atteggiamento durante la meditazione deve essere curioso e non giudicante. Tutto ciò che notiamo o incontriamo durante la meditazione non deve essere evitato, nemmeno se legato ad aspetti negativi come il dolore. Piuttosto, è proprio lì che bisogna volgere la più completa attenzione. La calma e la serenità con cui i più esperti conducono la meditazione, si ispira all’espressione velatamente sorridente del Buddha, rintracciabile anche nelle sue raffigurazioni artistiche. Il lavoro mentale che viene richiesto di fare è, quindi, controintuitivo. Non si possono cercare protezioni dal dolore o dalla sofferenza. Bisogna invece cercare di affrontare il contenuto della nostra attività di vita per cercare di prenderne consapevolezza.

La mindfulness punta a raggiungere la massima concentrazione su piccoli particolari. La meditazione viene condotta ponendo il focus su oggetti diversi e sempre più profondi: il respiro, le varie parti del corpo e infine il pensiero.

La ricerca scientifica

Uno dei primi pionieri della ricerca scientifica legata alla mindfulness è Jon Kabat-Zinn. Da docente universitario in ambito medico, si è sempre interessato alla definizione dei meccanismi di funzionamento della meditazione. L’idea di fondo era quella di riuscire a dimostrarne, con rigorose analisi scientifiche, le proprietà curative già palesi per chi la praticava regolarmente. Per portare però questo tipo di pratica in ambito ospedaliero, e applicarla a pazienti anche gravi, c’era bisogno di ripulirla da tutti i suoi connotati semi-religiosi. Nasce quindi la mindfulness, un’esercizio psicofisico che non punta ad alcun tipo di liberazione o di illuminazione, ma che si avvicina piuttosto al mondo delle terapie cognitivo-comportamentali.

Uno studio sempre più accurato ha portato altri autori, come ad esempio Daniel Siegel, a ricercare una sempre maggiore accuratezza nella descrizione del processo di consapevolezza su un piano neuroscientifico. Le scoperte sono molto interessanti. Durante la pratica della mindfulness, nel nostro cervello si attivano diverse aree con ruoli differenti (attenzione, esecuzione, allerta). Il reclutamento regolare di queste aree può portare, negli anni, ad un loro rinforzo, conferendo al soggetto una maggiore capacità di elaborare le informazioni, di prendere decisioni e di mantenere la concentrazione per tempi lunghi.

Lo studio della mindfulness ha quindi dimostrato che i giovamenti dati dalla pratica meditativa sono chiari. Alla base del suo funzionamento, su un piano più psicologico che neurologico, c’è un forte legame mente/corpo. L’attenzione che viene posta su sensazioni e percezioni corporee, infatti, contribuisce a veicolare informazioni riguardanti la sfera emotiva. Saper gestire la concentrazione su determinate aree del corpo (per esempio nei casi di pazienti affetti da dolore cronico), porta ad un giovamento sia fisico che emotivo, laddove la pratica venga portata avanti con regolarità.

La nostra attività mentale, tramite la mindfulness, riesce a trovare un ordine e uno scorrimento più fluido, meno caotico.

 

Nicola Copetti

 

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