‘Specializzandi all’infinito entranti nel dettaglio
E più ci avviciniamo e meno mettiamo a fuoco
Il motivo che ci ha spinto a continuare
Per non rischiare di rimanere senza

Scandiamo il tempo che ci resta
Ma scadiamo col tempo
Noi scadiamo col tempo
Noi cadiamo col tempo
Puniti giustamente per non avere colto il senso
che pervade il frutto è ciò che è maturato
Noi marciamo tutti in riga con le teste chine
Marciamo senza aver avuto un fine’

Questo è un estratto della canzone ‘Non ancora’ degli Eugenio in via di gioia, una band che negli ultimi anni è entrata nel panorama della musica italiana. Dalla canzone si evince la distruttività dell’estrema uguaglianza e la mancanza della sensibilità nel prendersi cura delle relazioni che ci circondano. Tra tratti di critica e malinconia verso un atteggiamento passivo è chiaro che la comodità è contrapposta al rischio, in tutto, e spesso risulta più semplice rifugiarsi in ambienti sterili, pur di mettere da parte la parte migliore di sé. Il risultato però è una falsata felicità, che, non essendo reale, ci rende ancora più frustrati e incapaci di reagire e comprendere cosa voglia dire realmente essere felici.

L’essere felici spesso ci viene presentato come un obiettivo da raggiungere, ma al tempo stesso viene rimpiazzato con altre piccole felicità che adempiono al loro compito di risolvere dei problemi tangibili e concreti. La felicità è lo stato d’animo di chi è sereno, non turbato da dolori o preoccupazioni. Perciò non colui che è sazio di felicità, ma colui che è competente nel riconoscere ciò che lo rende felice. Non una felicità restia ai cambiamenti, ma pronta a mutare nel momento in cui anche il richiedente è mutato. Siamo abituati a trovare per ogni problema la sua cura rispettiva, per ogni situazione che ci mette in crisi c’è sempre un rimedio pronto.

In alcuni casi forse la medicina non basta, il rapporto sterile e ‘professionale’ con il medico non è sufficiente per auspicare una cura non solo fisica, ma anche mentale. Con ciò non voglio sminuire il ruolo che ha la medicina nel nostro vivere quotidiano, ma solamente proporvi una riflessione sull’importanza invece delle relazioni che ci circondano. L’essere consapevoli della bellezza che ci circonda, non solo naturale ma anche relazionale, spesso non è facile come potrebbe sembrare. Per ognuno di noi ci sono fattori che possono limitare la percezione di bellezza in sé per sé, o, addirittura livellare l’idea di felicità.

‘Il discorso del Re’ e l’importanza delle relazioni

Nel film ‘Il discorso del re’ è illustrata molto chiaramente la contrapposizione tra cura reale e cura percepita come funzionante. Ambientato nel 1925 in Inghilterra, narra la storia del non ancora Re Giorgio VI, padre della futura regina Elisabetta II, che affetto da un problema di balbuzie si ritrova a non riuscire a parlare in pubblico. Per cui si reca da più logopedisti. In molti non riescono a risolvere nell’immediato i problema adottando a volte metodi drastici, fin quando il Re non trova un dottore differente dall’usuale. Il quale prima di tutto si concentra sul creare una relazione che realmente potesse essere presa come punto di riferimento per il paziente. Sebbene applichi cure mai utilizzate e frutto dell’esperienza professionale, i risultati cominciano a farsi vedere.
Non solo l’essere balbuzienti viene messo sullo stesso piano rispetto alle altre malattie, ma viene anche trattata come una vera e propria malattia, da non sottovalutare e curabile.

Prendersi cura in Heidgger

Heidegger è un filosofo esistenzialista che è vissuto durante il periodo della Germania nazista. Per filosofo esistenzialista si intende un filosofo che si interessa di definire cosa voglia dire l’essere, inteso sia come verbo, sia come essere interiore personale.
L’essere-nel-mondo è l’esistenza inautentica: l’uomo è innanzitutto essere nel mondo, ossia un prendersi cura delle cose che lo circondano. L’essere nel mondo è anche essere tra gli altri. Se il rapporto tra l’uomo e le cose è anche prendersi cura delle cose, allora il rapporto tra l’uomo e gli altri è un prendersi cura degli altri. Esso può assumere due forme diverse: può significare sottrarre agli altri le loro cure e sostituirsi all’altro (saltare dentro), oppure aiutarli ad essere liberi e proporsi come modello e aiutare l’altro a formarsi e crescere (saltare avanti).

La cura, dunque, è struttura stessa dell’esistenza. È ciò che sta sotto l’ansia di possesso, il desiderio, l’andare verso le cose e gli altri. Diviene inautentica nel momento in cui non stimola la crescita dell’individuo ma ne facilita l’esistenza, senza prendere in considerazione il reale crescendo del pensiero umano.

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