A seguito del torneo French Open, in cui l’atleta statunitense Serena Williams ha impiegato una tuta integrale nera (scherzosamente detta da “regina del Wakanda”), il presidente della Federazione Francese di Tennis (FFT), Bernard Giudicelli, ha affermato che alla tennista sarà vietato di indossare la suddetta tuta nelle prossime competizioni francesi. La decisione è stata giustificata dal fatto che, a detta di Giudicelli, “bisogna rispettare il gioco e il luogo”, e di conseguenza, sarebbe necessario imporre un dress code più severo. Da questi eventi è scaturita una polemica che ha posto in evidenza un quadro d’insieme a dir poco problematico.

La risposta della tennista

Situazioni simili non sono certo una novità per la Williams, che ha commentato con molta tranquillità l’accaduto dicendo che è ancora in ottimi rapporti con Giudicelli e che si adeguerà alla decisione. Eppure, come se già non fosse assurdo criticare una giocatrice per quello che indossa, la presa di posizione della FFT appare ancora più immotivata, se si considera come la tuta di Serena è stata progettata con un motivo ben preciso e concreto in mente: stimolare la circolazione sanguigna per evitare le embolie che, dalla nascita di sua figlia a Novembre, pongono un serio rischio per la sua salute. E certamente la FFT non ignorava questo fatto, in quanto è stata l’atleta a parlarne in prima persona. Si può argomentare che il dress code di uno sport può costituirne una parte importante per la tradizione e l’identità dello stesso. Ma questo non dovrebbe portare sacrificare la salute, il comfort e la libertà di chi dedica la propria vita allo sport in questione. Senza contare come un dress code molto rigido non abbia senso se sono richieste forza e velocità, piuttosto che altre qualità che permettono una mobilità ridotta, e se l’abbigliamento scelto non fornisce alcun vantaggio agonistico scorretto.

Una storia che tende a ripetersi

Diverse personalità di spicco del tennis hanno sottolineato come l’atteggiamento di Giudicelli, e dell’associazione che rappresenta, fosse a dir poco retrogrado. Ma sembra che tale visione non caratterizzi solamente l’istituzione francese. Infatti, durante l’ultimo US Open la tennista Alize Cornet è stata accusata di violazione del codice di condotta dopo essersi sfilata la maglia a bordo campo per indossarla nel verso giusto. Appare paradossale, però, che Rafael Nadal abbia potuto cambiarsi anche i pantaloncini durante un match senza suscitare scalpore, oltre ad aver indossato capi d’abbigliamento ben più rivelatori e succinti della tuta della Williams. Come se non bastasse, la carriera stellare di Serena offre numerosissimi esempi di bodyshaming (è stata più volte attaccata per la sua stazza e musculatura “poco femminile” ), svalutazione della sua abilità solo in quanto donna (a cui si ricollegano i commenti inappropriati su una sua fantomatica transessualità nascosta o l’abuso di steroidi), senza dimenticare le più becere espressioni razziste (prima fra tutte l’essere stata equiparata a un gorilla e altri animali). L’aspetto più triste della questione è che tali discriminazioni non sono soltanto quelle di qualche individuo isolato su internet, ma appartengono soprattutto a testate giornalistiche ed esperti del settore rinomati e influenti.

Rispetto per il gioco o per l’atleta?

Quanto riportato ha risvolti pratici per non solo la popolarità di una tennista pluripremiata come Serena Williams, ma anche per gli introiti: come dimostra la classifica di Forbes del 2015 degli atleti più ricchi, i suoi guadagni non sono congruenti con i risultati ottenuti, nè comparibili a quelli di atleti di sesso maschile (e per la maggior parte bianchi) con minori o eguali vittorie. E come si spiegherebbe ciò se non per un implicito sessismo e razzismo? E quale messaggio si vorrebbe dare alle giovani aspiranti campionesse di tutto il mondo? Ovviamente questo aspetto economico della faccenda non ha la stessa rilevanza del trattamento riservato alle atlete, ma fornisce un’ulteriore conferma dell’ingiustizia di fondo esistente. Sembra che lo sport metta in luce queste contraddizioni sociali in maniera ancora più evidente a causa della dimensione corporea e fisica che giustamente ne è al centro, e che porta quindi con sè il peso dei pregiudizi della tradizione del pensiero occidentale. Però è ormai tempo di iniziare a liberarsi di questo peso, e finalmente rispettare non solo un’istituzione, ma chi la tiene in vita con la propria passione.

Giulia Onorati

 

 

 

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