ATTENZIONE: IL SEGUENTE ARTICOLO POTREBBE CONTENERE SPOILER SUL ROMANZO “DELITTO E CASTIGO” DI DOSTOEVSKIJ. 

Omicidio: e tu, ci hai mai pensato?

Togliere la vita ad una persona è certamente una delle cose più difficili da compiere, e, nella nostra società, è visto come un atto strettamente crudele e negativo. Sono certo che, almeno una volta nella vostra vita, pensando a qualcuno che, per così dire, non vi aggrada molto, avete pensato: “vorrei ucciderlo/a”, ma la cosa rimane lì. Quando, infatti, veniamo a sapere di un qualsiasi omicidio X, ne restiamo colpiti, e subito attacchiamo l’assassino dandogli del pazzo psicopatico od aggettivi affini… ma è davvero così? non potrebbe esserci normalità anche in un assassinio? una persona normale potrebbe arrivare a tanto? dove si situano normalità e follia in ciò? Vediamolo subito, prendendo in esame il celebre romanzo Delitto e Castigo di Fëdor Dostoevskij.

Lo sviluppo di un pensiero omicida: prima

Nel romanzo viene narrata una parte della vita di un giovane ragazzo di 20 anni, Raskolnikov, il quale vive da solo a San Pietroburgo e con condizione economiche abbastanza precarie, motivo per cui ha lasciato la carriera universitaria. Raskolnikov è un giovane del tutto normale, un po’ apatico ma molto intelligente, ed è solito a lunghe conversazioni con se stesso, passando da un pensiero all’altro. Per guadagnarsi qualche rublo (unità monetaria Russa), egli impegna oggetti, anche di scarso valore, da un’anziana signora e sua nipote, anche se la prima non lo aggrada molto. La vecchia aveva un atteggiamento scorbutico e spesso dava a Raskolnikov meno rispetto all’effettivo valore dell’oggetto impegnato, e così tutto cominciò. Nel libro, la prima volta che viene presentato il monologo del giovane sull’uccidere l’anziana signora, si lascia intendere che quel pensiero era già stato analizzato, scomposto e risolto più e più volte da Raskolnikov, il quale giungeva sempre alla solita conclusione: uccidere ed impadronirsi dei tesori della vecchia. Egli continua a condurre la sua vita normalmente, con l’unico appunto che, alla sera, si ritrova a dialogare con questo pensiero, che riesce a risolvere razionalmente concludendo di dover’ uccidere la vecchia, gli manca solo il coraggio. In uno dei suoi monologhi leggiamo: “se, l’uomo, l’uomo in generale, cioè tutto il genere umano, non è vigliacco, ciò significa che tutto il resto… è un mucchio di pregiudizi, nient’altro che timori ingigantiti, e che non ci sono ostacoli di nessuna specie, e che così deve andare!”. Tramite questi suoi processi logici, egli arriva a ritenere l’omicidio al pari di qualsiasi altra azione normale, dunque priva di pregiudizi, di timori e di ostacoli.

Le conseguenze: dopo

Raskolnikov si munisce di accetta, si presenta dalla vecchia e, dopo pochi minuti, gliela pianta in testa, ripete poi l’azione con la giovane nipote, rientrata in casa poco dopo il primo omicidio. A seguito di ciò, egli ruba vari tesori, si assicura di non lasciare tracce e fugge via, non facendosi notare dagli altri condomini, poi torna a casa. Il giovane non resta molto tempo a riflettere su quel che ha fatto, dal momento che in precedenza aveva già analizzato tutto, l’unica cosa che lo preoccupava era il dove nascondere gli oggetti rubati, e la sua calza sporca di sangue. Egli si addormenta e, dopo pochi giorni, passati in tranquillità se non per qualche pallore ogni volta che, con qualcuno, parlava dell’accaduto (i cadaveri erano stati trovati il giorno dopo). Fin’ qui il nostro protagonista sembra non soffrire molto per ciò che ha fatto, infatti l’unico pensiero che lo tormentava riguardo l’assassinio era attinente solo ed esclusivamente al dove celare il bottino, ma mai un ripensamento sull’omicidio in se. Tutto questo, però, Raskolnikov sapeva nasconderlo benissimo, senza mai farsi prendere dal panico… almeno fin’quando non si ammala. Il giovane cade vittima di una brutta febbre, durante la quale delira e reclama con clamore la sua calza. Dopo due giorni di febbre, egli si risveglia nella sua stanza, piena di conoscenti e non, i quali gli spiegano l’accaduto e danno così inizio al suo delirio cosciente. Raskolinkov inizia a temere, dopo esser’ venuto a conoscenza dell’episodio sulla richiesta della calza, di essersi tradito durante il delirio e che ora tutti, ma proprio tutti, cercassero d’incastrarlo con prove concrete. Da questo punto in avanti, il giovane alterna momenti di panico totale a momenti di serena lucidità, creando sospetti attorno al suo comportamento strambo. Per esempio, chiamato in caserma per delle questioni finanziare, sviene nel momento in cui si accenna all’assassinio da lui compiuto, pur’ essendo palese che nessuno dei presenti lo stesse incolpando o che. Ma, di ritorno, egli rinsavisce e si fa forza, dicendosi che prove non ne aveva lasciate e che nessuno avrebbe mai sospettato di un povero ragazzo come lui; come vediamo, è sempre il pensiero di essere preso che ha il sopravvento, ma non ha un minimo di rimorso per l’omicidio. Momenti come questi ne troviamo moltissimi e, per il suo comportamento, inizia ad essere accusato di nevrastenia da parte dei conoscenti. E, di nuovo, in alcuni momenti concorda con queste insinuazioni, o comunque si chiede spesse volte: “sono pazzo davvero allora?!”. Altre volte, invece, nega con fermezza di aver’ perso il cervello e che ogni cosa che ha fatto è stata frutto di un ragionamento compiuto in perfetta lucidità e sanità mentale.

Il resoconto: nella realtà?

Alla fine del romanzo, in poche parole, egli viene costretto ai lavori forzati, dopo esser’ stato incastrato da un ottimo poliziotto, dunque alla fine confessa, e si sente sia spossato che liberato. Ai nostri giorni gli omicidi sono ancora frequenti, e forse ragionamenti come quello del nostro Raskolnikov non sono affatto rari. Vediamo come, sempre più spesso, bambini di 9 anni girano armati per le strade, lasciando una moltitudine di feriti e, a volte, morti. Questi bambini, sicuramente con una scarsissima educazione genitoriale, credono quasi che sia giusto e scherzoso comportarsi di questa maniera, utilizzando questa “violenza giustificata”, forse è proprio in questi fenomeni che si riversa la normalizzazione di un omicidio, nella nostra società. Giusto ieri abbiamo avuto la triste notizia della morte di sei giovani al concerto del noto Sfera Ebbasta. Qualcuno, spruzzando dello spray al peperoncino, ha creato un disordine tale da causare la morte di sei persone, questo è omicidio colposo. Dubito fortemente che il responsabile avesse quella determinata intenzione, ma il fatto che davvero c’importa è questo: come mai questo qualcuno è andato lì, in quel luogo, solo per causare danni agli altri? Sapeva benissimo che, così facendo, di certo avrebbe creato uno scompiglio tale da rendere la situazione incontrollabile, avrà pensato anche lui come Raskolnikov? Magari con l’eccezione che sarebbe stato divertente nuocere agli altri? Avrà pensato che fosse una cosa normale da fare? Speriamo di scoprirlo al più presto quando scoveranno il colpevole con le sue dichiarazioni.

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