L’ ambiente come contesto: il quando e il dove

When

Di solito, quando si analizza un contesto si parte da due domande fondamentali: quando e dove. Per la prima domanda non esiste una data precisa. L’uomo ha sempre avuto a che fare con l’ambiente, nel bene e nel male. Inquinavano anche gli antichi romani afferma Marco Rossini, archeologo laureato all’università di Monaco di Baviera, usufruivano di  discariche a cielo aperto: per esempio sul monte Testaccio a Roma è possibile rinvenire milioni di frammenti di anfore, inoltre le feci, i resti, qualche volta anche  i cadaveri  venivano  smaltiti nel Tevere, oppure si lanciava dalle finestre ciò che non era più utile. Ciononostante era proprio dei romani anche l’abitudine al riciclo. E non mancavano istituzioni per la pulizia. Non tanto per una questione di ambientalismo, quanto per una questione di vera e propria necessità, data la scarsità delle risorse e la difficoltà nell’estrazione,la letalità delle malattie e la rapidità con cui si diffondevano. Proprio questi due elementi giocavano a vantaggio dell’ambiente, non solo perché hanno protetto le risorse dal consumo sfrenato,da una popolazione eccessiva, ma anche perché all’ecosistema veniva concesso il tempo di rigenerarsi. Possiamo affermare con certezza che ad un certo punto queste condizioni cambiano drasticamente. Quindi porre come punto di partenza della nostra analisi il momento in cui gli esseri umani afferrano queste conoscenze, affinano, sviluppano le tecniche di estrazione e lavorano le risorse. Quello è  il momento in cui le economie dei vari stati cominciano a legarsi tra di loro e a creare un sistema di interdipendenza. Esattamente? mi riferisco alla rivoluzione industriale.

Where

Per rispondere invece alla seconda domanda cioè al dove, non esiste un luogo preciso. L’ambiente è un bene collettivo e ogni danno che provochiamo si ritorce contro la umanità. Facciamo l’esempio dell’aria : l’aria è un bene primario, ineludibile, nel senso che non si può decidere di respirare un aria rispetto a un altra, dunque l’inquinamento dell’aria si ritorce contro chi inquina tanto contro chi non lo fa. L’ambiente è un bene così vasto e difficilmente quantificabile  tanto da essere percepito come infinito. Ciò che invece è ben distribuito e palese a tutti sono i danni all’ambiente. In poche parole i costi della nostra vita in termini di risorse sono costi di tutti. Se la natura è tutto ciò di non artificiale che ci circonda, l’inquinamento è invece legato alla comunità più che a un luogo preciso. 

La “tragedia dei beni comuni”

Garret James Hardin sulla rivista n°162 di Science pubblicò un articolo che si chiamava “the tragedy of commons” ve lo espongo brevemente per spiegarvi per quale motivo è così semplice, a partire dai precedenti presupposti, disinteressarsi dell’ambiente e addirittura maltrattarlo. Tutto deriva da una piccola stupida convinzione, insita nell’uomo fin tanto che non decide di educarsi. Immaginate una situazione in cui attori diversi hanno a disposizione un bene. Questo bene, di qual si voglia genere, è condiviso nel senso che appartiene alla comunità che formano questi individui. Fin qui nulla di nuovo o inaspettato, ora viene il bello. Ogni attore ha due scelte, quella di consumare il bene comune fin tanto che ne desidera, anche a discapito degli altri. Questa scelta è legittima fin tanto che nessuno, disponendo di una vera e propria autorità può sanzionarlo o obbligarlo ad agire diversamente. La comunità non ha questa capacità, perlomeno non volontariamente o in maniera controllata, essa infatti si dovrebbe disporre di istituzioni. Ma torniamo al nucleo del discorso. Sebbene  la seconda scelta sia quella di preoccuparsi del bisogno di tutti, consumando fin tanto che è strettamente necessario, la sola possibilità o l’effettiva esistenza di un attore che se ne potrebbe approfittare fa sì che tutti o anche alcuni e di conseguenza tutti “prendano finché possono”.

Il rapporto con l’ambiente

Per l’ambiente vale lo stesso. L’ambiente è un bene comune sul quale nessuno ha un autorità effettiva. Certo le organizzazioni internazionali, le agenzie specializzate ONU svolgono un ottimo ruolo di integrazione delle leggi e di moderazione dei comportamenti ma chi si intende di diritto internazionale sa che è ben diverso da un autorità effettiva, intesa in senso globale e complessivo, non interessato. In ogni caso il nocciolo della questione è questo: l’assenza di responsabilità sia nell’individuo che nello stato è generato da due fattori l’impunibilità, e l’impossibilità di quantificare il danno.

Esperienze e società diverse

Esistono società tra gli essere umani che per altri principi civici o insiti nello stile di vita, non sono attori di tragedie dei beni comuni. Innanzitutto i nomadi, il loro stile di vita non gli permette di sviluppare tecnologie, estrarre, produrre risorse producendo danni irreparabili nell’arco di un lungo tempo. Ricercando le risorse della superficie per sostentarsi i nomadi non creano insediamenti artificiali, non hanno dunque la possibilità di arricchirsi, crescere di numero, poiché le costanti migrazioni rappresentano una fatica e un pericolo e le risorse sono limitate all’abilità e al caso. Questa sarebbe una soluzione perfetta, se non fosse che non esiste più nessun luogo dove andare e sfruttare liberamente le risorse senza incappare in uno stato. Inoltre quasi tutti i campi coltivabili, gli animali allevabili sono “privati”, appartengono cioè a qualcuno che se ne cura perché ne trae sostentamento. La privatizzazione da questo punto di vista non sarebbe stata male, se non fosse per la concorrenza a discapito dell’ambiente che nella società occidentale si è instaurata. Gli indiani d’America, appellati come selvaggi, vivevano in gruppi, nomadi o sedentari. La religione era strettamente connessa alla comunità: l’individuo, l’interesse per come lo conosciamo noi non esiste. I nativi erano connessi all’ambiente senza bisogno di istituzioni o regole. I cacciatori sapevano quanto potevano cacciare per non turbare l’equilibrio. Erano guidati nelle scelte da un senso di gratitudine per il mondo pari solo a quello di San Francesco d’Assisi.  Sembra un valore molto più alto di quelli che ci caratterizzano e che ci fanno credere di essere civili.

La dura realtà

Si è sviluppato il concetto di sviluppo sostenibile inteso come la ricerca e il raggiungimento di un equilibrio tra la necessità di perseguire lo sviluppo economico, tecnologico e umano e la preservazione dell’ecosistema. Cioè eseguire gli interessi del presente senza pregiudicare quelli del futuro, ma non è assicurato un destino sicuro. E qui  mi rivolgo ai ragazzi come me. La capacità di produzione della Terra è limitata, sebbene le risorse non siano contabili sono contate. La Terra è un sistema perfetto, pensato per una rigenerazione ciclica capace di permettere millenni di storia umana, ma questa rigenerazione necessita di tempo. Se in questo tempo si continua a sfruttare, il processo di rigenerazione viene doppiato. immaginate un dente cariato trattato a caramelle, caffè e sigarette. Vi assicuro che il dentista non potrà salvarlo. La conseguenza è la devitalizzazione.

Una questione di scelte (ancora una volta)

La soluzione a tutto questo è più che semplice ed è un movimento stoico. Che ripudi il consumo sfrenato e pensi al domani per noi, per tutti. Se il problema è un autorità centrale allora si dovrebbe lavorare sull’integrazione dei popoli e spingere per uno stato prima federale europeo poi mondiale. Sembra un’utopia, ma ci credete se vi dico che Dante Alighieri, nel “De Monarchia”, seppur limitato dalla sua epoca, era giunto ad una conclusione simile per evitare guerra e conflitto e io aggiungerei inquinamento superfluo. La nostra scelta è questa: osserviamo mentre depredano il pianeta stati avversari, coscienti che un giorno se non noi, i nostri figli o nipoti congeleranno di notte e bruceranno di giorno.  Mentre scapperanno dalle città sommerse dal mare ad accoglierli ci saranno politici amatoriali con muri, armi, slogan di terrore. Come nel Ragnarok, un antica leggenda Vichinga, in cui i fratelli combattono con i fratelli mentre il sole si oscura e gli Dei, che altro non sono che i valori di cui vogliamo convincerci, perdono la loro eterna guerra col male. Affogano nelle tenebre insieme agli umani, nel peggior scenario apocalittico che possiate immaginare.

La mia proposta

Oppure possiamo opporci, mobilitarci come succede già in molte democrazie del mondo e usare la democrazia per ciò che serve. Salvare il mondo ed essere gli eroi dei film e delle serie di cui abusiamo. Possiamo e sapete la cosa più stupida? la chiave è la nostra costituzione cioè noi. Alla fine dovremmo considerare che l’Europa tremò una volta e ci regalò i diritti e le libertà, può tremare di nuovo per frenare l’eccesso, l’abuso, l’inquinamento che produce questo stiramento concettuale di libertà chiamato mercato capitalista. E se c’è in assoluto una cosa che io condivido col siberiano o l’argentino è l’ambiente e niente di più forte potrebbe legarmi a loro che l’amore per questo pianeta. Ancora ai giovani. Siamo migliori dei nostri predecessori, migliori di chi ci ha messo in questa situazione ? dimostriamolo!

 

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