La paura è un’emozione universale, internazionale, perfettamente democratica. La provano donne e uomini, la prova chiunque, indipendentemente dal credo, dall’etnia, dall’orientamento sessuale, dall’età, dalla posizione sociale, dal lavoro che fa. C’è chi ha paura del buio e delle cose che nasconde, della morte, della folla, di essere abbandonato. C’è chi ha l’incubo dei compiti di matematica. Chi è terrorizzato da ragni o topi. Chi ha paura di non aver chiuso la porta di casa, chi ha paura di ingrassare, chi di invecchiare e chi di parlare in pubblico. C’è chi ha paura della felicità e chi ha paura della paura.

È l’emozione predominante della nostra epoca: proviamo paura quando percepiamo pericolo, vero o presunto. Come ha scritto Zygmunt Bauman in “Paura liquida”, “se un tempo la paura aveva un nome preciso, nel mondo contemporaneo essa si scatena da cause apparentemente serie, ma di fatto è una forma di continua insicurezza, di vulnerabilità, di sensazione di essere perennemente esposti a pericoli che possono arrivare da qualunque parte, senza più difese.” La paura è un “esistenziale”, come descritta da Heidegger in “Essere e Tempo”, che definisce l’esserci nella sua dimensione reale. La «paura» è «modo della situazione emotiva», una condizione propria dell’esserci in quanto “essere-nel-mondo”. In altri termini, è co-originaria all’esserci. In un certo senso Heidegger ci dice che noi siamo paura. «Non è che dapprima si accerti un male futuro per poi temerlo». Piuttosto, è possibile temere qualcosa solo perché «la visione ambientale preveggente vede ciò che fa paura perché si trova nella situazione emotiva della paura». In altri termini, è l’avere paura come condizione originaria e primaria a fondare la possibilità che questo o quell’ente faccia paura.  Il «per-che» della paura è proprio l’esserci stesso. In quanto esperienza originaria, la paura è perciò costitutiva della struttura in cui consiste l’autocoscienza. Che questa emozione strutturi profondamente l’autocoscienza ce lo dice d’altronde anche Hegel, in un luogo cruciale della “Fenomenologia dello Spirito”, dove descrive l’emergere della vera autocoscienza del servo. È il suo “tremare” che va a costituire in tal modo la coscienza servile che si staglia, autenticamente, nella sua essenza propria.

Per cui la paura è dunque tra tutte le emozioni, al pari forse solo della gioia, l’emozione più pervasiva, dandosi in ogni fase della vita, così come in intensità acute, ma anche in presenza sorda. Può invadere. O esplodere. O essere annidata; ma in quest’ultimo caso non per questo è meno presente, meno capace di effetti e di determinare il tono di un umore, di un’esistenza. La paura provoca tensione, uno stato di allerta continuo, un senso di offuscamento della realtà; ci spinge a chiuderci in noi stessi, e quindi ad alzare barriere verso gli altri, o nel caso peggiore a chiedere a terzi che una qualche barriera venga alzata tra noi e ciò che ci terrorizza. È esattamente in questo meccanismo che si insinua l’uso politico della paura. Ormai in larga parte inabili a fornire soluzioni concrete, alcuni politici fomentano questa nostra “emozione esistenziale” con pericoli che dipingono come imminenti, dichiarando che il loro obiettivo è proprio far fronte al senso di insicurezza che questi hanno creato. Uno strumento di propaganda politica ed economica. È una forma di paura dialettica, espressa in maniera generica ed in forme indefinite, spesso legate a luoghi comuni veri e propri, ormai considerati fatti storici che nessuno pertanto indaga o verifica.  Tra questi “gli zingari rapiscono i bambini”. La paura si delinea come campanello d’allarme sempre in procinto di suonare. E questo senso di allarme è sempre più diffuso. Oggi si tratta sempre più di un fatto sociale. Sono infatti quasi sempre gli altri a dirci che cosa ci deve fare paura: non siamo più titolari delle nostre inquietudini. Sono messe allo spaccio in un autentico mercato delle paure. Oggi parrebbero essere in offerta quella dei barconi e del terrorismo, addirittura con la formula del “prendi due, paghi uno”.

Non dovremmo diffidare a priori di tutti coloro che ci parlano di paura, che ci vogliono convincere attraverso una “minaccia”, che ci veicolano messaggi per evitare “un male”? Chi instilla, alimenta, produce paura, non è sempre un potenziale oppressore? “Il nemico è la paura. Si pensa che sia l’odio; ma, è la paura” scriveva Gandhi. È da sempre la migliore arma per generare consenso. Un consenso facile, costruito solo sui timori naturali delle persone, cui non viene data la possibilità di essere davvero libere di scegliere, da sé, i propri timori.

Tommaso Ropelato

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