GIACOMO LEOPARDI : l’infinito male del tutto

<< Amaro e noia
la vita, altro mai nulla; e fango è il mondo.>>
( G. Leopardi, A sé stesso, “ Il Ciclo di Aspasia ”, 1833, vv. 9 -10 )
Centoventisei anni prima, precisamente nel Settembre del 1833 Giacomo Leopardi scriveva “ A se stesso ” una carezza al proprio cuore che il poeta consola poiché quest’ultimo non soffrirà più. Talvolta si può pensare che la cessazione del dolore arrivi nel momento in cui s’impara a guardare oltre, trovando il lato migliore della vita. Per Leopardi, invece, essa deriva proprio dal guardare in viso questa sua angoscia, questo suo dolore che da tempo lo insegue, ed accettare che oltre ad esso vi è il nulla. Una rassegnazione“Al gener nostro il fato non donò che il morire ” ( op.cit ) afferma il poeta, anche qui la morte diviene l’ultima meta,l’unica certezza derivata dalla consapevolezza dell’ “l’infinita vanità del tutto”. Leopardi scrive questi versi in riposta al rifiuto di una donna Fanny Targioni Tozzetti, ma il male Leopardiano viene da lontano, dalla sua incapacità a gioire della vita non perché il poeta si rifiuti ma perché anche qui ogni tentativo fallisce. Leopardi,nella sua immensa poetica naufraga in un pessimismo cosmico provocato dalla Natura, prima elogiata, e successivamente disprezzata. Si,perché il poeta, animo sensibile è in grado di percepire una verità impenetrabile al resto dei comuni mortali, che vede nella Natura la causa di ogni male. Questa illude l’uomo e lo condanna ad una vita di sofferenze, calamità, dolori da quali l’uomo non può difendersi. Il poeta arriva a dichiarare come la Natura abbia a cuore solo la conservazione dell’universo che può realizzarsi solo attraverso il sacrificio della felicità umana, della dignità di vivere. Nel famoso “ Canto notturno di un pastore errante dell’Asia ” Leopardi s’immedesima nella vita monotona e colma di sofferenze di un pastore nelle steppe asiatiche, il quale interrogando la Luna chiede

“Dimmi, o luna: a che vale
Al pastor la sua vita,
La vostra vita a voi? dimmi: ove tende
Questo vagar mio breve…” ( G. Leopardi, Il Canto Notturno del pastore errante dell’Asia, 1830,vv. 16 -19 )
Qual è il senso della nostra vita, che sembra essere gia stata scritta e nella quale, nonostante ogni tentativo, il dolore sembra sempre regnare sovrano? Il poeta non trova alcun tipo di riposta positiva come quelle che si cercano sempre pur di sfuggire alla propria finitezza, alla propria pochezza, tutto ciò che trova è una semplice constatazione, quella che l’unico fine, ancora una volta, è un “Abisso orrido, immenso” dove l’uomo è desinato a precipitare, un abisso che “ tutto obblia ” , ebbene sì “ …tale E’ la vita mortale.” non altro. Arrivato a questo punto, il poeta giunge ad un’ulteriore verità che il suo essere così frale non importa a nessuno, che la sua sofferenza è inutile poiché inascoltata come inascoltato era il dolore di Pavese, anche qui l’unica certezza è data dalla consapevolezza della propria miseria, della propria disperazione “Qualche bene o contento Avrà fors’altri; a me la vita è male.” Il male non è la morte, ma la vita poiché essa ci fa sentire tutto il dolore, il vuoto, l’angoscia di sapere che tutto è vano, perché la vita stessa è vana ed ogni cosa si dissolve in un dolore ineluttabile.

Giuseppe ungaretti : il pianto che non si vede

Ottantatré anni dopo Leopardi e quarantatré anni prima di Pavese, Giuseppe Ungaretti si trova in un vallone, il famoso vallone dell’ Isonzo durante la Prima guerra mondiale ai piedi del fatidico San Michele. Ungaretti,è un giovane soldato alle prese con lo spettacolo più atroce della cattiveria e del dolore umano : la guerra. Ed è proprio qui, in queste circostanze tra il gas asfissiante ed i visi morti di tanti soldati che Ungaretti, nonostante sopravviva alla guerra, conosce un’angoscia più profonda della morte stessa. Il 29 Giugno del 1916 il poeta scrive “Chiuso fra cose mortali (anche il cielo stellato finirà)Perchè bramo Dio?” ( G. Ungaretti, Dannazione, L’Allegria, 1831 ). Circondato da desolazione,morte e disperazione il poeta si sente bloccato, paralizzato,comprende che il cielo stellato come ogni cosa materiale e mortale è desinato a finire. Questo senso di nullità lo porta a desiderare Dio, a cercare qualcosa che possa strappare l’uomo dai propri limiti, dalla
bruttezza dell’esistenza. Il 6 Agosto 1916, due giorni prima della presa di Gorizia, a poche ore dall’assalto Ungaretti è ancora una volta nel vallone del San Michele, guarda la montagna e da sfogo all’espressione più sofferta, più dolorosa che meglio descrive il suo senso d’angoscia
“Come questa pietra del S. Michele
così fredda
così dura
così prosciugata
così refrattaria
così totalmente disanimata
Come questa pietra
è il mio pianto che non si vede …” ( G. Ungaretti, Sono una creatura, L’Allegria, 1931, vv. 1- 11 )
Anche per lui, il proprio pianto è invisibile,inesistente agli occhi altrui. Il poeta si sente un
semplice soldato tra mille altri soldati, che soffre per l’intera umanità di fronte agli orrori della guerra,si sente completamente solo,carico di un’angoscia dalla quale non può sfuggire. In questo caso non è la morte a ferire il giovane poeta, bensì il privilegio di essere ancora vivo, poiché questo lo condanna a continuare ad assistere ad altri orrori,altri terribili attacchi. E’ quasi come se il poeta invidiasse coloro che hanno perso la vita, poiché non sono obbligati ad andare avanti,ricordando tutti ciò di cui sono stati, sfortunatamente, testimoni. Non è quindi, la morte in sé la vera tragedia ma la morte nella vita : il dover vivere soffrendo, scontando il prestigio di esserci ancora. Ungaretti, però , non ha dovuto perdere la vita nella Grande Guerra per sapere cosa vuol dire morire perché la morte l’ha conosciuta lo stesso. Talvolta, infatti :
“ La morte – la vera morte – si sconta vivendo ”

 GAUGUIN: Da dove veniamo? Che siamo? Dove andiamo?

Il quadro fu realizzato da Paul Gauguin nel 1897 in un momento particolarmente delicato della vita dell’artista, di fatti, Gaguguin che soffriva di vari problemi di salute ed aveva non pochi problemi con le autorità locali giunse alla decisione del suicidio. Dopo quello che fu un tentativo fallito di ingurgitare dell’arsenico, bloccato da un urto di vomito che annullò l’effetto del veleno, l’artista decise di dipingere quello che sarebbe stato il suo “testamento spirituale” di fatti fu l’artista stesso a descrivere l’opera : «Ai due angoli in alto, dipinti in giallo cromo, reca il titolo a sinistra e la mia firma a destra, come un affresco guasto agli angoli applicato su di un fondo oro. A destra, in basso, un bambino addormentato e tre donne sedute. Due figure vestite di porpora si confidano i propri pensieri. Una grande figura accovacciata, che elude volutamente le leggi della prospettiva, leva il braccio e guarda attonita le due donne che osano pensare al loro destino. Al centro una figura coglie frutti. Due gatti accanto a un fanciullo. Una capra bianca. Un idolo, con le braccia alzate misteriosamente e ritmicamente, sembra additare l’aldilà. Una fanciulla seduta pare ascoltare l’idolo. Infine una vecchia, prossima alla morte, placata e presa dai suoi pensieri, completa la storia, mentre uno strano uccello bianco, che tiene una lucertola con gli artigli, rappresenta la vanità delle parole. Tutto ciò accade lungo un ruscello, sotto gli alberi. In fondo è il mare e le cime dell’isola vicina. Malgrado i diversi motivi di colore, il tono del paesaggio è tutto blu e verde veronese. Su questo fondo tutti i nudi staccano in vivo arancione»

Fondamentalmente l’opera rappresenta una sorta di questito filosofico con una serie di domande sul senso della vita, è chiaro come l’artista voglia sottoinearne le fasi, dalla nascita alla giovanezza fino ad arrivare alla morte. Purtroppo però le due fasi, ovvero adolescenza e vecchiaia sono entrambe segnate da un senso profondo di malinconia, nel primo caso si può notare una giovane ragazza da viso nostalgico e pensieroso, la quale sembra preoccupata dal peso esistenziale della vita e dall’incapacità di poter prevedere il domani. Nell’ultima fase, ovvero la morte è evidente come l’anziana donna sia angosciata dalla consapevolezza del termine dei suoi giorni.

Ariana Ciraci.

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