Quanti di voi usano Telegram regolarmente? Sicuramente è una delle piattaforme di messaggistica più efficienti, utilizzata, insieme ad altri canali, all’ordine del giorno. Come ogni Social Network, Telegram viene utilizzato principalmente per comunicare e scambiarsi informazioni di qualsiasi tipo. Non è raro, però, che questi vengano utilizzati per scopi decisamente meno dignitosi. In un contesto nel quale si sente parlare sempre più spesso di violenza sulle donne, stupri e femminicidi, si affaccia in maniera sempre più evidente e inquietante un nuovo fenomeno a dir poco preoccupante: si tratta dello stupro virtuale. Questo fenomeno può, letteralmente, colpire qualunque donna e trasformarsi in un pericolo concreto qualora vengano diffusi dati sensibili. Cosa c’entra Telegram con tutto questo? Recentemente si è discusso di un fenomeno di stupro virtuale attuato proprio su questa applicazione.

Cos’è Telegram e come viene usato

Telegram è una piattaforma di messaggistica istantanea che assolve le stesse funzioni di social come Whatsapp e Snapchat. L’applicazione è distribuita sui diversi tipi di sistemi operativi, quali, per esempio, Windows, IOS e Android. Attraverso di esso gli utenti, creando il proprio username, che sia esso fittizio o reale,  possono effettuare una chiamata con più di una persona alla volta, mandare messaggi normali e vocali insieme ad altre funzioni comuni a qualsiasi altro servizio di messaggistica. Le funzioni che ci interessa in questo contesto sono principalmente due: le chat segrete e le chat di gruppo. La prima tipologia utilizza la cifratura end-to-end attraverso la quale la conversazione non rimane salvata sul server di Telegram, ma si “autodistrugge” dopo un lasso di tempo prestabilito. Sebbene questa funzione sia considerata notevole in ambito di protezione della privacy, questa può rappresentare un rischio enorme.

 

L’uso improprio di questa funzione, infatti, espone individui, anche inconsapevoli, a dei pericoli che non possono neanche immaginare. La seconda tipologia è quella che conosciamo tutti, la quale è coperta dal servizio di crittografia.

«Le cagnette» e «Canile 2.1»

Sono state individuate su Telegram alcune chat di gruppo, con nomi a dir poco volgari, quali, per esempio, «Le cagnette» e «Canile 2.1», nelle quali vengono diffuse immagini di ragazze in intimo o in momenti privati con il proprio partner. Vengono diffusi video girati di nascosto, video di stupri, molestie e audio imbarazzanti. Una delle cose che, nonostante ciò, preoccupa di più è un’altra: circolano foto di ragazze per strada, che escono da casa

loro o che passeggiano per strada. Spesso, vengono diffusi anche i numeri di telefono, gli indirizzi di casa, dati sensibili che le possono esporre a pericoli inimmaginabili, e loro nemmeno lo sanno. Cosa potrebbe significare per voi se i vostri dati entrassero in possesso di persone con desideri e pulsioni brutali e animalesche? I commenti alle foto sono i peggiori che si possano mai leggere. Le donne sono considerate alla stregua di oggetti: da usare, buttare via, maltrattare, picchiare. C’è chi chiede video di stupri, chi le chiama cagne, troie e puttane. Ancora più grave il fatto che c’è chi condivide foto di ragazze minorenni, c’è chi le richiede esplicitamente, e chissà che cosa succede una volta che queste foto entrano in loro possesso. 

Cosa vuol dire commettere uno stupro virtuale?

Il fenomeno dello stupro virtuale è tristemente famoso all’estero da tempo. Tuttavia, la pratica si sta diffondendo anche in Italia. Con il termine si fa riferimento alla pratica di diffondere immagini di donne sui Social Network nei quali vengono sottoposte alla “pubblica lussuria. Quando il gruppo viene bloccato dalla piattaforma subentrano subito gruppi paralleli nei quali si inseriscono i backup della conversazione cancellata. Di fatto, le vittime di queste violenze sono per lo più inconsapevoli, fin quando il problema non si estende anche alla vita reale. Come abbiamo accennato prima, infatti, capita che la violenza degeneri e che vengano diffusi dati sensibili che possono esporre la vittima ad un rischio concreto di subire violenze fisiche. Esistono gruppi di tutti i tipi: regionali, locali, gruppi incentrati su personaggi famosi. Il comune denominatore è la diffusione di foto o video che scatenano immediatamente il “branco virtuale”. Vengono pubblicati commenti di una violenza inaudita, alcuni incitano alla violenza l’autore della foto, o del video, altri lasciano andare i propri istinti, altri ancora danno sfogo ai loro pensieri, come fossero animali, come se non avessero cuore.

PERCHÈ SUCCEDE: nascondersi dietro un Social Network spesso ha l’effetto di mostrare chi si è davvero, e non è un fenomeno raro ai giorni nostri. La nostra generazione indossa quotidianamente una maschera virtuale, la quale svolge un ruolo di “mediatore” con la persona con cui si sta comunicando. Sentirsi rassicurati da questo alone di protezione fornita dalla distanza materiale con l’oggetto del proprio interesse, o, come in questo caso, del proprio desiderio, ha l’effetto di far sentire meno, o non sentire proprio, il peso delle conseguenze delle proprie azioni. In buona sostanza, quello che si verifica è un distacco dalla realtà e la percezione di essere liberi di poter fare qualsiasi cosa senza che questo abbia delle conseguenze dirette sulla nostra persona. 

In questi casi, purtroppo, la legge non subentra in favore di chi subisce delle violenze, seppur indirette, da parte di estranei. Ancora oggi non esiste una legge ad hoc che protegga le vittime da atti come il revenge porn e lo stupro virtuale. Le pene inflitte sono conferite attraverso accuse di diffamazione e violazione della privacy, le quali prevedono multe e, in alcuni casi, anche la reclusione. Si sta lavorando, però, per rendere concreto un intervento per punire e, prima di tutto, prevenire brutalità del genere, in quanto rappresentano un fattore di rischio da non sottovalutare, oltre al fatto che contribuiscono a mantenere ancora ben radicati pregiudizi sulla donna in quanto oggetto e stereotipi di genere riguardo la sua sessualità. 

[Le immagini delle chat sono prese dalla pagina Facebook “I have a Voice”]

Alice Tomaselli

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