I tentativi di classificare “le razze” umane

Già nel Settecento, molti studiosi maturarono l’interesse di classificare le varie “razze” dell’uomo tramite una serie di criteri. Primo fra tutti Linneo, l’inventore della classificazione di genere degli esseri viventi. Uno dei criteri più generali e palesi per classificare l’essere umano fu quello del colore della pelle e nel corso degli anni, andando a sfociare agli inizi dell’Ottocento, i pareri a riguardo furono molto discordanti. Chi credeva nell’esistenza di sole due razze, chi invece a decine di razze diverse ma l’unico che riuscì a fare ordine in questa confusione di idee fu Charles Darwin, biologo e naturalista britannico. Darwin riuscì a comprendere straordinariamente che le differenze “superficiali” come il colore della pelle, la tipologia di capello o il colore degli occhi furono, seppur vistose, irrilevanti a livello genetico a differenza di caratteristiche nascoste (come quelle mentali) che invece ci accomunano tutti quanti.

I tratti caratteristici di una determinata popolazione (colore della pelle ecc…) sono frutto, anche se non solo, di un adattamento evolutivo in un determinato ambiente. Esempio palese è il colore della pelle nera: quest’ultima si tratta di una mutazione genetica che ha implicato un aumento considerevole di melanina per riuscire a sopravvivere in climi molto caldi. Oppure, gli occhi a mandorla delle popolazioni asiatiche, adattamento ereditato da alcuni antenati che vivevano nella gelida Siberia per resistere al freddo estremo. Lo è anche la posizione eretta dell’essere umano, ottenuta data la necessità dei nostri antenati di riuscire a visionare lunghe distanze per poter cacciare le prede. Un adattamento ottenuto nel bel mezzo della nostra separazione evolutiva dalle scimmie e sviluppato dopo millenni, come gli altri due citati in precedenza.

Così simili, così diversi

Luigi Luca Cavalli-Sforza fu uno scienziato e genetista italiano molto rinomato, scomparso lo scorso 31 agosto. Egli affermò come, a livello genetico, siano presenti in media più differenze da individuo a individuo, o in un gruppo, rispetto che tra popolazioni diverse. Gli antenati di tutti noi, provenienti dall’Africa, erano fondamentalmente simili a livello estetico, senza nessun particolare “colore della pelle” o forma del corpo particolare, in quanto nessuno si era ancora adattato pienamente al proprio ambiente. Questa provenienza comune è il motivo per cui sono presenti molte più differenze genetiche in piccoli gruppi invece che fra intere popolazioni. Per esempio esistono molte meno differenze genetiche fra europei e asiatici che fra varie etnie africane.

Secondo il genetista italiano, in conclusione, il razzismo non ha senso di esistere per il semplice fatto che a prescindere le razze non esistono. Esiste l’essere umano. Ciò che porta gli uomini a compiere atti di discriminazione razziale, a cui assistiamo o di cui siamo vittime ogni giorno, a scuola, alla fermata dell’autobus o altrove, sono il risultato di una più o meno sviluppata evoluzione culturale piuttosto che biologica. E la cultura non è trasmissibile geneticamente, ma solo grazie ad una corretta informazione. Il motivo per cui un bambino non si fa problemi a parlare o a dividere la propria merenda con un suo coetaneo “di colore” è perchè nessuno lo ha influenzato negativamente sotto questo punto di vista, impartendogli false idee di diversità. Al contrario, se il bambino fosse stato educato in maniera opposta, sarebbe cresciuto con la paura del diverso e del suo amico, senza sapere che in verità sono simili al 99,9%.

William Mongioj