La morte non ha mai ucciso nessuno

La morte è un bel problema, un problema tecnico, sostiene Yuval Noah Harari nel suo bestseller “Homo Deus”[1]. Da quel che ne sappiamo, nessuno ha mai visto il tristo mietitore all’opera. Nessuno strano tipo incappucciato con la falce viene a farci visita quando è ora del trapasso. Abbiamo esplorato questo pianeta in lungo e in largo, e anche in profondità. Nessuna traccia di Ade con i suoi capelli fiamma blu o delle tre parche intente a tagliare i fili della vita. Insomma, nessuno muore di morte. Se la vita fluisce via dal tuo corpo, è perché gli organi smettono di funzionare, le tue membra si deteriorano, incidenti o qualche malattia ti spediscono a concimare fiori anzitempo. Da questa prospettiva, se la morte è un problema tecnico, allora vuol dire che vi sono anche soluzioni. Salvatore Aranzulla ancora non ha fatto tutorial al riguardo, ma la scienza ci sta lavorando. L’immortalità è il fine ultimo, ma ad essere onesti è distante anni luce, pura fantascienza. Porta anche con sé dilemmi filosofici di non poco conto, oltre che numerosi problemi sul piano sociale, economico e politico. Nonché la fatidica domanda: davvero si vorrebbe vivere per sempre? Fortunatamente sono quesiti che si presenteranno in un lasso di tempo relativamente lungo. Al contrario, l’amortalità è qualcosa che sta acquisendo concretezza in questi anni e che nei prossimi decenni vedrà uno sviluppo decisivo.

https://creepypasta.fandom.com/it/wiki/File:Tristo_mietitore.jpg

Chi sono gli ‘Amortali’?

Il termine, nella sua prima apparizione in un articolo del TIME del 2009[2], vuole indicare quelle persone che adottano uno stile di vita che ignora la propria età. In altre parole, gli anni anagrafici non hanno più molta importanza nel momento in cui l’aspettativa di vita si allunga, permettendo a molte persone di vivere come ‘eterni giovani’, in senso figurato, ma non troppo . Concentrandosi all’aspetto scientifico, amoralità può essere intesa come la capacità di prolungare la vita in modo indefinito grazie alle nuove tecnologie, farmaci e trattamenti di vario genere. I veri amortali sono quelli che non hanno intenzione di far calare il sipario tanto presto. Un esempio? Ray Kurzweil, inventore e saggista americano, ammette di assumere circa 150 pillole ogni giorno, accompagnate da una dieta ferrea con lo scopo di estendere la propria vita oltre il limite biologico. La sua idea è di vivere fino al giorno in cui i progressi della scienza permetteranno di invertire il processo di invecchiamento andando ad operare sul materiale genetico. Oppure abbiamo il dottor Alex Zhavoronkov, che in un’intervista a VICE di qualche anno fa[3], dichiarava di assumere 100 medicine al giorno, tra integratori, vitamine, minerali e anche qualche farmaco sperimentale. Il suo scopo è il ‘modesto’ traguardo dei 150 anni.

http://m.dagospia.com/genio-o-stregone-ecco-chi-e-ray-kurzweil-l-uomo-che-si-nutre-solo-di-pillole-100-al-giorno-179235
Foto di Ray Kurzweil

Memento mori: no grazie.

C’è chi sostiene di poter intravedere la nascita di un nuovo paradigma. Per quanto i due sopracitati possano sembrare soltanto degli invasati, sono casi emblematici della nuova forma mentis che alcuni individui sperimentano. Da millenni l’uomo cerca di convivere con il lugubre pensiero del riposo eterno. La morte è sempre stata parte naturale della vita. Nell’antica Roma il “memento mori“, “ricordati che devi morire”, era un modo per tenere con i piedi per terra i generali che rientravano da una battaglia eccedendo in superbia. Un giorno la scienza potrebbe rispondere picche al tristo mietitore. Per quando riguarda oggi,  l’amortalità è una proposta allettante. Per prima cosa, però, bisogna liberarsi dell’accettazione della morte. Il cambio di mentalità è il punto cruciale. Una tale rivoluzione a portata di mano può spingere le persone a dedicarsi anima e corpo a questo progetto. Ciò si traduce nel sorgere di iniziative come il lifespain project[4], una piattaforma di crowdfunding per la ricerca sulla longevità.  Come sottolineava il dottor Alex Zhavoronkov, la nuova prospettiva è quella di vedere la morte non come qualcosa di inevitabile, ma una malattia degenerativa, che come tale, può essere curata. Non ci resta che attendere e vedere se le promesse della scienza verranno disattese o meno e quali conseguenze porteranno con sé, sempre se non moriamo prima.

[1] Yuval Noah Harari – “Homo Deus. Breve storia del futuro”

[2]http://content.time.com/time/specials/packages/article/0,28804,1884779_1884782_1884758,00.html

[3] https://www.vice.com/it/article/nn8xwg/intervista-medico-vivere-fino-150-anni-100-pillole-giorno-432

[4] https://www.lifespan.io/campaigns/

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