27 gennaio. Una data impressa nella mente di chiunque. Una giornata che celebra la memoria, il ricordo, ma anche la consapevolezza della crudeltà dell’uomo. Ventiquattro ore che servono a non dimenticare coloro che sono divenute vittime innocenti; come anche per non scordare che è l’uomo a essere stato terribile carnefice. Un anniversario per fare in modo che, nonostante la ciclicità della storia, almeno gli avvenimenti che hanno toccato la prima metà degli anni ’40 siano un segmento ben delimitato, con una fine segnata.

Il 27 gennaio del 1945 i sovietici entravano nel campo di concentramento polacco di Auschwitz, ritrovando circa 7000 sopravvissuti allo sterminio nazista. Tra l’1 e i 2 milioni di persone vi avevano già trovato la morte. Per questo è questo il giorno designato per essere chiamato della memoria, dedicato alle vittime dell’Olocausto e a tutti coloro che hanno sofferto per le persecuzioni.

I prigionieri di Auschwitz salutano i soldati russi che stanno per liberare il campo

Tra i sopravvissuti, molti hanno deciso di raccontare la loro esperienza, ciò che avevano visto e vissuto in quegli anni disumani. Lo stesso hanno fatto anche ebrei scampati alle grinfie tedesche, descrivendo la loro vita da fuggiaschi. E molte di queste storie sono poi diventate grandi film, o ne hanno ispirati altri, montati da alcuni tra i più abili registi per smuovere la coscienza collettiva.

 

I De Benedetti: la storia di chi è rimasto…

Una famiglia che (quasi) per intero è riuscita a non diventare anch’essa vittima è la famiglia genovese De Benedetti. Solo da poco la loro storia è nota e, se lo è, è grazie alla figlia Franca e a suo nipote Filippo. Franca è colei che è stata in grado di riportare alla luce i ricordi di paura e ansia di un’intera famiglia durante gli anni della guerra; colei che ha avuto la forza di aprirsi al nipote di sua sorella minore, affidandogli i suoi ricordi.

La famiglia De Benedetti era formata dai due genitori, Gino e Bice, e dai cinque figli: Bruno, Bianca, Aldo, Franca e Lia. Soggetti alle leggi razziali del 1938, cercano di ottenere la ‘discriminazione‘ da esse (cioè la possibilità di essere ‘discriminati’ dalle limitazioni, indette dalle leggi razziali, alla capacità giuridica per eccezionali benemerenze, meriti patriottici, combattenti o fascisti). Bruno, il figlio maggiore, manda una richiesta dichiarando di essere fascista, volontario della guerra in Spagna e di essersi convertito alla religione cattolica. Nonostante la ‘discriminazione’, però, i De Benedetti non si vedranno protetti tra le mura italiane.

I cinque ragazzi De Benedetti

Nel 1942 sono costretti a lasciare Genova per i bombardamenti e si trasferiscono a Levanto a casa della zia. Un anno dopo si spostano ancora, perché i nazisti sanno della loro presenza nella cittadina ligure e sono intenzionati a deportarli. Si dividono e cambiano spesso luogo, fino a riunirsi tutti insieme a Como a fine novembre. Da qui, pagando due contrabbandieri, decidono di lasciare definitivamente l’Italia alla volta della Svizzera. Il 30 novembre 1943 i De Benedetti salutano la loro patria. Ma non tutti, perché Bruno, preoccupato per il fatto che siano in troppi e di come quindi possa essere più facile per i tedeschi catturarli, decide di restare.

Passati, tra la paura e la fretta, i confini, la famiglia si ritrova in territorio svizzero, dove vengono accettati. Inizia per loro la vita da internati nei campi di raccolta. Diventano come gli altri profughi degli esseri senza volontà propria, costretti a spostarsi in continuazione verso luoghi che non sta a loro decidere. Franca dirà in seguito:

Non siamo più persone con una propria volontà, siamo degli internati che possono essere sballottati da una parte e dall’altra senza poter dire niente. Ma la vita è salva anche se i cuori sono chiusi in una morsa.

Solo il 10 maggio 1945 gli (ormai solo) sei De Benedetti rientrano a Genova, la loro città. Ritrovano la casa, anche se il palazzo è pericolante. E a partire dagli anni ’90, Franca ritrova anche la forza per raccontare la loro storia.

 

…E di chi è scomparso

Purtroppo, solo sei De Benedetti tornano sani e salvi. La sorte di Bruno è differente. Lui infatti viene tradito da un tassista e deportato il 2 agosto 1944, dopo aver passato 8 mesi nel campo di Fossoli. Arriva ad Auschwitz il 6 agosto, per poi essere spostato a Dachau il 27 ottobre. Qui trova la morte due mesi dopo.

Bruno Benedetti con la divisa militare

Il resto dei De Benedetti scoprono l’intera vicenda solo anni dopo. Passano mesi, una volta tornati a Genova, a recarsi in stazione per chiedere di lui. Per sei lunghi anni sanno solo che il giovane è stato deportato, senza avere più alcun tipo di notizie.

 

Bastardi senza gloria

A storie come questa, di paura reale, di prigionia anche senza essere dietro le sbarre, di persecuzione ed accanimento, se ne accompagnano molte altre, sia effettivamente accadute, sia invece create da sceneggiatori e registi. Una di queste è quella raccontata nel film ‘Bastardi senza gloria‘. Tarantino decide di raccontare la seconda guerra mondiale in una prospettiva un po’ differente, ma comunque efficace. La situazione ebraica è trattata dagli occhi dei soldati e di una giovane proprietaria di un cinema di Parigi.

Una scena del film ‘Bastardi senza gloria’

Non vi è la canonica descrizione dei deportati nei campi di concentramento e di sterminio, bensì una sorta di ‘rivincita‘ delle prede che si scagliano contro i cacciatori. La squadra dei Bastardi è composta da soldati ebrei con lo specifico compito di stanare ed uccidere i soldati nazisti. La ragazza, Shosanna Dreyfus, decide invece di dare alle fiamme la sua sala cinematografica gremita di ufficiali tedeschi, così da vendicare la sua famiglia massacrata dal colonnello Hans Lada e tutto il resto della sua gente, ingiustamente presa di mira dai nazionalsocialisti.

La tragicità degli eventi della seconda guerra mondiale viene raccontata in modo innovativo ma esplicito e pungente. Lo spettatore ha la possibilità di vedere un’altra faccia della storia, così da avere ancora più chiari i fatti, e le conseguenze di essi.

 

Insomma, le testimonianze di questo oscuro pezzo di storia sono molte. Tutte per smuovere. Per ricordare. Per far riflettere. E per impedire un ritorno simile, di qualsiasi tipo.

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Studentessa di Lingue, Comunicazione e Media presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano

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