Il dottor Hannibal Lecter

Il dottor Hannibal Lecter è un personaggio immaginario, frutto della mente del geniale Thomas Harris. Hannibal nasce in Lituania poco prima della Seconda Guerra Mondiale da una ricca famiglia aristocratica. Per sfuggire alle atrocità della guerra, il padre decide di trasferire la famiglia in una tenuta nei boschi. Poco prima della fine della guerra Hannibal vede morire i genitori a causa del bombardamento della tenuta. Il bambino e la sorella più piccola sono gli unici superstiti. Il giorno seguente alcuni lituani collaboratori dei tedeschi occupano la tenuta e, per mancanza di viveri, uccidono e si cibano di Misha. Confuso dal freddo e dalla fame, Hannibal senza rendersene conto, accetta alcune parti della piccola. Terminata la guerra e passato un breve periodo in un orfanotrofio, Lecter viene adottato dallo zio e sua moglie, Lady Murasaki. Per lei Hannibal prova ammirazione e rispetto, un sentimento che presto si scoprirà essere amore. Proprio in nome della donna il ragazzo commetterà il primo omicidio. Il ricordo di Misha continua a tormentarlo, così Hannibal parte alla ricerca dei suoi assassini e li uccide uno per uno, viaggiando dalla Francia alla Lituania e fino in Canada. Nel frattempo si laurea in medicina, con specializzazione in psichiatria. Diventa un illustre psichiatra e poi un criminologo di fama mondiale, con la passione dell’arte e della cucina. Il suo nome diventerà illustre, anche e soprattutto una volta scoperta la sua attività di omicida che si caratterizza per la sua passione per la carne umana, pietanza principale della maggior parte dei suoi pasti.

Il giovane Hannibal in “Hannibal Lecter – Le origini del male”

Il cannibalismo: miti e tabù

Il tema dell’antropofagia, o cannibalismo, ricorre nei racconti di diverse culture ed epoche, in quanto tabù, mito perturbante e affascinante allo stesso tempo. Nella cultura greca ad esempio nei passi dell’Odissea riservati al gigante Polifemo. In quella occidentale questo fenomeno fa capolino nelle fiabe di Pollicino di Charles Perrault, Hänsel und Gretel, raccolta dai fratelli Grimm e Jack e la pianta di fagioli, resa famosa da Joseph Jacobs. Gli antropologi hanno individuato diverse tipologie dell’agire cannibalico a seconda che si tratti di un rito celebrativo, di una condizione estrema, di una pratica medica o del frutto di una mente malata. Il cannibalismo gastronomico ed il cannibalismo come perversione ricorrono con più frequenza nelle società occidentali degli ultimi tre secoli. A queste è possibile ricondurre il personaggio di Hannibal Lecter.

Hannibal e le norme sociali

Il cannibalismo praticato da Lecter è uno degli elementi che compongono una personalità di paradossale complessità. La sua stessa patologia non può essere etichettata, dato che non esiste un termine adatto a classificarla. Ciò che manda in corto circuito le norme sociali e le tipizzazioni culturali è il fatto che il personaggio finzionale di Harris smentisce l’assunto secondo cui un soggetto di buone maniere, dalle capacità intellettive superiori alla norma, con una cultura elevata non possa agire come un serial killer cannibale. La società etichetta il dottor Lecter come normale per le sue capacità professionali e addirittura raffinato per i suoi gusti gastronomici e culturali. Allo stesso tempo lo classifica come folle per le sue tendenze cannibaliche. Un cannibale-esteta come il Lecter letterario manifesta il disturbante legame che esiste tra civilizzazione e barbarie.

Il dottor Hannibal Lecter nel carcere di massima sicurezza di Baltimora in “Red Dragon”

Siamo tutti cannibali

Claude Levì-Strauss è stato un antropologo, etnologo e filosofo francese. Per più di dieci anni offrì una serie di articoli dedicati alla società contemporanea. Lévi-Strauss affronta il problema del cannibalismo, alla luce di due eventi lontani tra loro negli anni, ma vicini per la problematica che li accomuna. Nel 1956 un biologo americano, Carleton Gajdusek, scoprì in Nuova Guinea una malattia sconosciuta che colpiva pressappoco ogni anno una persona su cento. La malattia causava la degenerazione del sistema nervoso centrale che si manifestava con un tremore incontrollabile e la morte. Da qui il nome della malattia, kuru, che in lingua significa appunto tremare. Qualcosa di simile accadeva nel mondo occidentale trent’anni più tardi sotto il nome di malattia di Creutzfeldt-Jakob. Gajdusek provò che le due malattie erano in realtà la stessa. Inizialmwente si pensava che il kuru fosse una malattia di origine genetica ma a detta di un gruppo di etnologi coinvolti nelle ricerche, la malattia avrebbe potuto essere l’effetto delle pratiche cannibaliche invalse presso le popolazioni della Nuova Guinea. Mangiare il cadavere dei parenti deceduti è, in queste lontane regioni, testimonianza di affetto e rispetto nei loro confronti. Della cura e smembramento dei cadaveri si occupano le donne, bollendo gli organi che poi in comunità sarebbero stati assunti. Le donne restavano quindi contaminate nel corso di tali pratiche rituali, a loro volta estendendo la malattia ai figli. Si assistette in Francia e Gran Bretagna, ad alcuni casi di malattia di Creutzfeld-Jakob, manifestatisi nelle vittime a seguito di iniezioni di ormoni o trapianti di membrane provenienti da cervelli umani.

Una simpatica popolazioen della Nuova Guinea che si dedica a pratiche cannibaliche

Ognuno chiama barbarie quello che non è nei suoi usi

Scrive Levì-Strauss: Qualcuno forse contesterà un simile accostamento, ma se si introduce in un organismo una certa quantità della sostanza altrui, che differenza c’è tra il farlo per via orale o per via sanguigna, mediante l’ingestione o con un’iniezione?. Il confine che separa una pratica cannibalica per assunzione diretta come nel caso dei selvaggi della Nuova Guinea, da una indiretta, il caso degli occidentali, è labile, se non inesistente. Certo, si potrebbe obiettare che è l’appetito bestiale per la carne umana a rendere orribile il cannibalismo. In tal caso si dovrà limitare la condanna a poche manifestazioni estreme escludendo dalla definizione di cannibalismo altri casi attestati nei quali esso si impone come un dovere religioso, spesso compiuto con una ripugnanza che provocano malessere e vomito. Per quanto gli oceani possano dividere e gli anni separare, non è mai netto il confine tra pratiche che paiono apparentemente non coinvolgerci, ma in realtà si trovano già da sempre radicate in noi.

 

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