L’uomo è un mistero che va risolto, dice Dostoevskij, in tutta la sua essenza e in tutte le sue molteplici sfaccettature, passando per i corridoi più profondi della psiche e approdando mai ad un punto d’arrivo definitivo. Può l’uomo conoscersi nella sua vera natura? Ha coscienza di chi è realmente? La curiosità che il fenomeno onirico ha suscitato e continua a suscitare è scaturita dall’estrema difficoltà nello spiegarne le cause e le origini, quando proprio nel sogno cerchiamo le risposte a queste e ad altre domande.

Nei sogni è la verità?

L’attività onirica è insita nella natura umana: sognava l’uomo di Neanderthal, e sognerà, vogliamo sperare, l’uomo che vivrà. Tale concezione nel mondo greco arcaico è sorprendente se si pensa che il sogno non è solo ciò che “incombe” sul dormiente durante la notte, ma è anche una sorta di catarsi, di esorcismo di paure collettive. Omero, nell’Odissea, parla di porte dei sogni, una d’avorio e l’altra di corno, per distinguerne due gruppi: quelli privi di importanza e riferibili solo ad avvenimenti comuni e quelli portatori di verità. La visione omerica del sogno è retaggio della grecità arcaica: l’apparizione notturna è entità autonoma che visita l’uomo per profetizzargli avvenimenti futuri (benevoli o funesti), ammonirlo, aiutarlo e talora addirittura ingannarlo. È questa la concezione tipica delle società antiche: la difficoltà di comprensione delle dinamiche inconsce ed il timore che da esse scaturisce portano necessariamente ad associarle ad una realtà altra rispetto all’uomo, il quale, pertanto, non le produce, ma le subisce. Più tardi, Platone arriva a considerare i sogni espressione del mondo delle idee, di un paesaggio interiore che si contrappone alla realtà e alla materialità, idee che possono riflettere anche desideri estremi, privi di confini morali e di regole e che pertanto discernono la persona buona, che si limita a vivere questi desideri solo nelle immagini, da quella cattiva, che le traduce in realtà. La valenza simbolica dell’esperienza onirica, o meglio, della duplice valenza che il linguaggio onirico assume, è estremamente apprezzabile persino nell’ambito della letteratura religiosa. Nella Genesi 41, i sogni delle vacche magre e delle spighe di grano vuote sono interpretazioni come di presagi di un’incombente carestia. Parimenti, nel Nuovo Testamento, un angelo appare in sogno a Giuseppe, annunciandogli che il figlio non ancora nato di Maria è stato concepito dallo Spirito Santo. Un’indicazione concreta di una presunta realtà che i sogni nascondono si constata nell’aiuto che essi hanno fornito a filosofi e scienziati, come Kekulé e Descartes, nelle loro celebri scoperte. Kekulé dedusse da un’immagine onirica la struttura dell’anello benzenico, un fenomeno importantissimo della chimica organica. Descartes fece tre sogni che indirizzarono la sua vita verso la filosofia. Ancora in letteratura, Stevenson, dopo anni passati a cercare una storia per descrivere la duplice essenza degli esseri umani, sognò l’intreccio de Il dottor Jekyll e Mister Hyde. Afferma Jung, in un passo di Analisi dei sogni: Preso in senso psicologico, ogni animale rappresenta, nell’uomo, l’istinto. Nella misura in cui funzioniamo in modo automatico o istintivo siamo degli animali, perché il nostro comportamento non differisce in alcun modo da quello dell’animale. Possiamo dire che un animale, ogni volta che si presenti in un sogno, sia un istinto ma – attenzione! – è sempre un istinto molto particolare, non assolutamente l’istinto in senso generale. Un leone o un grande serpente significano qualcosa di molto diverso. Quindi cos’è il sogno? Una rivelazione o uno sfogo inconscio della nostra vera essenza? Molto semplicemente, la via maestra verso l’inconscio stesso. Mentre dormiamo, la nostra parte cosciente tende anch’essa ad addormentarsi, insieme ai freni inibitori e alle resistenze che impediscono ai nostri istinti più profondi di emergere durante la veglia. Durante il sonno, pertanto, il nostro inconscio viene fuori attraverso i sogni. Freud sostiene che il sogno rappresenti un tentativo della mente di appagare un desiderio inconscio, di solito non ammesso dalla nostra coscienza morale. A tal proposito, afferma Scholz: Nei sogni è la verità, nei sogni impariamo a conoscere noi stessi nonostante tutte le maschere, nobili o vili, che mostriamo al mondo.Per quel breve, eterno attimo e più tardi nel vario susseguirsi dei ricordi, vi è, nel sogno d’immagini, una compresenza originale dell’umano e dell’animale, della coscienza e della bestialità. E’ per questo motivo che i sogni sono stati associati ad esperienze allucinatorie, assimilabili a forme di delirio nelle quali esperienze, paure e desideri vengono reinterpretati dalla nostra mente alla luce di istinti e pensieri occulti.

Sogno o son desto
L’interpretazione dei sogni, Sigmund Freud

La nascita della psicologia moderna, per cui dobbiamo tanto a Freud, ha fornito molte suggestioni alla produzione artistica della prima metà del Novecento, che si serve del concetto di inconscio per fare emergere alcune delle caratteristiche più ignote dell’animo umano, per mascherare l’ipocrisia sociale della borghesia del tempo. Percezioni, emozioni e illusioni che il sogno fornisce vengono scandagliate e trasfigurate in immagini, dando vita a figure irreali, talvolta illogiche, e surreali. E’ Salvador Dalì il pioniere dei surrealisti, la cui arte ruota attorno al subconscio come mezzo per sbloccare il potere dell’immaginazione, lontana dal razionalismo e da schemi predefiniti, predica un’arte spontanea e di forte impatto visivo. Dunque, le immagini che l’artista cerca di fissare sulla tela nascono dal torbido agitarsi del suo inconscio, ma riescono a prendere forma solo grazie alla razionalizzazione del delirio onirico. Da questo metodo nascono immagini di straordinaria fantasia, tese a stupire e meravigliare per la grande artificiosità, a partire dalla loro concezione, fino alla loro formazione.

Sogno o son desto
Sogno causato dal volo di un’ape intorno a una melagrana un attimo prima del risveglio, Salvador Dalì

Inception, il finale mancato

L’affascinante e oscuro mondo dell’inconscio viene fissato anche sul grande schermo da Christopher Nolan, che con Inception (2010) unisce suggestioni provenienti da una dimensione fatta di più livelli di profondità. La pellicola ha vinto ben quattro premi Oscar del 2011, miglior sonoro, migliore fotografia, migliori effetti speciali e miglior montaggio sonoro. La storia è quella di Dom Cobb, ricercato in tutto il mondo perché è in grado, con la sua squadra, attraverso trucchi e stratagemmi e un sofisticato meccanismo a timer, di carpire nel sonno i segreti più profondi delle persone. Per questo suo talento fuori dal comune entra in contatto con Saito, un potente industriale di origini giapponesi, il quale gli commissiona un lavoro opposto ma altrettanto difficile: non estrarre i pensieri ma innestare un’idea precisa nella mente di un uomo. Si tratta di Robert Fischer Jr ed è l’erede dell’anziano rivale d’affari di Saito, il quale cerca di convincerlo del fatto che l’unica cosa da fare sia distruggere l’impero ereditato. La trama contorta e impegnativa, che si muove tra sogno e realtà, è il riflesso del nucleo tematico del film, l’incredibile capacità di Dom Cobb di leggere i messaggi dell’inconscio durante il sonno, rivelandone le insidie. Essa è anche (e soprattutto) un gioco di prestigio e un velato anticipo di quello che è il punto d’arrivo, un epilogo ancora frutto di un acceso dibattito. Per Cobb, il totem, l’elemento che gli permette di mantenere un contatto con la realtà, è rappresentato da una trottola. Se essa, dopo essere stata lanciata dal suo possessore, continua a roteare all’infinito, ci si trova nel sogno. In caso contrario, si è nella realtà. Nella scena finale di Inception, Cobb, un attimo prima di ricongiungersi ai suoi figli, lancia la trottola sul tavolo. La osserviamo mentre gira su se stessa e, dopo quello che sembra essere un sussulto (preludio ad un’interruzione nel moto dell’oggetto), il film si interrompe bruscamente, senza rivelare se il personaggio si trovi effettivamente nella dimensione reale. Si tratta di un finale cervellotico in linea con la natura del film stesso, che fa della reiterazione del proprio meccanismo (il sogno, appunto) trappola e livelli di gioco, che scavano sempre più in profondità, generando un senso di spaesamento, di ambiguità, che induce inevitabilmente Cobb e gli spettatori a chiedersi di continuo se sia possibile distinguere un sogno da ciò che non lo è. Il mancato finale lascia lo spettatore in balia di una serie di domande circa il reale significato e la sua corretta interpretazione: è possibile, quindi, attraverso la registrazione di attimi e immagini, fissare e interpretare i segnali dell’inconscio? E’ possibile, alla fine, conoscerci davvero?

Sogno o son desto
Inception (2010)

Valeria Parisi

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