“Libertà l’ho vista dormire nei campi coltivati

a cielo e denaro a cielo ed amore

protetta da un filo spinato

Libertà l’ho vista svegliarsi

Ogni volta che ho suonato”

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Fabrizio De Andrè

Nel testo della canzone “Il suonatore Jones”, capolavoro di Fabrizio De Andrè, compaiono questi versi, recitati con la pacatezza delicata e discreta propria del cantautore genovese sulle note di una melodia mesta, dalla malinconia sottile e tagliente.

La tenerezza aspra di questa poesia sussurrata di soppiatto e la musica stessa che fa da sottofondo a queste dolci parole, raccontano la storia di un flautista, Jones. Nell’incipit del brano, nello specifico, De Andrè si sofferma su un particolare preciso dell’animo del suonatore, quello di leggere significati altri nella contingenza, significati più profondi, rievocativi e pregnanti.

Mentre in un vortice di polvere tutti non vedono altro che un segno della siccità, infatti, Jones riesce a valicare la banalità mediocre delle sensazioni visive che si prospettano attorno a lui e, facendo leva sul potere salvifico dell’immaginazione, vede materializzarsi sullo sfondo di un’apparente aridità il ricordo della gonna di Jenny che si agita in una danza antica.

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Nella reminiscenza sfuocata delle balze di una sottana di una fanciulla di altri tempi, si scorgono, allora, i colori di un’anima bella, tra toni tenui e coloriture intense, che annoverano le sfumature di una vita vissuta con gli occhi aperti sul mondo e il cuore spalancato all’emozione.

La libertà, quella sognata, bramata, rincorsa, che si assopisce tra i campi in cui si fatica che diventano terreno fertile per insidie e disvalori, si risveglia ogni volta che un musicista tocca le corde del suo strumento e lascia vibrare incontrastate quelle della sua interiorità, all’unisono.

Nell’ingenuità della vocazione di Jones vi è per questo il coraggio di una scelta, quella di non rinunciare ai propri sogni barattandoli con surrogati di gioie terrene, e ancor più quella di non abbandonare in nessun momento della sua esistenza quell’ideale di libertà che lo renderà coerente e felice fino alla morte, una morte stoica, vissuta appieno, con ironia intelligente e incosciente irriverenza, con un flauto spezzato tra le mani e un ridere rauco, con tanti ricordi nella mente e nemmeno un rimpianto nel cuore.

Tra i tanti miracoli che la musica opera, quello che tra tutti conferisce a quest’arte una funzione esistenziale, è la sua straordinaria capacità di poter convertire la più modesta delle vite in un capolavoro.

Condicio sine qua non perché questa singolare metamorfosi si compia è la predisposizione d’animo del musicante, che diventa musicista proprio nel momento in cui si instaura un dialogo tra la sua interiorità e ciò che lo circonda e quelle note che risuonavano dapprima solo tra le soffitte e gli attici dei suoi pensieri diventano dono generoso per l’altro.

Non a caso, al suonatore Jones piace lasciarsi ascoltare.

E’ in quest’ottica che la musica è libertà e la libertà non è un atto egoistico, la ricerca disperata di un misantropo che rivendica uno sfogo in solitudine per i suoi sprazzi di follia, ma la più generosa delle attitudini.

I moralisti culturali e il ruolo ambiguo di dischi e media

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Umberto Eco

Umberto Eco, tra gli altri, affrontò il problema di quelli sono talvolta definiti “moralisti culturali”, ovvero coloro che lamentano la vendita e il consumo di “musica fatta a macchina” e di “musica in scatola”, concetti che il celebre intellettuale pone tra virgolette per rimarcare la sua contrarietà e la scarsa appropriatezza di tali locuzioni.

L’opera d’ostruzionismo dei paladini in questione li vede in particolare avversi ai dischi, alle radio e a qualsivoglia sistema di produzione e riproduzione tecnica del suono.

Lo scrittore specifica che se si volesse applicare un simile parametro di giudizio si dovrebbe ammettere che sin dalla notte dei tempi l’intero panorama musicale, ad eccezione della musica vocale, è stato prodotto per mezzo di macchine.

D’altronde, flauti, trombe e violini non sono null’altro se non strumenti capaci di emettere suoni solo se maneggiati da un tecnico e, nel caso del pianoforte, per esempio, all’abilità del suonatore si deve coniugare la mediazione di un complesso sistema di leve che implica l’intervento di una ulteriore figura specializzata per essere messo a punto, quella dell’accordatore.

Probabilmente, aggiunge Eco tra le sue considerazioni, è vero che intercorre un rapporto pressoché organico tra un musicista e il suo strumento e porta il primo a considerare il secondo un prolungamento del proprio corpo, al pari di un arto, carne della propria carne.

Tuttavia è anche vero, continua lo studioso, che nessuno ha mai dimostrato che tale simbiosi si verifichi esclusivamente nel caso in cui lo strumento conserva un carattere manuale.

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Pertanto, non è la complessità del congegno ad influire sulla possibilità di “umanizzare” uno strumento.

Inoltre, dischi e radio conferiscono a testi dall’ineguagliabile spessore l’opportunità di andare al di là del tempo e dello spazio, di far vivere e rivivere il ricordo del talento di chi li ha composti e interpretati e consentono a tali brani di diventare classici.

Questo il parere di Eco, che con una serie di ragionamenti logici riesce a smontare le argomentazioni dei moralisti culturali, che oggi più che mai risultano particolarmente avulsi dalla realtà attuale della musica.

Sì al progresso tecnologico, no al regresso emotivo

Oggi, infatti, grazie ai media e ai più moderni apparecchi tecnologici, tutti abbiamo l’opportunità di ascoltare ed apprezzare la musica in qualsiasi luogo, momento e circostanza. Si ascolta la musica in auto, nei negozi, per le strade, in metro o in treno.

Mp3, smartphone e apposite app quali youtube e spotify, poi, consentono di avere in tasca un vero e proprio universo musicale a portata di mano a cui poter attingere quando si ha voglia di sentire un qualsiasi brano. Questo ha reso la musica un’autentica compagna di vita per quanti hanno voluto dare una colonna sonora alla propria esistenza, sperimentando e sfruttando il progresso tecnologico per educarsi all’ascolto.

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Tuttavia, forse, come spesso accade, avere una gamma così ampia di scelte ha comportato ineluttabilmente un intorpidimento di coscienze negli ascoltatori medi che, impigriti dalle comode modalità di ascolto, hanno dimenticato la bellezza della musica dal vivo e questa sorta di degenerazione potrebbe costituire un dato a sostegno per le critiche mosse dai moralisti culturali verso radio e dischi.

La musica, così come ogni altra arte, rappresenta uno specchio dei tempi ed una cartina al tornasole che recepisce le istanze di ogni epoca ed è giusto, perciò, che assieme al tempo che trascorre e cambia, si evolva anche il modo di fare musica ed il modo di ascoltarla e le opportunità per approcciarsi ad essa si moltiplichino.

Dobbiamo ricordare, però, che tali opportunità rappresentano dei semplici strumenti nelle mani dell’uomo e, come tutti gli strumenti che si rispettino, si deve imparare ad utilizzarli nella maniera corretta perché non diventino armi a doppio taglio, poiché presentano pro e contro che sta all’intelligenza e alla capacità di discernimento personale riuscire a riconoscere e gestire.

I giovani e la musica oggi: quali aspettative per il domani?

E’ una concezione diffusa, ai nostri giorni, quella secondo cui i più giovani si dilettano solo nell’ascolto di canzoni minori e generi quali la trap, che annovera testi spesso vuoti di contenuti o addirittura sgradevoli e contempla melodie ridondanti che poco hanno di realmente musicale.

Sferaebbasta, trapper

Eppure, se si provvedesse ad educare all’ascolto i ragazzi, e ancor prima i bambini, ad una musica che sia realmente degna di essere definita tale e si facesse loro riscoprire l’emozione unica che concerti e teatri regalano e che difficilmente un apparecchio elettronico può e sa riprodurre, quell’esigenza primigenia di nutrire il proprio animo con la bellezza dell’arte autentica tornerebbe in auge anche nelle nuove generazioni.

Ben vengano, perciò, tutti gli strumenti che rendono la musica accessibile a chiunque in ogni contesto, ma che restino un supporto e non diventino una sostituzione in toto dei più classici modi di ascoltare, produrre e riprodurre quei suoni che, nell’anarchia esistenziale, trovano un’armonia e un senso nella musica.

musica

“Sentivo la mia terra vibrare di suoni, era il mio cuore”, canta ancora il Suonatore Jones di De Andrè. Ognuno di noi ha una terra fertile al di qua del cuore, che vibra all’unisono con quelle sensazioni intense che assimilano la vita alla corda di una chitarra, su cui siamo funamboli.

La bellezza, l’anelito all’infinito, la brama di arte, la fame di verità, la ricerca di un ordine discreto e lenitivo, si risolvono quando a pizzicare quella corda tesa sono emozioni buone, autentiche.

I nostri cuori, che amano e ricercano la musica nelle note intessute sul pentagramma che si distingue nelle pieghe che increspano la monotonia dei nostri giorni e sulle rughe che compaiono sui nostri volti, attendono che la libertà, che si assopisce negli affanni e si vivifica nello stupore, si risvegli ogni volta che vorremo suonare e riscoprire il suonatore Jones che è in noi.

Ci sarà allora, nella nostra memoria, una gonna di Jenny che darà alla siccità i colori della speranza e alla penuria di sentimenti la forma dell’amore, poiché, come De Andrè concluse in un’intervista circa questa sua splendida canzone, solo chi ama trionfa sulla vita.

Mariachiara Longo

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