Scienza, etica, politica. Il legame è indissolubile. Non sempre chi si occupa di progresso scientifico ha come fine la ricerca della verità, non sempre è obiettivo e imparziale. Non sempre chi fa politica sceglie di finanziare progetti etici e pro sociali. Ma, da sempre, vi sono pensatori rivoluzionari e pensatori dello status quo, al servizio del potere. Quest’ultimo è il caso dei comportamentisti. Sono gli anni fra le due grandi guerre del ‘900, in America il movimento del Behaviorism impera e domina la scena in modo totalitario e fondamentalista.

ambiente
Behaviorism (fotofilia.com)

Sulla natura del cervello

La questione gnoseologica, sulla natura della conoscenza – quanto di ciò che conosciamo è determinato da vincoli innati e quanto da ciò che è appreso? – attraversa la storia del pensiero occidentale. Nel XX secolo, per trovare una risposta adeguata, la questione cominciò a ruotare intorno alla natura del cervello e ci si chiese: il nostro cervello ha funzionamento dominio generale dominio specifico? E ancora: assomiglia di più ad un foglio bianco in cui possiamo scrivere tutto ciò che vogliamo, o ad un computer con un hardware fisso e quindi vincolato da strutture innate? A partire dagli anni ’60 del Novecento il Cognitivismo e le Neuroscienze dimostreranno la modularità della mente e la specificità neurale: il cervello è come strutturato in moduli specifici, geneticamente determinato e in buona parte già cablato. Dopo di che l’epigenetica ci suggerirà che sì, il cervello è dominio specifico, ma l’apprendimento umano è dato dall’interazione tra geni e ambiente. Perché ad un certo punto c’è stata questa inversione di rotta? Per quale motivo negli anni fra le due guerre mondiali la psicologia era dominio di un movimento empirista e corrotto? In questa vicenda, storia, politica, etica e scienza si intrecciano meravigliosamente.

tabula rasa
La mente come la vede un comportamentista: un foglio bianco su cui possiamo scrivere ciò che vogliamo. (www.google.it)

‘Psychology as the behaviorist views it’

1913, John Watson (1878-1958) pubblica “La psicologia così come la vede il comportamentista” , futuro manifesto del movimento. Nasce il Comportamentismo: l’oggetto di studio della psicologia è quindi il solo comportamento osservabile, o meglio, i contenuti psichici nei termini della loro manifestazione empirica. La psicologia comportamentista ha ora l’ambizione di elevarsi a scienza rigorosa, per questo si rifiuta di occuparsi di ciò che non esperisce. L’individuo è una black box, al cui interno non è possibile guardare, e la sua mente è simile a una tabula rasa, perciò poco importano i talenti o le inclinazioni, tutto ciò che conta è l’ambiente e le esperienze che si fanno. Il segreto di questo movimento stava però nell’impatto socio-politico delle teorie dominio generali. Karl Lashley (1890-1958) propose un principio emblematico, quello dell’equipotenzialità: non c’è alcuna modularità, ogni parte del cervello può svolgere qualsiasi compito, non ci sono specializzazioni. Questa teoria americana molto antirazzista si sposava bene con la politica del dopo guerra, mentre le teorie innatiste puzzavano di arianesimo, di nazismo. Il già citato Watson porta questo concetto alle sue estreme conseguenze quando in un passo del “Behaviorism” divenuto celebre lancia la seguente sfida: “Datemi una dozzina di bambini di sana e robusta costituzione e un ambiente organizzato secondo i miei principi, e vi garantisco che sarò in grado di prenderne uno a caso e di educarlo a diventare qualunque tipo di specialista io possa scegliere […] indipendentemente dal suo talento, inclinazioni, tendenze, capacità, vocazioni e razza dei suoi antenati”.

scimpanzé
Gua (scimpanzé) e il suo amico Donald (figlio dei Kellogg), particolarmente affiatati. (Il Blog di Heidi)

Un assurdo progetto

Cosa intende Watson quando dice che ha bisogno di un ambiente che segua i suoi principi? Di quali condizioni sta parlando? La risposta ce la fornisce un assurdo esperimento ideato nel 1927 da un professore di psicologia dell’Università dell’Indiana, Winthrop Kellogg. Insieme alla moglie, pensò bene di allevare una scimmia antropomorfa in un ambiente umano, insieme al loro figlioletto Donald. Lo scopo dei Kellogg era dimostrare che l’ambiente determina ogni cosa. Se esso è l’unico fattore rilevante allora una scimmia allevata in un ambiente umano potrà sviluppare capacità umane. Quando nel 1931 la scimmietta Gua si trasferì a casa dei Kellogg aveva sette mesi e mezzo mentre Donald ne aveva dieci, ma gli scimpanzé sviluppano più rapidamente nell’infanzia perciò la situazione era ben equilibrata. Gua fu trattata come un infante normalissimo: vestita come le bambine dell’epoca, le insegnarono a usare il vasino, le spazzolavano i denti, mangiava gli stessi cibi di Donald e aveva gli stessi orari per il sonno e il bagnetto. La scimmietta era più divertente del bambino, più affettuosa, più disponibile e molto più svelta ad imparare ogni tipo di compito imposto dalla vita civile. Era lei la leader, Donald spiccava solo in un campo, quello di imitatore o seguace. L’esperimento andò avanti per ben nove mesi. I due coniugi ne erano follemente convinti.

La scienza al servizio del potere

Gua fu rimandata allo zoo nel momento in cui i due genitori-scienziati si accorsero che Donald a diciannove mesi riusciva a dire in inglese tre parole, mentre un bambino americano medio alla stessa età ne pronuncia più di cinquanta e forma delle frasi. I Kellogg avevano cercato di educare una scimmia a diventare un essere umano. Successe invece che Gua stava educando un bambino a diventare una scimmia. Eppure i due non furono presi per pazzi, perché un esperimento del genere andava a nozze con la teoria democratica del sogno americano: se potenzialmente siamo tutti uguali, tutti possono arrivare al vertice, tutti possono farcela! Watson e gli altri comportamentisti fecero proprio l’ethos utopistico-democratico dell’american way of life. La psicologia uscì dagli ambiti accademici legandosi alla politica e alle esigenze dell’industria (soprattutto quella bellica) e della pubblicità. E scavalcò l’etica. Tutta la psicologia comportamentista è psicologia comparata, cioè che usa gli animali come cavie. Il piccione kamikaze di Skinner, il gatto nella problem-box di Thorndike, la salamandra di Weiss e così via. Il comportamentismo non fu solo la manifestazione della scienza al servizio del potere, fu anche una vera e propria forma di riduzionismo. La complessità umana non è riconducibile ad una semplice sequenza di stimolo e risposta, o al semplice comportamento osservabile. La rivoluzione cognitivista degli anni ’60 riporterà finalmente in auge concetti demonizzati dal comportamentismo ormai sconfitto e riprenderanno gli studi sulla memoria, sull’attenzione, sulla coscienza. Quello che non vediamo è molto più profondo e interessante di ciò che è osservabile, ma la psicologia americana aveva oscurato e dimenticato l’iceberg freudiano che, fortunatamente per il benessere del nostro inconscio, sarebbe presto tornato a galla.

Cristiano Bacchi

 

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