Le cause

Molteplici sono le cause che possono portare una persona a compiere azioni di questo genere. Questo, perchè molteplici sono le scuole di pensiero adottate dai vari studiosi. Ad esempio Vickers e Kitcher, due autori i quali nel 2003 ipotizzarono due situazioni per spiegare il fenomeno: un uomo di nome Adam è attratto da una donna chiamata Eve, le propone di avere un rapporto sessuale al quale lei rifiuta. Adam insiste nonostante i suoi rifiuti, ma non forza la cosa. Nella seconda situazione si ripete la “scenetta”, qui però abbiamo Tarquin e Lucretia. A sto giro l’uomo forza la donna costringendola ad avere un rapporto con lui. I due autori vogliono dunque spiegare come questo “gene dello stupro“, che portiamo dentro di noi per motivi evolutivi, non “spunti” fuori a causa di disposizioni psichiche o impulsi esterni, bensì vada sviluppandosi in base a chi ne è predisposto. Da qui, la differenza fra Tarquin e Adam: uno ha sviluppato questa condizione, magari a causa di traumi o sentimenti repressi, mentre l’altro no.

Nella ricerca delle cause di uno stupro o più in generale della coercizione, è dunque inevitabile tenere in gioco la variabile traumatica. Essere vittime stesse di stupro, per esempio, garantisce molte più probabilità di diventarne artefici in futuro se non si è in grado o nelle condizioni necessarie di metabolizzarlo col tempo. Ciò potrebbe sfociare anche in una vera e propria de-umanizzazione, come spiega Orlandini: lo stupratore diverrebbe tale non per motivi sessuali ma per un suo forte desiderio di dominanza e sopraffazione su una donna, spogliandola dei suoi diritti e considerandola narcisisticamente un “oggetto” dove scaricare le proprie impotenze e insicurezze interiori.

 

Le conseguenze a lungo termine

Ogni persona è dunque vittima di qualcosa o qualcuno. Lo stupratore, il criminale, diventa tale perchè è stato portato a diventare tale o perchè geneticamente predisposto a squilibri psicofisici, dove agenti esterni possono amplificarne le probabilità che essi si manifestino. Metabolizzare uno stupro è molto più impegnativo che subirlo. È con molta probabilità uno dei traumi più difficili da superare perchè è una condizione che logora internamente e, senza il supporto di qualcuno, va sempre peggiorando rischiando di vivere un’intera vita di sofferenze. La nostra mente è fortunatamente ben preparata ad affrontare traumi di ogni genere essendo molto “plastica”, sono stati però effettuati a tal proposito studi di neuroimaging (una tecnologia per lo studio del metabolismo cerebrale) che dimostrano come esperienze traumatiche di qualunque genere lascino “un’impronta” in una particolare zona del cervello chiamata amigdala, una formazione di materia grigia di forma ovale, che attraverso il sistema neurovegetativo fa continuamente riemergere e ri-vivere l’esperienza stessa. È estremamente grave un trauma in tenera età, peggio se si tratta di abusi fisici o sessuali, perchè è tanto più difficile se non impossibile metabolizzarlo del tutto. È stato infatti effettuato, nel 2008, uno studio su un campione di 21.000 over sessantenni che dimostra come le persone vittime in età infantile di violenza, anche sessuale, avessero molti più problemi medici dei coetanei senza questo tipo di trauma alle spalle.

L’abuso infantile di natura sessuale, fisica o psicologica è quanto di più errato e catastrofico possa esistere in questo pianeta, perchè causa un effetto domino di conseguenze inevitabili e incredibilmente dannose, purtroppo, non solamente alla vittima.

La tecnologia per la prevenzione

La prevenzione è la chiave per contrastare questo fenomeno ancora troppo diffuso. Al MIT di Boston è stata sviluppata, dalla ricercatrice indiana Manisha Mohan, una soluzione che permette di prevenire casi di stupro e violenza sulle donne. Stimolata dai dati statistici degli Stati Uniti, dove ogni 98 secondi una persona è abusata, ogni sedici ore perde la vita a causa di ciò e dal suo paese di origine dove i dati statistici sono quasi inesistenti ma gli episodi molto più frequenti, Manisha ha sviluppato una sorta di “adesivo” da applicare sulla biancheria intima. Questo adesivo, composto in ordine da un tessuto conduttivo, uno strato non conduttivo, un elettrodo e uno strato di idrogel permette, dopo aver scaricato e installato un’app sul proprio smartphone, di collegarsi ad esso. Lo strumento si attiverà tramite un sensore quando la biancheria o comunque qualsiasi indumento in cui viene applicato viene strattonato con forza, inviando in seguito un pop-up dove viene chiesto il consenso su un eventuale rapporto che si sta per compiere. Se entro un tempo limite di trenta secondi non viene selezionato “si” oppure “no”, l’app invierà a cinque contatti precedentemente inseriti un sms dove viene chiesto aiuto, inserite le coordinate di posizione del dispositivo e farà inoltre partire una chiamata verso uno di questi contatti. La placca risulta, a detta di un campione di persone, comoda da indossare e per nulla invasiva.

 

William Mongioj