Gli allevamenti intensivi sono da sempre nel mirino di animalisti e ambientalisti. I capi di accusa sono di tre tipi: salutistico, etico e ambientalistico. Proprio su quest’ultimo ha posto l’accento Greenpeace, nota associazione ambientalista, che ha stilato un rapporto secondo cui questa pratica inquina i corsi d’acqua. Ciò fa riflettere su quanto ci sia di vero nella percezione che abbiamo di questo tipo di allevamenti.

Non solo mammiferi: spesso negli allevamenti intensivi ci sono anche i polli

Dettagli del rapporto

L’analisi ha avuto luogo in 10 Paesi europei per un campione di 29 corsi d’acqua, tra fiumi e canali di irrigazione. È emerso che in questi siti abbiamo una concentrazione di pesticidi e antibiotici molto alta, e la causa probabilmente è la presenza nelle vicinanze di allevamenti intensivi. Gli antibiotici sono presenti in due terzi dei campioni analizzati, il che potrebbe portare batteri in grado di resistervi e quindi dei danni a lungo termine. I pesticidi invece si trovano in tutti i corsi d’acqua esaminati, con 104 tipologie diverse riscontrate. I livelli di nitrati superano la soglia di sicurezza per gli organismi in metà dei campioni, ma non raggiungono il limite oltre il quale i governi europei devono intervenire, ossia 50 mg per litro.

Anche i bovini sono molto diffusi nelle pratiche intensive

Che visione abbiamo degli allevamenti intensivi?

L’opinione pubblica è spaccata in merito a questo tema, come accade anche in altri casi. Chi è a favore sostiene che sia un ottimo metodo di produzione, poiché gli animali sono al riparo da predatori e intemperie ed è più facile controllarli. Inoltre così facendo si riesce a far fronte alle sempre più alte richieste di carne sul mercato. I detrattori invece ritengono che sia uno sfruttamento irrispettoso nei confronti degli animali, e che addirittura contribuisca alla fame nel mondo a causa del consumo di cereali che comporta. Le critiche riguardano anche le condizioni igieniche degli animali, poiché con il bestiame così ammassato c’è il rischio di epidemie. La visione che abbiamo quindi è tendenzialmente negativa, poiché si pone l’accento sugli aspetti più controversi.

Molte uova vengono dagli allevamenti intensivi

Gli animali stanno così male?

Per quanto possa sembrare strano, no. Gli allevamenti intensivi infatti sono oggetto di normative molto rigide e molto trasversali per la tutela degli animali. Un esempio è lo spazio minimo riservato ad ogni esemplare, che varia a seconda del peso dell’animale: un maiale avrà sicuramente bisogno di più spazio rispetto a un pollo, per intenderci. Anche i reflui sono strettamente regolamentati in modo tale da ridurre l’impatto ambientale: esiste appunto la Direttiva 91/676/CEE, in cui l’argomento è trattato a fondo. Pure l’uso dei farmaci ha delle regole precise, soprattutto per quanto riguarda gli antibiotici e la somministrazione di ormoni, che è espressamente vietata. Le norme quindi non mancano e sarebbero anche efficaci. Che vengano rispettate da tutti, però, è un altro discorso.

Matteo Trombi

 

FONTEANSA
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