Di recente, il provocatorio saggio di Michela Murgia, Istruzioni per diventare fascisti, ha destato parecchia attenzione per via del curioso test proposto in conclusione. Il test, un autentico Fascistometro, ha sollevato non poche polemiche per via della sua declinazione idiosincratica e tendenzialmente pretestuosa verso le attuali forze politiche.
Ma il test offre indirettamente uno spunto interessante: nella nostra società permangono tutt’ora i germi del fascismo? Riallacciandoci alle considerazioni di Umberto Eco sul Fascismo eterno, riscoperte e riproposte nel dibattito attuale, ci rendiamo conto che, sebbene in termini radicalmente diversi da quelli espressi dalla Murgia, permane un sostrato di “Fascismo” nel nostro modo di approcciarci alla società.
Con “Fascismo” non si intende prettamente l’adesione e la diffusione degli ideali del defunto PNF, ma quell’approccio sincretistico alla cultura che mette sullo stesso piano conoscenze, anche contraddittorie tra loro, che alludono a una qualche verità primitiva proprio, appunto, del Fascismo.
Roghi durante la Marcia su Roma organizzata il 28 ottobre 1922 da Benito Mussolini, fondatore dei Fasci di combattimento. Fonte: www.focus.it
Questo articolo non vuole muovere una critica alle attuali forze di governo, non vi si leggerà un’appassionata filippica sul pericolo di un ritorno del Fascismo. Si parte dalla constatazione della mancata instaurazione di un’idea di democrazia sostanziale nell’attuale tessuto sociale. Il riconoscimento della fattuale sacca di resistenza di un’atteggiamento fascista nel guardare alla vita in società.
La domanda a cui si cerca di dare risposta, con Michel Foucault a darci uno straordinario contributo, è come affrancarci da un certo tipo di rapporto con il potere politico per scongiurare il ritorno della chiusura autoritaria, identitaria, comunitaristica nelle forme di aggregazione e nella lotta politica.
«[Il fascismo] è ancora intorno a noi, talvolta in abiti civili…– scriveva Umberto Eco –  può ancora tornare sotto le spoglie più innocenti. Il nostro dovere è di smascherarlo, e di puntare l’indice su ognuna delle sue nuove forme – ogni giorno, in ogni parte del mondo». 
Umberto Eco. Fonte: www.antimafiaduemila.com
Sulla scia di Umberto Eco si colloca anche un’altro pezzo da novanta della letteratura italiana: Andrea Camilleri. Lo scrittore empedoclino, infatti, nel suo Come la penso scriverà che tanti anni di democrazia ancora non sono bastati a ripulire il sangue dell’italiano nel quale tutt’ora vivono cellule infette pronte a trasformarsi in ogni momento in virus pericolosi, va da sé che tale virus è quel “fascismo” declinato nell’accezione che gli abbiamo dato in precedenza.
Ma vi è un’altro scrittore che risulta utile citare, Herbert Matthews, il quale, nel 1944, sulla rivista Mercurio in merito al Fascismo scrisse: «Non l’avete ucciso!». Tutt’altro che morto, il fascismo avrebbe continuato a vivere dentro gli italiani. Non certo nelle forme di ieri ma in tanti modi di pensare, di agire. L’infezione, “nostro mal du siècle“, sarebbe durata a lungo: a ciascuno toccava “combatterlo per tutta la vita”, dentro di sé.
Il maestro Andrea Camilleri a metà della seconda stecca di Marlboro Rosse. Fonte: www.visitvigata.com
Eccolo, quindi, il fascismo da combattere: un germe che si annida nei meandri del tessuto sociale, anziché la solita serpe che striscia tra i palazzi di governo, scovata dal radical chic di turno. Sebbene non ci sentiamo di mettere la mano sul fuoco su tutti i nostri rappresentanti, restiamo tuttavia relativamente certi che discorsi in odore di Ventennio non siano certo l’ordine del giorno né di Lega né di M5S.

Quindi, quel Fascismo che non abbiamo ancora sconfitto non è solo quello che oggi si cerca di rintracciare con atteggiamento nevrotico nelle azioni politiche degli attuali governanti, giustapponendole chirurgicamente, il fascismo storico di Hitler e Mussolini, che ha saputo mobilitare e impiegare così bene il desiderio delle masse. Ma anche un altro fascismo, quello che è in noi, che possiede i nostri spiriti e le nostre condotte quotidiane, il fascismo che ci fa amare il potere, desiderare proprio la cosa che ci domina e ci sfrutta.

Una “folla oceanica” assiste al discorso di Mussolini in piazza Venezia a Roma il 10 giugno 1940. Fonte: www.wikipedia.it

Si potrebbe dire che un’introduzione alla vita non fascista prenda le mosse da un’arte di vivere contraria a tutte le forme di fascismo affermate o vicine ad esserlo si accompagna ad un certo numero di principi essenziali che Michel Foucault, nell’introduzione all’edizione dell’Anti-Edipo (Deleuze e Guattari), riassume come se dovesse fare di questa arte un manuale o una guida di vita quotidiana:

  • Liberare l’azione politica da ogni forma di paranoia unitaria e totalizzante;
  • Fare crescere l’azione, il pensiero e i desideri per proliferazione, giustapposizione e disgiunzione piuttosto che per suddivisione e gerarchizzazione piramidale;
  • Affrancarsi dalle vecchie categorie del negativo (la legge, il limite, la castrazione, la mancanza, la lacuna), che il pensiero occidentale ha sacralizzato come forma di potere e modo d’accesso alla realtà.
  • Preferire ciò che è positivo e multiplo, la differenza all’uniforme, il flusso alle unità.Considerare che ciò che è produttivo non è sedentario, ma nomade;
  • Non immaginare che sia necessario essere tristi per essere militanti, anche se quello che si combatte è abominevole. È il legame del desiderio con la realtà (e non la sua fuga nelle forme della rappresentazione) che possiede una forza rivoluzionaria;
  • Non utilizzare il pensiero per dare a una pratica politica un valore di verità, né l’azione politica per screditare un pensiero, come se esso non fosse che pura speculazione. Utilizzare la pratica politica come un intensificatore del pensiero, e l’analisi come un moltiplicatore delle forme e dei domini d’intervento dell’azione politica;
  • Non esigere dalla politica che ristabilisca dei diritti dell’individuo quali la filosofia li ha definiti, l’individuo è il prodotto del potere. Ciò che occorre è deindividualizzare attraverso la moltiplicazione e lo spostamento i diversi dispositivi. Il gruppo non deve essere il legame organico che unisce degli individui gerarchizzati, ma un costante generatore di “deindividualizzazione”;
  • Non innamorarsi del potere.
Michel Foucault e Jean Paul Sartre in marcia con gli studenti parigini. Fonte: www.quora.com
Ricapitolando, caro lettore, se ti stavi aspettando l’ennesima oscura profezia che dipinge l’attuale governo come un archetipo del vecchio fascismo, sono spiacente di averti deluso. La lotta al fascismo non è l’ennesima battaglia politica da giocarsi a colpi di hashtag e critica a oltranza, ma una battaglia da giocare contro noi stessi, in quanto cittadini, per affrancarci dalle catene del conformismo, della rabbia e dell’assuefazione al potere e imparare ad ascoltarci, davvero.

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