L’esistenzialismo

L’esistenzialismo non fu una corrente filosofica omogenea, come lo siano stati ad esempio il platonismo, l’aristotelismo, il cristianesimo filosofico, o il kantismo. Fu per lo più un movimento culturale variegato, presente in vari ambienti culturali, nato dopo il secondo conflitto mondiale alla luce dei crimini di guerra che tennero occupati la maggioranza dei Paesi europei, passando dal Giappone agli USA. Crebbe come conseguenza delle innumerevoli vittime sui campi di battaglia, sui cadaveri dei civili coinvolti dai bombardamenti a tappetto e sopra la pelle dei milioni di ebrei sterminati nei campi di concentramento.  Già la prima guerra mondiale fece ben intendere la crudeltà umana e molto probabilmente svolse la funzione di propulsore a un esistenzialismo che forse era già nato, ma che ancora non aveva raggiunto la pienezza filosofica.

Infatti, e il dibattito tra filosofi è ancora acceso, l’esistenzialismo forse non si formò solo a partire dagli anni ’20 del secolo scorso con una crescente diffusione fino agli anni ’50 ma molto prima. I precursori potrebbero essere individuati addirittura in Socrate o nello stoicismo, in Michel de MontaigneBlaise PascalJean-Jacques RousseauFriedrich Schelling, Arthur SchopenhauerSoren KierkegaardGiacomo Leopardi, Fëdor Dostoevskij, Kafka e Friedrich Nietzsche.  Possiamo inoltre parlare di un esistenzialismo ontologico che indaga l’essere, fideistico in connessione con la possibilità e la fede e umanistico con caratteri universalizzanti e atei. Tutto si può dire su esistenzialismo e prendere parte decisa non è facile.

Sartre

 

Comunque sia la corrente forse a noi più vicina e conosciuta è riconducibile a Sartre, che con la sua conferenza del 1945 “l’esistenzialismo è un umanesimo” rese celebre il termine nel lessico filosofico e nell’accezione popolare. Da allora divenne una moda, coinvolgendo tutti, e per questo motivo fece allontanare i massimi filosofici novecenteschi non permettendo una rielaborazione critico-costruttiva tramite l’uso di una maggiore epistemologia filosofica. Oggi pochi intendono riprendere l’esistenzialismo, anche se nel clima culturale se ne possono trovare tracce. Nel cinema ad esempio molti dei concetti filosofici dell’esistenzialismo, vengono ben espressi dal premio Oscar Paolo Sorrentino nel film  La Grande Bellezza.

La Grande Bellezza

Il film è ambientato a Roma tra le sue bellezze nascoste e solitarie in opposizione agli eventi mondani. Il protagonista Jep Gambardella giornalista esperto e scrittore di un unico romanzo rappresenta tutto ciò. Venne trascinato come lui stesso dice < abbastanza presto, quasi senza rendermene conto, in quello che potrebbe essere definito il vortice della mondanità >. Un passaggio d’essere che non richiama solo passività ma anche libertà  < (..)ma io non volevo essere semplicemente un mondano. Volevo diventare il re dei mondani, e ci sono riuscito. Io non volevo solo partecipare alle feste. Volevo avere il potere di farle fallire >. Si scopre cinico, nichilista, potente, incorreggibile, ma nei lunghi silenzi e ozi post mondani nella sua casa romana di fronte al Colosseo, il vuoto e l’inettitudine si fanno strada, intubandolo tra l’angoscia e un nichilismo morale ed esistenziale.

L’esistenzialismo si caratterizza per questo: come una trattazione filosofica nel passaggio di indagine dall’essenza all’essere cercando di rispondere al quesito proposto da Leibniz: 

Perché esiste l’ente e non piuttosto il nulla?

È presente un intreccio con il nichilismo seppur rimangono rimangono correnti di pensiero differenti, dove l’angoscia ovvero l’assoluta mancanza di alcun motivo oggettivo per l’azione è presente, facendo entrare l’uomo in un profondo abisso morale.

Esperienza e libertà

Quello che conta è l’esperienza empirica dell’uomo singolo, di quest’uomo-qui che si trova collocato nello spazio e nel tempo, la storia personale di ognuno vista come qualcosa di unico e irripetibile. Una libertà come libertà di ognuno: siamo solo liberi di progettare ma non di portare a compimento la nostra libertà che come tale, non sarà mai qualcosa di compiuto e di realizzato.
La mia libertà è il mio destino ma non è la mia scelta che seguirà sempre il percorso di una Storia i cui esiti sono inconoscibili.
È come se l’uomo non sia diviso tra due possibilità di scelta ma tra due possibili significati.

Jep si trova dunque diviso, in procinto di scegliere che significato adottare. Da una parte è legato a regole di bon ton che gli assicurano ancora un briciolo di certezza < dunque è regola fondamentale, ad un funerale: non bisogna mai piangere, perché non bisogna rubare la scena al dolore dei parenti. Questo non è consentito perché immorale > e dall’altra dal significato sulla propria vita sprofondata nell’abisso e nell’inefficienza  “Chi sono io? Così inizia un romanzo di Breton. Ovviamente nel libro non c’è risposta… So belli i trenini che facciamo noi, so i più belli di tutta Roma. So belli. So belli perché non vanno da nessuna parte”.

Alla fine dei giochi scopriamo che non siamo liberi perché diamo un significato alle cose che altrimenti non avrebbero alcun significato, in ciò e solo in ciò , sta la nostra libertà di scelta. L’esistenza non è più un qualcosa di assoluto ma qualcosa che è condizionata dai desideri, dai bisogni, dalle paure, dalle ansie, dalle speranze che concorrono ad evidenziarne i propri limiti se non addirittura l’assenza di significato. Solo noi diamo un senso alle cose ed ecco perché Sartre definirà gli uomini come donatori di senso: da questo punto di vista la libertà appare come qualcosa che non può avere un limite in quanto è essa stessa che da significato a ogni singolo aspetto dell’esistenza. 

Il gran finale

Gambardella si libera forse da tutto, dando a tutto un significato. Esprimendo la sua libertà nell’atto stesso di confinarsi nel proprio mondo di senso. Nel monologo finale del film si capisce, e lo sgomento è tanto.

Finisce sempre così. Con la morte. Prima, però, c’è stata la vita, nascosta sotto il bla bla bla bla bla. È tutto sedimentato sotto il chiacchiericcio e il rumore. Il silenzio e il sentimento. L’emozione e la paura. Gli sparuti incostanti sprazzi di bellezza. E poi lo squallore disgraziato e l’uomo miserabile. Tutto sepolto dalla coperta dell’imbarazzo dello stare al mondo. Bla. Bla. Bla. Bla. Altrove, c’è l’altrove. Io non mi occupo dell’altrove. Dunque, che questo romanzo abbia inizio. In fondo, è solo un trucco. Sì, è solo un trucco

È solo questa la vita, i sentimenti, i ricordi, l’essenza, l’esistenza, le paure, le esperienze: UN TRUCCO.

Simone Pederzolli

 

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Simone Pederzolli
Sono originario del Trentino, nato il 23 gennaio 1998. Dopo il liceo Scienze Umane "Andrea Maffei", frequento l'università Ca' Foscari di Venezia indirizzo filosofia. Appassionato di cinema, filosofia con connessioni inerenti l'economia, sociologia e cultura pop.

1 commento

  1. Molto interessante, un dubbio però: quando dici “Alla fine dei giochi scopriamo che NON siamo liberi ecc ecc “, quel NON forse é un refuso al posto di NOI?

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