Qual è la natura della realtà? Ciò che sta fuori, che è esterno, intrattiene sempre un rapporto con noi, sostanze pensanti. Anzi, in essa siamo sempre immersi. Ma cosa accade alla realtà se smettiamo di percepirla? Esiste ancora? O forse la sua esistenza si riduce alla nostra percezione?

Esse est percipi: la realtà a sprazzi

George Berkeley (1685-1753) si inserisce nella tradizione empirista inglese portando con sé componenti originali. La sua teoria della conoscenzanominalistica e fenoministica – recita pressappoco così: tutta la nostra conoscenza viene dalla percezione, i suoi oggetti sono solo idee, mentre la realtà esterna, di per sé, non esiste. O meglio, non ha alcuna dignità, non ha alcuna sussistenza autonoma, perché le cose per esistere devono essere percepite. Essere è o percepire o essere percepiti. La realtà esiste in funzione e solo a patto che ci sia io, mente pensante, a percepirla, a coglierla.

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Se gli oggetti esistono solo se vengono percepiti, allora un albero può cadere se non c’è nessuno che lo guarda? (Wikiquote)

L’idealismo di Berkeley è interessante e difficilmente confutabile, ma pone un problema inevitabile. Se ora chiudessi gli occhi, il computer che ho di fronte, con cui sto scrivendo questo articolo, esisterebbe ancora? Il primo errore che non dobbiamo commettere è ridurre la percezione alla capacità di vedere. Certo, avrei ancora prove della sua esistenza, mi basterebbe usare qualsiasi altro dei cinque sensi, anche a occhi chiusi. Potrei toccarlo, o leccarlo (magari non fino a questo punto). Ma continuerei a percepirlo. E se uscissi dalla stanza, ergo, se interrompessi qualsiasi contatto con i miei sensi? Come potrei avere la certezza della permanenza ontologica del mio computer? Potrei chiedere a mia sorella di controllare, ma sarebbe ancora una volta una mente che percepisce a dare conferma. Non si esce da questa aporia. Sembra che la realtà esista solo fin tanto che ci sia io, qui, a darne prova. Per il pensatore irlandese l’unico garante della realtà è un Dio costantemente coinvolto nel mondo, che osserva sempre tutto, senza mai batter ciglio. Senza lo sguardo irremovibile di Dio, quella che noi chiamiamo realtà avrebbe vita a sprazzi, gli oggetti comparirebbero improvvisamente nell’esistenza allorché noi rivolgiamo loro l’attenzione.

La realtà che scompare

Per Berkeley la percezione tiene in vita la realtà nel vero senso della parola. Ipoteticamente, se non ci fosse percezione, quella parte di realtà scomparirebbe. Ma che succede se io divento incapace di percepire quella parte di realtà? E cosa accade alla realtà quando – in questo caso, indipendentemente dalla nostra volontà –  smettiamo di prestarle attenzione? Accade che l’idealismo lascia il posto alle neuroscienze. Certe lesioni all’emisfero destro del cervello provocano agnosia (a-gnosis, assenza di conoscenza), un disturbo della percezione che consiste nell’incapacità di percepire gli oggetti, di riconoscerli, anche se le vie di ritrasmissione delle informazioni sensoriali funzionano correttamente.

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Superficie laterale del cervello con le aree di Brodmann numerate. Per quanto riguarda le agnosie ci interessano le aree associative multimodali 5 e 7, nella corteccia parietale. Nella parte posteriore sono rappresentati sia lo spazio extrapersonale reale che la sua immagine e il suo ricordo.

Numerose sono le agnosie, a seconda di cosa non viene più percepito. Soprattutto l’elaborazione dello spazio è compromessa, che sia quello personale del nostro corpo, o peripersonale, extrapersonale, o addirittura la rappresentazione immaginaria che ho di esso, come vedremo. Attenzione: non è che l’agnosico non veda bene, questo non è un deficit sensoriale semplice, non è cecità, è un deficit percettivo. Se vogliamo è ben più grave, perché quella parte di realtà smette di esistere, l’agnosico non le presta più attenzione. A causa del funzionamento controlaterale del cervello, spesso queste lesioni all’emisfero destro sono accompagnate da paralisi del lato sinistro del corpo. E’ quello che accade nel caso dell’astereognosia, l’incapacità di riconoscere col tatto la forma degli oggetti. Gli esempi sono vari: nella sindrome di negligenza personale, il paziente non si cura di vestire, svestire e lavare quel lato del corpo. Nella somatoparafrenia si giunge fino alla credenza delirante: questi pazienti arrivano a negare l’esistenza del braccio o della gamba del lato affetto, come non fossero parti del loro corpo. “Chi ha messo questo braccio nel mio letto?“. E’ come se avessero perduto una parte della consapevolezza di se stessi.

I pazienti di Ramachandran

Ne “La donna che morì dal ridere e altre storie incredibili sui misteri della mente umana” (2003) Vilayanur S. Ramachandran – neuroscienziato di altissimo livello – ci presenta un disturbo curioso, l’anosognosia. Questi pazienti sembrano inconsapevoli del proprio stato di malattia, ignorano o non si rendono conto di essere emiplegici (braccio o gamba sinistri paralizzati proprio a causa di una lesione all’emisfero destro). Quando vengono ingannati, costretti di fronte all’evidenza, cominciano a inventare scuse, fino alle più estreme confabulazioni, come nel caso di Mrs. Dodds. La vecchia signora, portata in ospedale a causa di un ictus, aveva la parte sinistra del corpo completamente paralizzata, eppure insisteva: si riteneva assolutamente in grado di camminare, di muovere la mano sinistra. Sosteneva di poter toccare con quella mano il naso di Ramachandran, nonostante avesse la vista perfettamente a posto e vedesse benissimo il proprio braccio senza vita. Il neuroscienziato continua:
E’ in grado di battere le mani?
Naturalmente rispose con tono di rassegnata pazienza.
Può farmi il piacere di batterle?
Mi buttò un’occhiata e obbedì, cioè mosse la destra come se la battesse contro una mano immaginaria posta su un’ideale linea mediana.

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Mancanza di consapevolezza riguardo al proprio deficit.

L’immaginazione interrotta

Cosa penserebbe Berkeley dei pazienti agnosici? Questi non giocano con realtà a sprazzi. Fuori o dentro la stanza non importa, pezzi di realtà si dissolvono nella percezione distorta e deficitaria di questi pazienti. Ma il problema non è della realtà come voleva Berkeley, qui il problema è proprio della percezione, che non è assoluta e da garanzia assolutamente di nulla. Non sono io che rivolgendo lo sguardo alla realtà le permetto di esistere e sussistere. Lo spazio intorno a me, che manca, che non noto, c’è per chiunque altro e non per me a causa dell’agnosia. La cosa interessante è che il problema non sta affatto nel mondo esterno ma nel mio rapporto con esso. Berkeley rimarrebbe ancor più affascinato se potesse studiare la negligenza della rappresentazione. Non solo lo spazio esterno può venire a mancare, ma anche pezzi delle mie immagini mentali, dato che la mia rappresentazione del mondo è anch’essa uno spazio, solo un po’ particolare. Bisiach e Luzzatti (1978) studiarono un gruppo di pazienti (con lesione all’emisfero destro) di Milano e chiesero loro di immaginare di trovarsi in piazza del Duomo e di guardare la facciata della Cattedrale e di descrivere, attingendo ai loro ricordi, i principali edifici che si affacciano sulla piazza. Questi erano in grado di identificare solo gli edifici sul lato destro (il lato ipsolaterale non leso). Se poi veniva chiesto loro di girarsi e immaginarsi dalla parte opposta (i lati si invertivano) erano in grado di nominare gli edifici di cui prima non ricordavano nulla, ma non riuscivano più a indicare i nomi identificati in precedenza! Quella parte di realtà mentale aveva come perso di interesse, era svanita. Non solo il rapporto fra la mia mente che percepisce e il mondo esterno è estremamente complicato e evanescente. Anche il rapporto fra le mie personali realtà mentali sembra essere potenzialmente, costantemente, in bilico.

Cristiano Bacchi

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