L’odierna società: cibo = possesso = consumo

Chiudete gli occhi. Rivedetevi bambini, ricordate. Quanto spesso la mamma – o chi per lei, – vi levava i più stravaganti oggettini dalla bocca… “Non si fa!”… e in punizione. Certo, potreste esserlo ancora, bambini, e cosa mai potreste ricordare? In tal caso, pensateci: il bambino, in una certa fase del suo sviluppo, palesa la tendenza a mettersi in bocca tutto ciò che desidera; questa forma infantile di presa di possesso si manifesta quando lo sviluppo fisico del bambino non è ancora sufficiente a permettergli altre forme di controllo. È un po’ quello che avviene in vari casi di cannibalismo: se mangio il cuore di un uomo valoroso, ne acquisisco l’audacia. Mangio per avere: cibo è possesso. E questa parola – “possesso” – suona parecchio adeguata, se si pensa alla società di oggi. La nostra è, si potrebbe dire, l’epoca del possesso, che finisce spesso per significare  consumo. Scrive, Erich Fromm, nel suo “Avere o Essere”:

Sembrerebbe, oggi, che l’avere costituisca una normale funzione dell’esistenza, nel senso che, per vivere, bisogna avere oggetti, che bisogna avere cose per poterne godere. La cultura dell’uomo contemporaneo ammette come meta suprema l’avere, e anzi l’avere sempre di più.” E riguardo al consumismo: “Per possedere, l’uomo, o meglio, la massa, acquista ed acquista in maniera indiscriminata, vittima nei gusti, nei sentimenti e nei pensieri della manipolazione dei governi, dell’industria e dei mezzi di comunicazione di massa, controllati dall’una e dall’altra.

Karl Marx, esaminata la società a lui contemporanea, sentenzia: tutto è merce. Tutto ha valore in un processo di scambio e, anzi, tutto finisce per avere un prezzo. Le merci, al pari di “feticci ideologici” cui si attribuisce vita propria, da mere cose si innalzano al ruolo di rapporto sociale e, ugualmente, anche i rapporti sociali fra gli uomini assumono l’aspetto, nello scambio, di rapporti tra cose. In una società in cui tutto, persino il lavoro, è merce, che ruolo può avere l’alimentazione? Pensiamo ai fast food, alle caramelle, pop corn, patatine: è tutto un business, il cibo sembra oramai identificarsi, per eccellenza, con il consumo. Pensiamo a cosa mangiamo e perché lo mangiamo: perché qualcun altro lo fa, perché lo vediamo in pubblicità, perché è una moda, voga, novità. E non solo si mangia questo o quello, come si può “cambiare cellulare” ogni anno, perché si è vittima dei media, delle tendenze di massa e della perdita di identità, ma anche, e soprattutto, perché la società di oggi ha come condizione necessaria quella della prassi dell’ “edonismo radicale” – come lo chiama Fromm – ovvero del raggiungimento del piacere senza restrizioni. Lo scopo della vita è la felicità, intesa quale soddisfazione di ogni desiderio o bisogno soggettivo che una persona possa avere.

Veganismo e Vegetarianismo: consumismo o riflessione?

Furono i pitagorici a teorizzare il vegetarianismo come pratica di vita. Sulla base, infatti, della “Metempsicosi”, si convinsero che cibarsi di carni equivarrebbe ad essere cannibali, visto come le anime degli uomini possano reincarnarsi negli animali. Era per una ragione principalmente etica, dunque, che essere carnivoro non era ammissibile. La ragione, invece, per cui oggi assistiamo al rinvigorimento di correnti quali vegetarianismo e veganismo, fra tutte, pare in parte la stessa, alla base, e in parte diversa. E vediamolo più nel dettaglio. Il vegetariano mangia tutti i vegetali e i derivati animali; il vegano mangia tutti i vegetali ma non i derivati animali. Pertanto, alla base del vegetarianismo, si direbbe, vi è una ragione salutare, prima che etica. Si citano, in merito, le parole di Umberto Veronesi, convinto vegetariano, a cinque giorni dall’anniversario della sua morte: 

È dimostrato che i vegetariani sono più protetti dalle malattie cardiovascolari (dal 20 all’80%), più protetti dal cancro (40%) e più protetti dall’alta pressione arteriosa (dal 20 al 60%). […] Il vegetarianismo – inoltre – riduce il rischio di diabete.

In quanto al veganismo, alla base di esso vi è prima di tutto un criterio etico, accomunato, in qualche modo, a quello pitagorico. Certo, i vegani non evitano di mangiare carne perché contro il cannibalismo. Si parla, oggi, di dare fine a un’altra vita, di cessare l’esistenza di un organismo senziente – capace cioè di provare sensazioni di piacere e dolore, dotato degli interessi fondamentali alla libertà e alla vita. Non è tuttavia così comodo: sei vegano e non sei più vittima del consumismo? Occorre soffermarsi sulle dinamiche e ragioni del fenomeno del veganismo (o del vegetarianismo), invece che sull’etica in sé dell’argomento – per altro, molto complessa – da esso sostenuto.

A livello socio-comunitario, appare lampante come lo svilupparsi e il rafforzarsi di ‘movimenti alimentari’ di questo tipo siano in gran parte dovuti a una ‘moda’ o ‘costume’: a tendenze di massa. È vero anche che l’uomo è – per citare Aristotele – “animale sociale”, che è quindi naturale come il nostro essere sia determinato dalle dinamiche sociali e da come appariamo agli altri, oltre che a noi stessi. È vero che in tutto siamo determinati dal nostro essere esseri sociali, esseri ‘insieme’. E tutto, in questo senso, può cadere da esempio: basti pensare al mangiare bene perché si vuole apparire magri, o al suonare uno strumento perché qualcuno lo venga a sapere. E non c’è niente di male in questo… ripeto: è alla nostra essenza. Tornando al dubbio iniziale, in ogni caso, l’irrobustimento di veganismo/vegetarianismo è determinato, in parte, da dinamiche sociali ‘malate’ e consumistiche, e in parte da dinamiche comunitarie ‘nella norma’. 

In quanto all’essenza dell’argomento, per ciò che concerne l’etica, esso si scontra nettamente con la natura consumistica del nostro mangiare odierno. Un ragionare etico sul nostro cibo presuppone una riflessione ponderata, significa dare valore a ciò che mangiamo. Significa meditare in autonomo.

L’uomo è ciò che mangia: avere o essere

È ancora Fromm, uno dei più rimarchevoli esponenti della Scuola di Francoforte, a riassumere in poche e pulite parole una delle più amare tendenze della nostra società:

Consumare è una forma dell’avere, forse quella più importante per l’odierna società industriale opulenta. […] I consumatori moderni possono etichettare se stessi con questa formula: io sono = ciò che ho e ciò che consumo.

E quest’ultima frase ne ricorda un’altra, altrettanto celebre ed esplicativa: L’uomo è ciò che mangia. È così, più o meno, che, nel 1862, Ludwig A. Feuerbach intitolava una sua importante opera (“Il mistero del sacrificio o l’uomo è ciò che mangia”). È un materialismo radicale: l’uomo coincide con ciò che ingerisce. L’uomo non possiede il proprio corpo, non ha il proprio corpo, bensì è il proprio corpo. Se l’uomo evolve in vita, cresce, cambia, e lo fa a livello innanzitutto fisico, non sta cambiando ‘in apparenza’: egli sta davvero cambiando. Noi propriamente siamo, pertanto, i nostri bisogni primari, e sulla base di questi ci distinguiamo ulteriormente: “Se volete far migliorare il popolo, in luogo di declamazioni contro il peccato, dategli un’alimentazione migliore. L’uomo è ciò che mangia” (Feuerbach, “L’uomo è ciò che mangia“).

Ora, ripensiamo al consumismo, all’avere. Pensiamo ai vestiti. Nel comprar un paio di pantaloni o una maglietta assolviamo a tre bisogni: a un bisogno ‘primario’ – per così dire – di coprirsi (di avere indumenti); a un bisogno ‘sociale’ (di comunità) – che sia malato-consumistico o meno; infine, a un bisogno ‘essenziale’, perché il modo con cui ci vestiamo corrisponde, in parte, a ciò che noi realmente siamo. Nel caso del cibo è la stessa cosa, o, anzi, ancor più manifesto. Se nel comprare un maglione, tu assolvi, in parte, a un bisogno ‘d’essenza’, non è perché tu sei quel maglione, bensì perché ‘riversi’ parte della tua essenza in quel maglione. L’essenza tua è prima di tutto nel modo tuo di vestirti. In quanto al cibo, questi due piani sembrano coincidere: tu sei il tuo modo di mangiare, ma, ancor di più, tu sei ciò che mangi. Tu sei quell’hamburger o pannocchia che stai mangiando, perché “I cibi si trasformano in sangue, il sangue in cuore e cervello; in materia di pensieri e sentimenti. L’alimento umano è il fondamento della cultura e del sentimento.”(Ibid.)

Giovanni Lorenzetti

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