Secondo alcune stime recenti l’americano medio spende circa 1460 ore all’anno sul proprio smartphone. Supponendo che si dorma 8 ore a notte, questo totale si tradurrebbe in 91 giorni di veglia all’anno spesi solo sullo schermo dei nostri cellulari.
Gli smartphone hanno uno strano potere su di noi che ci rende dipendenti da essi. Questo è il motivo per cui le persone scrivono messaggi alla guida, ignorano i amici e partner, figli o rimangono assorte davanti agli schermi isolati dal mondo circostante per controllare i propri telefoni. Lo abbiamo provato tutti. Siamo impegnati a studiare eppure, il cellulare sulla scrivania ci distrae. Sentiamo l’impulso di controllare i nostri schermi e i social network anche quando non ci è arrivata nessuna notifica.

Perché ci è così difficile resistere ai nostri schermi? Il condizionamento e nello specifico l’effetto Vegas potrebbe spiegare questo fenomeno. In particolare, c’è un meccanismo che ci coinvolge nell’osservare obbligatoriamente i nostri schermi per l’ultimo post, messaggio su WhatsApp o e-mail. Questo meccanismo è noto come programma di rinforzo a rapporto variabile.
Prima di tutto è necessaria un’introduzione ai concetti di condizionamento classico ed operante. All’interno della prospettiva comportamentista, all’inizio del ventesimo secolo, gli studiosi Pavlov e Skinner si resero conto di certi meccanismi in grado di influenzare i comportamenti degli animali, e non solo.

Il cane di Pavlov: il condizionamento classico

All’inizio del 900, Ivan Pavlov fece alcuni esperimenti comportamentali con un cane. Un piatto vuoto gli veniva messo di fronte: a precisi intervalli di tempo un pezzetto di carne veniva fatto cadere, preceduto dal suono di una campanella. Affamato, il cane mangiava la carne.
Lo psicologo notò che alla vista della carne, il cane iniziava a produrre maggior salivazione ancora prima di mangiare (la così detta acquolina in bocca). Ancora più curiosamente si notò come questo effetto, dopo un certo numero di ripetizioni in cui l’arrivo della carne era preceduto dal suono della campana, aumentasse già al suono della campanella stessa, ancora prima di vedere la carne.
Il suono della campana era diventato ciò che viene chiamato uno stimolo condizionato, uno stimolo in grado di provocare una risposta condizionata (cioè la salivazione) anche in assenza del vero stimolo (incondizionato), ossia la carne.

Condizionamento classico

Il piccione di Skinner: Il condizionamento operante

Skinner proseguì sulla stessa linea gli studi di Pavlov arrivando a risultati ancora più particolari. In uno dei suoi esperimenti, un piccione affamato veniva introdotto in una gabbia. A intervalli di tempo casuali lo sperimentatore faceva lampeggiare una luce a cui seguiva la comparsa di mangime. Osservando il piccione, Skinner si accorse che l’uccellino tendeva a ripetere il comportamento in cui era impegnato nel momento in cui compariva il mangime: ad esempio, se il piccione si stava pulendo le ali durante il secondo precedente la comparsa di cibo (rinforzo), sceglieva di riproporre con maggior frequenza quel comportamento. Skinner continuò a rinforzare questo comportamento (la pulizia delle ali) facendo in modo che il cibo apparisse nel momento in cui il piccione stava svolgendo l’azione. Questo permise al piccione di legare la pulizia delle ali alla comparsa del cibo. Si vide come il piccione aumentasse il riproporre di quell’azione sebbene non ci fosse un vero nesso tra questo e il rinforzo che ne seguiva (successivamente facendo lampeggiare la luce, il piccione riproponeva il comportamento, per ottenere il cibo). Ciò dimostra come nel condizionamento operante si sfruttino le variazioni causali delle risposte “rinforzando” solo quelle volute, ovvero i comportamenti desiderati e ignorando gli altri.
Skinner definì quindi il “rinforzo” come qualsiasi oggetto o risposta in grado di fare aumentare la frequenza del comportamento desiderato. Il rinforzo può essere positivo (se aggiunge qualcosa di positivo – come un premio, come il mangime nel caso del piccione) o negativo (se elimina qualcosa di spiacevole). Una punizione è invece un qualsiasi oggetto o risposta in grado di diminuire un comportamento indesiderato. Anch’essa può essere positiva, se aggiunge qualcosa di negativo (come nel caso di un genitore che sgrida un bambino) o negativa, e elimina qualcosa di piacevole (come ad esempio un genitore che vieta ad un adolescente di uscire). E’ dimostrato come i rinforzi siano sempre più efficaci delle punizioni.

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Programmi fissi e variabili

Si cercò infine di capire come un programma di rinforzi potesse produrre risposte condizionate, a seconda che il rinforzo fosse presente in modo fisso o variabile ed a seconda che gli intervalli di tempo tra un rinforzo e l’altro fossero fissi o variabili.
In un programma di rinforzo fisso il rinforzo avviene in modo costante: dopo ogni risposta condizionata (comportamento desiderato) si dà il rinforzo. Un programma di questo tipo può essere pensato come una vending machine, per intenderci le macchinette di merendine e bevande: all’inserimento di una moneta corrisponde sempre il rilascio di un prodotto.
In un programma di rinforzo variabile, invece, il rinforzo non viene dato con rapporto 1:1, ma in modo variabile. Quindi, ad una risposta condizionata, non corrisponde necessariamente un rinforzo. Il premio (rinforzo positivo) può arrivare una volta ogni due, tre o quattro volte, etc.
Entrambi i programmi possono poi essere eseguiti ad intervalli fissi o variabili, si può infatti decidere di premiare sempre un secondo dopo il comportamento desiderato, ed in questo caso stiamo utilizzando un programma di intervalli fissi, oppure possiamo premiare inizialmente dopo 1 secondo, poi dopo 5 secondi, poi dopo 10 secondi, e così via, ed in questo caso stiamo utilizzando un programma a intervalli variabili. Prima di adottare un programma di rinforzo variabile, è necessario che si sia fatto un buon condizionamento con un programma di intervalli e rinforzo fisso.
Possiamo pensare a questa seconda possibilità come ad una gambling machine, come ad esempio le macchinette dei casinò (da qui “Effetto Vegas”). All’inserimento della moneta o di un gettone non corrisponde sempre la vincita di denaro, eppure si è portati a ripetere comunque il comportamento più volte.

Effetto Vegas e cellulari

Si è notato come i programmi di rinforzo a rapporto variabile siano coinvolti in molte dipendenze comportamentali, come ad esempio il gioco d’azzardo. In un certo senso, controllare compulsivamente i nostri telefoni è molto simile al gioco d’azzardo compulsivo: per questo potremmo definire “Effetto Vegas” l’incontrollabile esigenza di guardare le notifiche sul nostro smartphone.
Perché questi programmi sono così efficaci? Questi tipi di programmi sono una parte importante a livello motivazionale e per i processi di apprendimento. Dal punto di vista evolutivo, arrivare a capire che ottenere un certo “Risultato B” può essere determinato da una certa “Azione A” ha assicurato la sopravvivenza della specie.
A livello cerebrale, il sistema di ricompensa nel cervello rilascia la dopamina in situazioni variabili per motivare l’organismo a prestare attenzione in modo che possa apprendere una nuova relazione causale.
I risultati empirici dei programmi a rinforzo variabile hanno dimostrato come gli effetti di questi paradigmi siano i più difficili da estinguere. La resistenza all’estinzione è quindi maggiore quando alcune risposte, ma non tutte, sono rinforzate rispetto a quando l’acquisizione di un certo comportamento è determinato da risposte continuamente rinforzate.

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A questo punto, è facile notare come le nuove tecnologie impiegate da social network, programmi di messaggistica o giochi funzionino sfruttando particolari programmi di rinforzo variabile. Pensa ad alcuni giochi mobile in cui si ricevono premi giornalieri in momenti particolari del giorno. “La vita è come una scatola di cioccolatini, non sai mai quello che ti capita” (Forrest Gump). Lo stesso è vero per l’homepage di Instagram o Facebook. Chi ha pubblicato su? Cosa? Chi ha commentato il mio post? Cos’hanno detto? Devo controllare la mia e-mail, potrebbe essere arrivato qualcosa di importante! Sta vibrando il telefono: di cosa potrebbe trattarsi?
Non sempre quando apriamo Facebook o WhatsApp troviamo una buona notizia; spesso “non c’è nulla di nuovo” o peggio capita che sia una fotografia che ci mette di malumore.
A volte, però, ci “arriva qualcosa di bello”: un messaggio di scuse, una foto ricordo di un luogo del cuore, un’email per il colloquio di lavoro dei nostri sogni.
Ecco il rinforzo. Ecco la nostra dipendenza.
Nel momento in cui i nostri smartphone suonano e anche quando non lo fanno, quando “si illuminano”, il sistema di ricompensa della dopamina viene attivato in attesa di questi stimoli positivi.
Abbiamo questa pulsione di scoprire queste nuove informazioni, qualunque esse siano. Come un prurito irrefrenabile o una sete che deve essere spenta, così controlliamo i telefoni. Per quanto ci piacerebbe credere di essere in grado di controllare certi comportamenti compulsivi, purtroppo, come il piccione di Skinner, siamo in gabbia.

Susanna Morlino
@karmadelevingne

 

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