La storia dell’Afghanistan è un mosaico di invasioni e riconquiste tra i più vari del Medio Oriente. E dopo gli ultimi avvenimenti, queste vicende paiono non avere mai una fine.

Ventitré persone sembrano uno sputo, se paragonate ai tre milioni e mezzo di residenti a Kabul, o ai 600.000 di Kandahar. Eppure a Helmand, nel sud dell’Afghanistan, questo numero è marchiato nella mente dei pastori del luogo come l’ennesimo sopruso che la popolazione è costretta a subire. Prima con l’invasione sovietica, poi con i bombardamenti talebani e statunitensi, i civili afghani nati negli ultimi quarant’anni non sembrano destinati a conoscere il significato della parola “pace”.

Accaduto questo martedì, il bombardamento statunitense di Helmand è stata l’ennesima dimostrazione dell’efficacia dei talebani. La morte di queste 23 persone è stata infatti causata da una delle strategie più utilizzate dai terroristi: la tattica dello “scudo umano“. I talebani, infatti, non si sono fatti scrupoli ad attaccare le forze americane, ripiegando poi in un avamposto civile, che nulla aveva a che fare con una guerra ormai totalmente loro.

Solo quest’anno si sono calcolate perdite indicibili tra la popolazione: si parla di circa 8.100 morti. E il dato, se non si dovesse raggiungere un trattato di pace o una sconfitta totale del terrorismo, è destinato a salire. Perché qui è situato il paradosso che rende la guerra un tegame di caos e confusione: la questione etica della colpa. Certo, è ormai opinione comune che l’esercito USA si sia macchiato di soprusi nel corso della guerra con l’Afghanistan. Ed è vero che i talebani non hanno mai avuto scrupoli nel servirsi di tattiche ignobili quali il suicidio tramite ordigni esplosivi o la tortura e il rapimento di civili. Così com’è vero, però, che molte delle nazioni appartenenti alla NATO hanno offerto sostegno incondizionato per martoriare il suolo afghano.

Una via d’uscita?

Ashraf Ghani, presidente de facto dell’Afghanistan, ha annunciato, il giorno dopo il massacro di Helmand, l’intenzione di aprire un dialogo coi talebani. Questo potrebbe essere, forse, il primo passo concreto per una risoluzione di un conflitto che non ha mai conosciuto fine da ormai 17 anni. Cominciato con il crollo del World Trade Center, a detta del presidente Donald Trump potrà concludersi a sua volta con un altro crollo: quello delle milizie talebane.

Molte sono, quindi, le opinioni a riguardo: annientamento totale o mediazione? Un dubbio difficile da risolvere. Specialmente contando come i talebani siano “risorti” proprio a causa della diminuzione di truppe occidentali sul suolo afghano. E ciò non può far altro che sollevare altri dubbi, stavolta di natura etica.

Cos’è la liberta? E soprattutto, cos’è la libertà per il popolo afghano? Una questione difficile, senza dubbio. Specialmente in un paese in cui chi si accontenta gode: come esprimere altrimenti il semplice bisogno di non morire, esternato dalla popolazione?

In mezzo a situazioni così estreme e caotiche, sia sul piano diplomatico che bellico, la gente continua a non trovare una via d’uscita. Un dialogo coi talebani potrebbe essere forse un modo di concludere una carneficina ormai vista come priva di uno scopo da gran parte degli occidentali. Riportando così i civili, forse, a ricordarsi cosa siano le libertà e il diritto alla vita. Dei beni preziosi, di cui l’Afghanistan sta perdendo sempre più il ricordo.

Meowlow

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