“Succede solo nelle favole”. Ci hanno abituati a questa frase per anni, tanto che né la Disney né le inverosimili trame amorose propinateci dal grande schermo per anni sono basate a modificare il nostro disilluso cinismo… fino ad oggi. A dar man forte a tutti gli inguaribili romantici ci ha pensato, infatti, la principessa giapponese Ayako, che proprio poche ore fa ha pronunciato all’altare il fatidico “sì” rinunciando al suo status imperiale per sposare il cittadino borghese Kei Moriya.

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I due sposi, Credit: Dailymail.co.uk

Ha sfilato sotto gli sguardi commossi della nicchia di amici e parenti, sullo sfondo del santuario scintoista di Meiji Jingu (Tokyo) con indosso la gonna “hakama” ed i capelli acconciati secondo il folklore delle nobildonne giapponesi: quest’oggi gli occhi del Giappone sono stati puntati tutti su di lei, la 28enne principessa Ayako – terzogenita del defunto principe Takamado, cugino dell’imperatore Akihito – mentre con un ampio sorriso stampato sulle labbra si dirigeva verso l’altare. Lì ad aspettarla, c’era il trentaduenne Kei Moriya, funzionario della compagnia di spedizioni Nippon Yusen ed appassionato di maratone sportive e triathlon: un ragazzo come tanti che –  grazie alla singolare amicizia in comune tra i suoi genitori e la famiglia imperiale – ha avuto modo di conoscere Ayako, a quel tempo ricercatrice presso la facoltà di Scienze Sociali dell’Università Josai di Chiba.

Un “sì” da milioni di yen

Così come dettato dalla legge della casa imperiale, le donne che per amore scelgono di sposare qualcuno non appartenente alla stessa classe sociale sono obbligate a rinunciare al proprio titolo nobiliare. Questa è stata la stessa sorte riservata alla giovane Ayako che – dopo lo scambio degli anelli, la condivisione di una simbolica tazza di sakè e la lettura di uno dei tipici giuramenti della tradizione shintoista –  ha detto ufficialmente addio ai titoli e alle prerogative reali, “accontentandosi” di un’indennità pari a 107 milioni di yen (circa 840.000 euro) per “il mantenimento della dignità individuale”.

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Credit: Dailymail.co.uk

L’addio della principessa ai genitori

Stando a quanto riportato dai media giapponesi, la scorsa settimana la principessa Ayako avrebbe detto “addio” all’imperatore Akihito (che il prossimo anno ha intenzione di abdicare), animata però dalla speranza di poter “continuare ad aiutare l’imperatore e l’imperatrice come ex membro della famiglia imperiale”.
Nel frattempo però, i neosposini si preparano ad inaugurare la loro nuova vita coniugale, con la consapevolezza che avranno qualche agio in meno, ma una buona dose di amore reciproco tra le mani. Almeno a detta di Moriya, che ha ammesso alla stampa di essere stato attratto fin da subito dallo spirito gentile della moglie, convincendosi immediatamente “di voler passare il resto della mia vita con lei”.

Walt Disney e il peso della corona

Nonostante la nobile causa che ne ha suggellato il gesto, l’abbandono della “corona” da parte della principessa Ayako potrebbe essere visto come qualcosa di inconcepibile: perché rinunciare a sfarzo, infinite possibilità e stabilità economica a favore di qualcosa di mutevole ed incerto come una relazione? Per i veri romantici, la risposta sarà sicuramente un altisonante “per amore”, ma per una piccola parte di ognuno (o meglio, ognuna) di noi risulta difficile rinunciare al sogno nel cassetto di essere una di quelle bellissime e fortunate principesse a cui la Walt Disney ci ha abituato per anni.
Eppure una nuova ricerca condotta dalla professoressa Sarah M. Coyne mostra come l’assuefazione da “Disney Princess culture” non sia così innocua: essa rischia infatti di influenzare i bambini in età prescolare, rendendoli più suscettibili a stereotipi potenzialmente dannosi che – a lungo andare e soprattutto in età adulta –  possono dimostrarsi limitanti per le giovani donne.
Lo studio, pubblicato su Child Development, ha coinvolto 198 bambini in età prescolare valutando quanto essi interagissero con la “Disney Princess culture” (guardando film, giocando con i giocattoli, ecc.). Le valutazioni circa il comportamento stereotipato di genere si basavano su un compito interattivo in cui i bambini avevano il compito di ordinare e classificare i propri giocattoli preferiti scegliendoli da un set di giochi tendenzialmente considerati da femmina (bambole, set da tè), da maschio (figurine, set di strumenti) o neutri (puzzle, vernice). Partendo dal presupposto che il 96% delle bambine e l’87% dei bambini aveva visto i film principeschi della Disney, i risultati dimostrarono che per entrambi i sessi interazioni notevoli con le principesse hanno poi predetto, un anno dopo, un comportamento stereotipato di genere femminile. “Sappiamo che le ragazze che aderiscono fortemente agli stereotipi femminili di genere si sentono come se fossero incapaci di fare alcune cose” ha affermato Coyne. “Non sono così sicure di poter andare bene in matematica e scienze, non si sentono a loro agio nello sporcarsi, e di conseguenza sono meno propense a provare e sperimentare cose”. Tuttavia, gli effetti negativi per le ragazze non si limitano al solo comportamento stereotipato dannoso: lo studio mostra infatti che le bambine con una stima peggiore nei confronti del proprio corpo, si attaccano ancora di più allo stereotipo della principessa, assumendolo come modello totalizzante della propria persona. Sicuramente qualcosa di magico e irrealistico, ma che in alcune rare occasioni – come nel caso della principessa Ayako – ci ricorda che anche le favole più belle possono tramutarsi in realtà.

Francesca Amato

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