Il lato oscuro della psichiatria: quando pazzia e sanità condividono la stessa camicia di forza

Ancora oggi la schizofrenia rimane una delle domande senza risposta della psichiatria. A causa della molteplicità di aree cerebrali coinvolte e della complessa causalità chela contraddistingue, gli psicologi e psichiatri di tutto il mondo non sono infatti ancora riusciti a trovare una causa specifica per questa patologia, che nella sua multidimensionalità coinvolge tanto la biologia quanto il contesto socio-famigliare. Tante restano, però, le disumanità commesse nel tempo e “giustificate”solo a posteriori nascondendosi dietro il fantasma di tale difficoltà di analisi: una discolpa che ancora oggi, dopo decenni, non regge il confronto con le cicatrici indelebili lasciate sulle sue vittime.

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Dal film “Qualcuno volò sul nido del cuculo”, credit: ArtSpecialDay

Dalla definizione della patologia…

Il primo a coniare il termine dementia praecox fu Kraeplin, il quale la definì come una forma di follia caratterizzata da una progressiva evoluzione verso uno stato di deterioramento e disintegrazione della personalità, nonché del funzionamento mentale ed affettivo dell’individuo. Egli, nello specifico, distinse la demenza precoce in tre forme: una prima ebefrenica, legata ad una mancanza di coesione e coerenza in pensiero, linguaggio, comportamento, con l’aggiunta di deliri ed allucinazioni non sistematizzati e difficilmente comprensibili (come imbrattarsi di feci o mangiare sapone); una seconda forma, cosiddetta catatonica, nella quale prevalgono sintomi di blocco o eccitamento psicomotorio che portavano i pazienti ad assumere una posizione inusuale per ore o giorni. E da ultima, la forma ancora attualmente più diffusa: quella paranoide, caratterizzata da deliri lucidi e sistematizzati che spesso veicolano manie di complotto, paranoie o missioni religiose ai quali il paziente si sente predestinato.

…al focus sull’ambito ospedaliero

Per quanto riguarda il contesto ospedaliero, diverse furono le terapie sviluppate nel corso degli anni, molte delle quali successivamente ritenute da innumerevoli psichiatri e psicologi controverse e disumanizzanti. Tra queste, ad essere adottati per primi furono i cosiddetti metodi contenitivi, come l’utilizzo della camicia di forza, di asciugamani bagnati nei quali i pazienti venivano avvolti nel tentativo di calmarli, e da ultimo quello di vasche riempite con acqua fredda e ghiaccio nelle quali i malati venivano immersi. Proprio a causa di quella forma di “agitazione patologica” che gli psichiatri credevano intrinsecamente associata alla malattia, tante furono le terapie somatiche (quasi sempre eticamente e moralmente inaccettabili) messe in atto contro di essa: una prima forma di trattamento consistette infatti nell’indurre la malaria nei pazienti, in quanto gli eccessi febbrili causati da quest’ultima portavano a convulsioni che, da ultimo, sembravano calmare i pazienti. Altri neuropsichiatri ipotizzarono poi l’utilità del coma ipoglicemico, la cui conseguente crisi epilettica indotta artificialmente avrebbe portato – a detta degli esperti – una momentanea tranquillità: a nulla servirono le critiche di tutti coloro che ipotizzarono un (corretto) antagonismo tra epilessia e schizofrenia, specificando come l’induzione delle convulsioni pseudo-epilettiche non produceva risultati a lungo termine, ma esclusivamente una calma malsana e momentanea.

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Credit: mattadaslegare.blogspot.com

“Essere sani in luoghi folli”: l’esperimento di Rosenhan

A dimostrare non solo l’inefficacia degli strumenti adottati, ma anche quella della stessa diagnosi di partenza, fu l’esperimento proposto dallo psicologo David Rosenhan nel 1973 e successivamente pubblicato su Science con il titolo “On being sane in insane places” (“Sull’esser sani in luoghi folli“). Egli fece appositamente ricoverare otto dei suoi collaboratori (ovviamente,il tutto in accordo con questi ultimi) nei dodici ospedali psichiatrici più prestigiosi degli USA, chiedendo loro di presentarsi descrivendo delle allucinazioni ma azzerando qualsiasi possibile sintomo non appena fossero stati internati. I professionisti “sotto copertura” nelle settimane seguenti furono così sottoposti a colloqui (durante i quali parlarono in modo libero e sincero della propria infanzia e condizione attuale) e, al termine del periodo in manicomio, a tutti tranne uno venne diagnosticata una forma di schizofrenia.
Le critiche mosse a Rosenhan a seguito di questo esperimento (che aveva dimostrato la fallacia delle diagnosi del tempo) spinsero lo psicologo ha fare il bis, proponendo un secondo test antitetico al primo: questa volta fu lo stesso Rosenhan ad avvisare gli ospedali psichiatrici del fatto che avrebbe mandato loro dei “falsi pazienti” e sfidando gli psichiatri ad identificarli correttamente tra quelli realmente malati. Al termine dell’esperimento, su 193 pazienti ammessi vennero individuati 41 impostori e 42 sospetti. Eppure, anche questa volta Rosenhan portò a casa la partita: in realtà, infatti, si era trattato tutto di un bluff e non era stato mandato nessuno pseudo-paziente da smascherare.

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Credit: il Fatto Quotidiano

Il passato buio della psichiatria su grande schermo

A denunciare per la prima volta – davanti agli occhi di milioni di telespettatori – il trattamento disumano riservato ai pazienti ospitati nelle strutture ospedaliere statali, è stato il film “Qualcuno volò sul nido del cuculo”, diretto nel 1975 da Miloš Forman. La trama della pellicola racconta la vicenda di Randle Patrick McMurphy (Jack Nicholson), erroneamente internato nell’ospedale psichiatrico statale di Salem poiché ritenuto pazzo e, da quel momento, promotore di una crociata contro le regole ferree e spesso terrificanti a cui dovevano sottostare i degenti. La stessa sfrontatezza e il desiderio di libertà che lo porteranno a conquistare la fiducia dei veri malati mentali ricoverati nel manicomio, saranno però le cause scatenanti dell’elettroshock al quale verrà sottoposto nel tentativo di placarlo, con conseguenze tragiche.
Storicamente, la terapia elettroconvulsiva nasce proprio con il neurologo romano Ugo Cerletti che – dopo nientemeno che una visita al mattatoio – ipotizzò che la somministrazione di quelle scosse elettriche capaci di tranquillizzare i maiali prima della loro inevitabile morte avrebbe potuto funzionare altrettanto bene anche su pazienti umani.

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Lobotomia transorbitale eseguita da Walter Freeman, credit: WordPress.com

L’ombra forse più oscura di tutto il passato della psichiatria venne però proiettata dal neurochirurgo Antonio Egas Moniz, che nel 1935 conquistò il premio Nobel per la sua pionieristica leucotomia bilaterale:una tecnica “chirurgica” che prevedeva l’apertura di due fori ai lati del cranio con il fine di interferire tra la comunicazione di talamo (responsabile dell’emozione e quindi dell’ipereccitabilità)e lobi prefrontali.
Una tecnica disumana che – nonostante gli irreparabili danni fisici e psicologi provocati nelle sue vittime – nel 1937  venne rivisitata ed ampliata dal neuropsichiatra italiano, Amarro Fiamberti,convertendosi nella cosiddetta lobotomia transorbitale: una procedura che prevedeva l’accesso ai lobi tramite il pavimento orbitale dell’occhio del paziente, ritenuta tanto facile (quanto omicida) che alcuni psichiatri del tempo si ritrovarono addirittura ad attuarla utilizzando un comune rompighiaccio.  

Francesca Amato

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