Preoccupazione per l’ordine, perfezionismo eccessivo, controllo mentale e interpersonale, estrema coscienziosità e rigidità. Sono questi, in estrema sintesi, i tratti caratteristici del disturbo ossessivo-compulsivo di personalità (DOCP), secondo il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM). Ma il DOCP, così come ogni altro disturbo mentale, non è un’invenzione recente, la classificazione rigida e scientifica del Manuale lo è. Ci sono esempi nella storia del pensiero che potrebbero aver sofferto di questo disturbo? René Descartes (Cartesio), il filosofo dubbio-fobico, è un esempio calzante.

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Ritratto di Cartesio (Wikiwand).

Cosa significa soffrire di un disturbo di personalità

Intanto, cos’è un disturbo di personalità? E’ una tipologia di disturbo mentale che incide nella vita della persona a più livelli, solitamente definito egosintonico, poiché in armonia con desideri e bisogni dell’Io, coerente all’immagine che il soggetto ha di se stesso. Spesso è difficile rendersene conto proprio perché i sintomi sono interpretati come tratti peculiari della propria personalità, del proprio stile di vita. Se ne contano circa dieci ed ognuno è caratterizzato da una serie di modalità stabili di vedere se stessi, il mondo e le relazioni con le altre persone che può generare più o meno sofferenza e disagio, a seconda di come la persona si trova a gestire queste difficoltà. Perciò potremmo dire che questo tipo di disturbo appartiene intrinsecamente al soggetto, non gli è estraneo, fa parte di lui e i pattern (schemi) che vedremo sono le modalità (in senso kantiano) tramite le quali egli pensa, si rapporta con il mondo e agisce. La differenza fra egosintonico e il suo contrario, egodistonico, ci aiuta anche a distinguere e a non sovrapporre il disturbo ossessivo-compulsivo (DOC) e il DOCP. Il primo non è un disturbo di personalità, ma una condizione clinica vissuta in maniera egodistonica: il paziente desidera eliminare i sintomi – che non hanno nulla in comune con il proprio sé – quali ossessioni (idee, pensieri, impulsi, immagini che insorgono improvvisamente nella mente e che vengono percepiti come intrusivi e fastidiosi) e compulsioni (azioni mentali e/o comportamenti che si manifestano in risposta alle ossessioni e che ne rappresentano un tentativo di soluzione, seppure temporaneo). Non necessariamente troviamo ossessioni e compulsioni nel DOCP.

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Il dubbio ossessivo e iperbolico. (Cervello In Tilt)

Il filosofo dubbio-fobico

Ma cosa c’entra il Discorso sul metodo cartesiano, manifesto della filosofia moderna, con il Manuale dei disturbi mentali? Per rispondere, non è tanto importante capire la filosofia di questo pensatore, ma le modalità tramite cui è arrivato a fondarla. Dobbiamo capire chi era e come pensava. Un primo punto da cui partire è il dubbio. L’ossessivo è perennemente indeciso, sospinto da un impulso e bloccato da un contro-impulso che rendono il processo decisionale impossibile. Cartesio fu ossessionato per tutta la vita da un unico obiettivo: la ricerca della verità. Perché tutto gli appariva estremamente instabile, sul punto di crollare e svanire. Fu un uomo pervaso dal dubbio, che non aveva alcuna intenzione di rimanere incatenato nelle sue proprie speculazioni. Aveva un unico fine: la certezza. Possiamo allora chiederci perché il dubbio come metodo per cercare a tutti i costi un punto di riferimento, certo, chiaro, distinto. La risposta è il bisogno di controllo mentale e interpersonale. Nulla sfuggiva al dubbio corrosivo di Cartesio. Nulla sfugge al controllo maniacale dell’ossessivo. Ed ecco la prima regola del metodo: “Non accogliere mai come vera nessuna cosa che non conoscessi con evidenza essere tale: evitare cioè accuratamente la precipitazione e la prevenzione […]“. Quelle di Cartesio non sono paranoie costruite in aria. Prendeva sul serio il suo programma gnoseologico: il filosofo francese giungerà a mettere in discussione la validità dei nostri sensi, dell’esistenza di noi stessi e del mondo circostante. Ecco il perfezionismo smodato. Le pretese di Cartesio giungono fino all’assurdo, sono paradossalmente irrazionali, i suoi standard oltremodo rigidi. Egli deve “escludere ogni possibilità di dubbio” e per farlo ha bisogno di un metodo.

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Come dice Leonard in Memento, “Ordine e metodo mi permettono di vivere”

Ordine e metodo

Ma a che serve un metodo? In primo luogo, la personalità ossessiva difficilmente delega ad altri compiti che può e vuole svolgere da solo. Lavora individualmente e si fonda su se stesso. Di fatto Cartesio scrive in prima persona per narrare la sua esperienza e tutta la sua filosofia ruota intorno al cogito (notiamo che l’unica cosa di cui egli ha certezza è l’esistenza del proprio io). Non solo, gli altri devono sottomettersi al suo modus operandi. Infatti Descartes non sottopone a critica questo o quel ramo del sapere ma il fondamento stesso del sapere. Tutta la filosofia e la scienza precedenti non hanno validità alcuna perché non hanno un metodo rigoroso. Spetta a Cartesio rimediare, e non è un’impresa da poco: non succedeva dai tempi di Aristotele. Vuole perciò porre le basi di un sapere ex novo, non si affida a nessun altro. Per farlo ha bisogno di un metodo saldo, stabile, rigoroso, totale. Un metodo perfetto che ci aiuti a non cadere mai in errore, coinciso ed elegante, che consta di quattro regole: “ritenni mi sarebbero stati sufficienti i quattro seguenti, purché prendessi la risoluzione ferma di non mancare di osservarli mai una volta“. L’ossessivo, che come abbiamo detto ha bisogno di controllare ogni cosa, è estremamente attento ai dettagli, regole, liste, organizzazioni. Ordine e metodo sono come acqua e ossigeno. La ricerca di Cartesio è tale, cauta, prudente, rigorosa tanto “da essere sicuro di non omettere nulla“. Non sappiamo quante volte al giorno Cartesio rimettesse in ordine i propri abiti o si lavasse la mani, ma la quarta regola del metodo consta di enumerazione e revisione: controllare e ricontrollare completezza dell’analisi e correttezza della sintesi.

L’etica dello studioso

L’ossessivo è inoltre estremamente coscienzioso, scrupoloso, intransigente in tema di moralità, etica, valori, obbedienza alle regole e alle norme. Cartesio, animo schivo, si tenne sempre lontano da qualsiasi tipo di preoccupazione e noia che potesse distrarlo dai suoi studi. Elaborò così anche una sua morale provvisoria, una serie di regole per poter affrontare il mondo umano, concreto, in cui non funzionano le leggi del mondo teoretico e speculativo. La vita, rispetto al mondo della conoscenza, non aspetta. E Cartesio non vuole farsi trovare impreparato, deve organizzarsi “per vederci chiaro” e “procedere con sicurezza in questa vita“. Se l’ossessivo ha bisogno di controllare tutto per paura che qualcosa gli sfugga, comprendiamo bene quanta paura possa avere del futuro, di ciò che è imprevedibile. Scrive Cartesio: “La prima [regola] era di obbedire alle leggi e ai costumi del mio paese osservando costantemente la religione […] e regolandomi in ogni altra cosa secondo le opinioni più moderate e più lontane da ogni eccesso“. Questa è un’etica dello studioso. Il filosofo del cogito non vuole rogne perché ha un unico fine e deve perseguirlo con costanza. Un altro tratto di questo disturbo: la dedizione eccessiva al lavoro o allo studio a discapito di tutto il resto. Vivere di studio era il suo ideale e il suo sogno: “pensai che non avrei potuto fare cosa migliore se non perseverare in quella [occupazione] che avevo intrapreso, ossia impiegare tutta la mia vita a coltivare la ragione e a progredire, per quanto possibile, nella conoscenza della verità, seguendo il metodo che mi ero dato“.

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La ragione dev’essere la guida, non le passioni o le emozioni, che vanno controllate e/o represse.

Il padre del razionalismo moderno

Un ultimo tratto, non meno importante. L’ossessivo ha difficoltà a lasciarsi andare, a manifestare le proprie emozioni. E’ molto più ragione e cervello che cuore e sentimento, ha la tendenza a reprimere. Non dimentichiamo che Descartes passa alla storia come il padre del razionalismo moderno. Il nuovo sapere si fonderà sull’umana razionalità. E’ la ragione la nostra guida suprema, non i sensi, non le emozioni. Anzi, le passioni sono irrazionali, dobbiamo controllarle e/o reprimerle. Qui Cartesio riprende in toto la lezione del mondo greco, e si spinge ancora oltre. Quando propone il netto dualismo mente-corpo, afferma a gran voce che non è importante il nostro corpo come sensazione, emozione, impulso. Il pensiero è staccato dal corpo perché appartengono a due piani differenti. L’uomo cartesiano è l’uomo freddo, impostato, calcolatore, cerebrale, che vuole vincere le emozioni e che assolutizza il proprio Pensiero. Si ricorda infatti che anche dopo la morte della figlioletta Francine, nonostante il dolore devastante, i suoi scritti non persero mai il carattere rigoroso e sistematico, anzi, in seguito a quel periodo scrisse il suo capolavoro, le Meditazioni metafisiche.
Indipendentemente dal fatto che Cartesio soffrisse o meno di tale disturbo, vi sono molte somiglianze, il che suggerisce una personalità non facile. Eppure il filosofo dubbio-fobico riuscì a utilizzare qualsiasi tratto potenzialmente dannoso a suo favore. Probabilmente, grazie al suo ingegno e al suo amore per ciò che studiava, o meglio per ciò che gli permetteva lo studio: la ragione. E per Cartesio sarebbe stato più triste perdere la ragione che la vita, poiché in quel caso avrebbe perso la ragione della vita.

Cristiano Bacchi

 

 

 

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