Making a murdererMaking a murderer è un documentario composto finora da due stagioni, dell’ormai celebre canale Netflix, che narra di Steven Avery e, successivamente del nipote Brendan Dassey. Quest’uomo della Contea di Manitowoc in Wisconsin ha già trascorso 31 dei 55 anni di vita in carcere. Steven Avery inizia a lavorare giovanissimo nell’attività di famiglia, fin quando nel 1985, a ventitré anni, viene arrestato per lo stupro ed il tentato omicidio di Penny Beerntsen. Con un condanna ventennale sulle spalle, Avery lottò da subito per la sua innocenza, fornendo persino un alibi veritiero. Fu tutto inutile. La polizia non approfondì le indagini e l’uomo scontò diciotto dei vent’anni di detenzione. Gli ultimi due anni gli saranno risparmiati poiché entrò in gioco Innocence Project, che riuscì a dimostrare l’innocenza di Steven grazie ad un esame del DNA su un pelo pubico trovato sulla vittima. Nonostante la ritrovata libertà, i diciotto anni di vita rubata non potevano essere dimenticati e così Avery intentò una causa del valore di 36 milioni di dollari contro tutti coloro che furono responsabili del suo arresto e della sua condanna. 

MAKING A MURDERER 2

Appena due anni dopo la richiesta di risarcimento una nuova accusa incombe sull’uomo. Infatti viene arrestato e accusato per l’omicidio di Teresa Halbach. Una fotografa che, poco prima di svanire, si trovava nella proprietà Avery per scattare delle foto ad un veicolo in vendita. In questo caso però non è l’unico imputato, il nipote Brendan Dassey è accusato di essere il complice. La gestione delle indagini, come si scoprirà con gli anni e attraverso i vari gradi della giustizia americana, sarà a dir poco imbarazzante. Dopo più di dieci dalla seconda incarcerazione, Steven assume come avvocato Kathleen Zellner che prova a dimostrare la faziosità degli investigatori e procuratori della Contea di Manitowoc. Alcune prove sembrano fabbricate ad hoc, come il sangue trovato all’interno dell’auto di Teresa. Con il test del DNA infatti si dimostrò essere di Avery, ma in realtà, si crede possa provenire da una fiala conservata dalle indagini del 1985. Purtroppo non fu l’unico indizio a carico dell’imputato, ma la situazione si aggravò con la confessione di Brendan Dassey. Il nipote, al momento dell’arresto, è un sedicenne con deficit intellettivi. Il suo QI è tra 69 e 73, considerato 70 come soglia di disabilità, è chiaro che il ragazzo avesse qualche difficoltà. L’interrogatorio tenutosi l’1 marzo 2006 e completamente ripreso dalle telecamere ci mostra più che una confessione una coercizione. La validità dell’ammissione di colpevolezza, considerata l’età, i limiti intellettivi, il fatto che tutto si sia svolto senza la presenza di un adulto e per tantissime ore, è quantomeno dubbia.

LE FALSE CONFESSIONI

Perché mai un uomo innocente dovrebbe confessare un crimine? Se si pensa che nella maggior parte dei casi questo crimine è classificato violento, come l’omicidio, per l’umana concezione è impossibile pensare che qualcuno non colpevole si faccia carico di un’ammissione che gli rovinerà la vita. Nella realtà, soprattutto in America, la percentuale delle false confessioni è piuttosto elevata e spesso in casi in cui è l’unica prova a carico dell’imputato. Queste dichiarazioni non veritiere si possono classificare in tre tipi: volontarie, estorte a forza e interiorizzate. Le prime sono il risultato di un delitto di “alto profilo” per cui, chi confessa, è in cerca di notorietà, vuole attirare l’attenzione oppure si cerca di proteggere qualcuno, come potrebbe fare un genitore per il figlio o semplicemente si è in presenza di patologie mentali.

Making a murderer
Fonte: ilpost.it

LE CONFESSIONI ESTORTE A FORZA

Nascono da una specifica tecnica di interrogatorio, la tecnica Reid. Reid era un ex poliziotto di Chicago che negli anni Quaranta era considerato un esperto del poligrafo, ovvero della macchina della verità. All’epoca il suo modo di interrogare era considerato estremamente innovativo e soprattutto civile, visto che in quel periodo la polizia era conosciuta per la violenza e la brutalità. Ben presto Reid ottenne la fama di uno che faceva confessare l’80% degli imputati sfruttando solo la psicologia. In verità un individuo confessa per condizionamento, ovvero per sfuggire ad una punizione o per guadagnarci. Burrhus Skinner inventò il paradigma del condizionamento operante, attraverso l’uso della Skinner Box. Un topo si trovava in una gabbia con due leve, una dava la scossa, l’altra una piccola quantità di cibo. Inizialmente il topo esplorando il luogo premeva indistintamente le due leve, ma, dopo qualche tentativo, capiva che la leva da premere era quella che lo gratificava e non quella che provocava dolore. E così anche gli interrogatori coercitivi spesso avvenivano in casi in cui gli uomini si vedevano incastrati, senza avvocati, costretti per ore a rispondere sempre alle stesse domande, anche se non avevano le risposte. Così invece di andare incontro alla promessa della pena di morte preferivano una ricompensa, verosimilmente l’ergastolo.

LE FALSE CONFESSIONI INTERIORIZZATE

Questi sono i casi di persone estremamente vulnerabili che si convincono di essere i fautori del crimine. Cominciano persino a raccontare dettagli inventati per rendere tutto più credibile. Spesso sono persone con deficit cognitivi o più ragionevolmente ragazzi che non vengono assistiti da un adulto e che interiorizzano un delitto mai commesso. I poliziotti bluffano, raccontando di essere in possesso di chissà quali prove e, forse grazie ad una mente non completamento formata, convincono i giovani della loro colpevolezza. L’esempio del quattordicenne Michael Crowe che fu accusato dell’omicidio della sorella e che, dopo ore di interrogatorio senza assistenza, innocente, come si scoprì poco dopo, dichiarò: <Non sono sicuro di come l’ho fatto. Tutto quello che so è che l’ho fatto.> resta nella letteratura delle false confessioni.

Making a murderer, e Brendan Dassey soprattutto, risveglia le coscienze sulle false confessioni. Un fenomeno molto studiato in America e che dimostra quanto sia molto meno raro di quel che si crede. È ancora più grave se si pensa che in una ricerca compiuta da Saul Kassin, docente del Williams College, le false confessioni erano presenti nel 62% dei casi di omicidio. Crimini in cui la detenzione può giungere alla pena di morte, negli Stati in cui è tuttora vigente.

Sonia Felice

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