“Per favore non tagliatemi tutta per scoprire come sono morta

ve lo dico io come sono morta

Cento di Lofepramina, quarantacinque di Zoplicone, venticinque di Temazepam, e venti di Melleril.’’

                                                                                                  [Piscosi delle 4 e 48­]

Rappresentazione di Purificati (Cleansed), un’opera teatrale di Sarah Kane, debuttata al Royal Court Theatre di Londra nel 1998. Il titolo allude in modo pregnante a una crudele bruciatura di ferite morali e corporee, ma anche ad una terribile pulizia etnica. Scrive il dramma dopo aver letto la frase di Roland Barthes “Essere innamorato è come essere ad Auschwitz.” Cleansed tratta delle sofferenze che gli innamorati patiscono a causa dei loro sentimenti.

Londra, fine degli anni ‘80: una serie di giovani autori under 30 decide di dare una svolta al teatro inglese, ammalato di perbenismo e pacatezza, strattonando lo spettatore dalla propria comfort zone per farlo sbattere contro il mondo dell’osceno. Nasce l’in-yer-face theatre (da yer, forma arcaica di your e dal gergale inglese In your face!), un genere teatrale dai contenuti feroci che mette in scena argomenti tabù quali sesso, violenza, stupro, cannibalismo.

Lo scopo è creare disagio, demolire qualsiasi tipo di filtro, malmenare la classica articolazione per atti, dialoghi e indicazioni scenografiche, non preoccupandosi di mettere in scena personaggi che defecano, vengono sgozzati, si masturbano, si mangiano a vicenda.

Stato d’animo: Incazzata. Sentimenti: Incazzatissima

Una delle cose che Sarah ha lasciato dette è stata: non voglio biografie.”

                                                                                           [The Guardian, luglio 1, 2000]

Sarah Kane

Capelli biondi cortissimi. Accesa tifosa del Manchester United. In questa generazione di nuovi arrabbiati, il colore più caldo è tratteggiato nella personalità visionaria della drammaturga nata nel 1971 nell’Essex, a Brentwood. Lo stadio e il teatro sono i luoghi dove riesce ad esprimere liberamente se stessa, con la parola e il corpo: “Io sono convinta che il teatro fa parte dei bisogni umani più fondamentali: se una città fosse distrutta da una bomba, la gente per prima cosa andrebbe a cercare cibo e un tetto e, non appena avesse provveduto a queste necessità, comincerebbe a raccontarsi delle storie.

Rappresentazione di Dannati (Blasted), prima opera teatrale di Sarah Kane, andata in scena nel 1995 al Royal Court Theatre Upstairs di Londra. Il titolo vuole esprimere l’idea di esplosione distruttiva dei corpi e delle anime.

Tutti i suoi lavori, definiti dalla critica “una disgustosa sagra della schifezza”, sono pervasi da eccessi scenici e verbali, da una brutalità visiva quasi imbarazzante.

Con l’intento di smuovere dal torpore lo spettatore, non risparmia immagini di sadomasochismo, sesso estremo, torture psicologiche e fisiche di ogni tipo.

Sviluppa un forte interesse per l’indagine sulle relazioni umane e sul modo in cui la violenza caratterizzi i rapporti tra gli individui, si sofferma sugli abissi del dolore e del desiderio, della speranza e della disperazione. In particolare, s’impegna a tagliuzzare in modo selvaggio ogni diversa sfaccettatura dell’amore, inteso come causa determinante delle azioni di ogni individuo, raccogliendone e incollandone ogni brandello nei suoi drammi.

Ho cominciato a non controllare più l’intestino

“Ev’rybody’s got the fever / That is something you all know / Fever isn’t such a new thing / Fever started long ago / Fever if you live and learn / Fever till you sizzle / What a lovely way to burn / What a lovely way to burn / What a lovely way to burn”

                                                                                                           [Fever, Elvis Presley]

Bisogno irrefrenabile, fame rabbiosa, agonia, voglia, frenesia, fanno a pugni nel testo Febbre (Crave). Sentimenti così paralizzanti per i 4 protagonisti, indicati esclusivamente da una lettera dell’alfabeto, da esprimersi attraverso sussulti e spasmi:

  •        Da una parte c’è A (inteso come author, abusator, actor), un uomo adulto che vive una storia malata e morbosa con quella che potrebbe essere sua figlia, C (child): E io tremo, singhiozzo al ricordo di lei, di quando mia amava, prima che diventassi il suo carnefice, prima che dentro di me non ci fosse più posto per lei, prima che non ci capissimo più, sì il primo momento in cui la vidi, con gli occhi sorridenti e pieni di sole, e tremo di dolore per quel momento da cui ho sempre cercato di fuggire.”
  •        Appena adolescente, C tenta di fuggire da questo legame di cui ne è vittima ma di cui, al tempo stesso, non può farne a meno: “Mi è capitato di far finta di avere un orgasmo, ma è la prima volta che faccio finta di non avere un orgasmo.
  •        M (mother), una donna che invece fugge dal tempo, desiderosa di un figlio pur di non restar sola, che vede in B (boy) un valido mezzo per raggiungere il suo scopo:SENTI SBRIGATI PER FAVORE E’ TARDI”. 

Al posto di quella che poteva essere una descrizione generica e banale delle loro emozioni, l’autrice entra nel personale noto solo ai due interlocutori, selezionando ed elencando tutti quei dettagli che fanno temporaneamente dimenticare l’identità di A, pedofilo reo confesso.

A: “e sedermi a fumare sulle scale finché il tuo vicino non torna a casa e sedermi a fumare sulle scale finché tu non torni a casa e preoccuparmi se fai tardi e meravigliarmi se torni presto e portarti girasoli e andare alla tua festa e ballare fino a diventare nero e essere mortificato quando sbaglio e felice quando mi perdoni e guardare le tue foto e desiderare di averti sempre conosciuta e sentire la tua voce nell’orecchio e sentire la tua pelle sulla mia pelle e spaventarmi quando sei arrabbiata e hai un occhio che è diventato rosso e l’altro blu e i capelli tutti a sinistra e la faccia orientale e dirti che sei splendida e abbracciarti se sei angosciata e stringerti se stai male e aver voglia di te se sento il tuo odore e darti fastidio quando ti tocco e lamentarmi quando sono con te e lamentarmi quando non sono con te e sbavare dietro ai tuoi seni e coprirti la notte e avere freddo quando prendi tutta la coperta e caldo quando non lo fai e sciogliermi quando sorridi e dissolvermi quando ridi e non capire perché credi che ti rifiuti visto che non ti rifiuto e domandarmi come hai fatto a pensare che ti avessi rifiutato e chiedermi chi sei ma accettarti chiunque tu sia e raccontarti dell’angelo dell’albero il bambino della foresta incantata che attraversò volando gli oceani per amor tuo e scrivere poesie per te e chiedermi perché non mi credi e provare un sentimento così profondo da non trovare le parole per esprimerlo e aver voglia di comprarti un gattino di cui diventerei subito geloso perché riceverebbe più attenzioni di me e tenerti a letto quando devi andare via e piangere come un bambino quando te ne vai e schiacciare gli scarafaggi e comprarti regali che non vuoi e riportarmeli via e chiederti di sposarmi e dopo che mi hai detto ancora una volta di no continuare a chiedertelo perché anche se credi che non lo voglia davvero io lo voglio veramente sin dalla prima volta che te l’ho chiesto e andare in giro per la città pensando che è vuota senza di te e volere quello che vuoi tu e pensare che mi sto perdendo ma sapere che con te sono al sicuro e raccontarti il peggio di me e cercare di darti il meglio perché è questo che meriti e rispondere alle tue domande anche quando potrei non farlo e cercare di essere onesto perché so che preferisci così e sapere che è finita ma restare ancora dieci minuti prima che tu mi cacci per sempre dalla tua vita e dimenticare chi sono e cercare di esserti vicino perché è bello imparare a conoscerti e ne vale di sicuro la pena e parlarti in un pessimo tedesco e in un ebraico ancora peggiore e far l’amore con te alle tre di mattina e non so come non so come non so come comunicarti qualcosa dell’assoluto eterno indomabile incondizionato inarrestabile irrazionale razionalissimo costante infinito amore che ho per te.”

A ricordarci della natura di questo amore, solo la successiva battuta di C: “ora basta ora basta ora basta ora basta ora basta ora basta ora basta ora basta ora basta ora basta ora basta”.

Hai mai pensato di scopare con me?

“Quando mi chiedeva di cucinare, dovevo per forza preparare mezzo chilo di bacon, omelette da 6 uova, 6 toast. Era come cucinare per un esercito. A volte ci aggiungeva una scatola intera di gelati Eskimo.”

                                                                                     [Linda Thompson su Elvis Presley]

Elvis Presley

Se in Febbre i personaggi cercano di sopprimere e combattere questo appetito insaziabile, ne L’amore di Fedra sfamano questa urgenza: ripescando e rielaborando una vecchia tragedia di Seneca, fa vestire al personaggio di Ippolito, figlio del re di Atene, gli eccentrici panni di Elvis Presley. In questo modo, la devastazione provocata dalla voracità per la carne, l’alcol, i barbiturici, che designava la faccia inebetita del re del rock, viene assorbita da un giovane grasso e debosciato, preda di uno spleen insuperabile.

Locandina di Pazzo per le donne (Girl Happy), un film del 1965 diretto da Boris Sagal ed interpretato da Elvis.

Costantemente imbottito di antidolorifici e metadone, Elvis placa la sua ingordigia invitando centinaia di ragazze, accuratamente selezionate dai suoi uomini più fidati, ai party che organizzava: “Si beveva Coca-Cola e si mangiavano patatine ma i più esperti sapevano dove trovare l’eccitante giusto per incrementare il piacere erotico.”

Allo stesso modo Ippolito fa sesso per noia, è perennemente sporco e sempre intento a guardare la televisione e a mangiare patatine fritte: “Ippolito è seduto in una stanza buia a guardare la televisione. E’ sdraiato in modo scomposto su un divano circondato da costosi giochi elettronici, pacchetti di patatine e dolci vuoti, e una distesa di calzini e mutande usate sparpagliati dappertutto. Sta mangiando un hamburger, con gli occhi fissi sulla luce tremolante di un film hollywoodiano. Tira su con naso. Sente che sta per arrivare uno starnuto e si sfrega il naso per bloccarlo. Continua a provare fastidio al naso. Si guarda attorno nella stanza e prende un calzino. Esamina con attenzione il calzino e poi ci si soffia il naso. Getta il calzino sul pavimento e continua a mangiare l’hamburger. Il film diventa molto violento. Ippolito lo guarda impassibile. Prende un altro calzino, lo esamina con attenzione e lo scarta. Ne prende un altro, lo esamina con attenzione e decide che va bene.

Infila il pene dentro il calzino e si masturba finché non viene senza un barlume di piacere.

Sfila via il calzino e lo getta sul pavimento. Inizia un altro hamburger.”

Rappresentazione teatrale di L’amore di Fedra (Phaedra’s Love), è la seconda opera teatrale di Sarah Kane, andata in scena per la prima volta a Londra nel 1996.

La sua matrigna, Fedra, è schifosamente attratta dalla questa disturbata figura, tanto da piegarsi in un’estemporanea fellatio pur di attirare la sua attenzione:

I: “Tutti mi odiano.”

F: “Io no.”

         Si guardano. Ippolito sottrae lo sguardo.

I: “Perché non vai a parlare con Strofe, lei è tua figlia, io no. Perché tante attenzioni per me?”

F: “Ti amo.”

       Silenzio.

I: “Perché?”

F: “Sei difficile. Volubile, cinico, amaro, grasso, decadente, sfatto. Stai a letto tutto il giorno e guardi la Tv tutta la notte, barcolli qua e là per la casa con gli occhi assonnati e senza un pensiero per nessuno. Soffri. Ti adoro.”

I: “Non è sensato.”

F: “Nemmeno l’amore.”

Alle 4 e 48 l’ora felice in cui la lucidità mi fa visita

But I’m a creep, I’m a weirdo,

What the hell am I doing here?

I don’t belong here.

I don’t belong here.”

                    [Creep, Radiohead]

L’anno 1999 è segnato da un grave attacco di depressione, uno dei tanti, per Sarah: dopo un tentativo di suicidio fallito nella sua abitazione di Brixton, ingerisce 150 pastiglie di antidepressivi e 50 pillole per il sonno. Ricoverata d’urgenza al King’s College Hospital di Londra, riesce a recuperare le forze. Tre giorni dopo, il 20 febbraio dello stesso anno, fra le 2:00 e le 3:00 del mattino, arriva la tragica notizia: Sarah Kane si è impiccata nel bagno della sua stanza, con i lacci delle scarpe. 

Il titolo di Psicosi delle 4 e 48 (4:48 Psychosis) indica l’ora in cui sembra che più frequentemente ci si tolga la vita. La psicosi viene definita come “un grave disturbo di salute mentale che, alterando profondamente le capacità di pensiero, porta chi ne è affetto a perdere ogni contatto con la realtà. L’individuo psicotico, infatti, soffre principalmente di illusioni e allucinazioni, si convince di cose non vere (illusioni) e crede di sentire o vedere cose del tutto inesistenti (allucinazioni).”

La causa scatenante?

Quella stessa fame rabbiosa che alimentava i suoi personaggi. Era stata abbandonata dalla sua compagna. La fame inappagata era diventata ossessione. L’ossessione era diventata rabbia. La rabbia era diventata delirio.

In questo modo salutava con un ultimo gesto estremo e osceno quel mondo che l’aveva sempre disgustata per il suo essere sempre così perfetto, sempre così impostato.

E il dramma convulso che aveva scritto una settimana prima di morire, Psicosi delle 4 e 48, un lungo monologo denso di nevrosi e allucinazioni, assume i connotati di un lamento.

Un lamento che sembra aver preso in prestito i versi dei Pixies.

Where is my mind

Where is my mind

Where is my mind

Way out in the water

See it swimmin’

Clelia Sinisi

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