Recentemente uno studio sembra aver osservato che il consumo di MDMA (o ecstasy) sembri aumentare i propri livelli di empatia non solo nel breve termine, ma anche a lungo termine. Inoltre i consumatori di ecstasy hanno livelli di empatia più alti rispetto ai consumatori di cannabis e di altre droghe.

L‘MDMA (o ecstasy) è una droga di classe A ed il suo utilizzo in ambito medico è assolutamente vietato. Accanto ai suoi effetti collaterali sembra però far capolino una conseguenza particolare che non può essere propriamente definita negativa. Un recente studio ha infatti dimostrato che il consumo di MDMA sembra aumentare i livelli di empatia e che tale aumento persista anche nel lungo periodo. Ovviamente si parla di un uso moderato della sostanza e non è l’unico fattore che deve essere considerato in questo caso. Lo studio infatti lascia aperta la possibilità di approfondire la questione con ricerche successive, sottolineando comunque un ruolo abbastanza importante dell’MDMA in questo processo.

Lo studio

La dottoressa Molly Carlyle ha condotto lo studio in questione con un altro gruppo di ricercatori dell’Università di Exeter, pubblicato sul Journal of Psichopharmacology. I ricercatori hanno confrontato i livelli di empatia di persone che facevano uso di droghe diverse, come cannabis, cocaina ed MDMA. 25 soggetti assumevano MDMA in concomitanza ad altre droghe, 19 assumevano droghe differenti, ma non MDMA ed infine 23 soggetti utilizzavano solo dell’alcol. È importante specificare che tutti i soggetti che hanno preso parte a tale studio facevano un uso lieve/moderato di ecstasy. L’obiettivo era verificare non solo che un uso moderato della sostanza aumenta i livelli di empatia nel breve periodo rispetto ad altre sostanze, ma dimostrare anche che questi effetti persistono anche per un periodo di tempo più lungo. Tutto questo profila all’orizzonte la possibilità di poter utilizzare l’MDMA per scopi medici.

L’ipotesi iniziale è stata ben presto confermata. Coloro che facevano uso di MDMA avevano riportato effettivamente livelli più alti di empatia rispetto a coloro che consumavano anche altre sostanze e rispetto a coloro che invece non assumevano alcun tipo di droga. Il tutto è stato dimostrato facendo svolgere ai soggetti sperimentali un compito di discriminazione delle emozioni. Lo studio ha inoltre smentito che l’uso di ecstasy sia correlato ad un evidente disagio sociale. Poiché in effetti si verifica un aumento dei livelli di empatia, a tutto si potrebbe pensare fuorché a problemi a livello sociale. I consumatori di MDMA infatti presentavano livelli di empatia più alti rispetto ai consumatori di altre droghe, quindi in realtà si potrebbe parlare quasi di un miglioramento da questo punto di vista.

Il compito di discriminazione delle emozioni

Innanzitutto i soggetti dovevano compilare un questionario relativo al loro livello di empatia. Successivamente dovevano discriminare le emozioni solamente attraverso le espressioni facciali, il tutto computerizzato. Venivano quindi presentati vari volti che esprimevano ciascuno un’emozione diversa, ai quali i partecipanti dovevano attribuire una certa emozione. Ogni volta che veniva mostrato un volto diverso i ricercatori chiedevano ai partecipanti come si sentissero nel vedere quel determinato volto. I ricercatori hanno misurato sia il livello di empatia cognitiva, cioè la capacità di riconoscere le emozioni altrui sia l’empatia emotiva, cioè la capacità di provare determinate emozioni, conseguenti alle emozioni altrui.

Emozioni
I soggetti sperimentali dovevano svolgere un compito di discriminazione delle emozioni.

I consumatori di MDMA presentavano livelli più elevati sia di empatia cognitiva sia di empatia emotiva rispetto ai soggetti che assumevano altri tipi di droghe. Una lieve differenza è stata registrata tra i consumatori di alcol ed i consumatori di MDMA, mentre tutti gli altri presentavano un abbassamento dei livelli di umore e di autostima come risposta all’esclusione sociale. Un uso moderato di MDMA quindi non solo non sembra provocare disagio sociale, anzi al contrario sembra migliorarlo visto che aumenta i livelli di empatia. Ovviamente bisognerebbe considerare anche tanti altri fattori che potrebbero in qualche modo influenzare questi risultati, approfondendo il ruolo dell’ecstasy in questa situazione. In futuro potrebbe anche essere possibile utilizzare l’MDMA come psicofarmaco attraverso dosi opportune e precise indicazioni mediche.

L’empatia

L’empatia è la capacità di ‘mettersi nei panni dell’altro’, percependone emozioni, sentimenti e pensieri. Comporta il riconoscimento delle emozioni altrui come se fossero nostre, al fine di comprendere il punto di vista dell’altro. È una capacità importante che ci connette con l’altro ed è fondamentale per consentirci delle buone interazioni sociali. Il termine è entrato a far parte del lessico psicologico nel Novecento grazie a Lipps perché ha introdotto il concetto dell’empatia psicologica. Secondo Lipps osservare movimenti altrui suscita in noi lo stesso stato d’animo alla base del movimento che si vede fare. La persona sa bene che lo stato percepito non le appartiene, ma viene proiettato sull’altro perché legato al suo movimento. Si tratta quindi di empatia come partecipazione o come imitazione interiore.

Empatia
L’empatia è la capacità di ‘mettersi nei panni dell’altro’, percependone emozioni, sentimenti e pensieri. Comporta il riconoscimento delle emozioni altrui come se fossero nostre, al fine di comprendere il punto di vista dell’altro.

In molti si sono occupati del concetto di empatia, tra cui per esempio Freud, Kohut, Mead (per citarne alcuni del secolo scorso) e Rizzolatti e Fassino (per citare alcuni contemporanei). Una delle teorie più recenti vede coinvolti i neuroni specchio. Secondo Gallese (uno degli scienziati italiani che ha scoperto l’esistenza di tali neuroni) alla base dell’empatia ci sarebbe un processo di ‘simulazione incarnata‘. Si tratta di un meccanismo essenzialmente di natura motoria composto da neurori che precedono ogni elaborazione cognitiva. Per riprendere le parole di Gallese, ‘percepire un’azione – e comprenderne il significato – equivale a simularla internamente‘.

La teoria di Martin Hoffman

La teoria di Hoffman rappresenta un contributo piuttosto recente che coinvolge un gran numero di elementi che insieme contribuiscono allo sviluppo dell’empatia. Le sue prime manifestazioni, secondo Hoffman, risalirebbero addirittura ai primi giorni di vita. Inoltre la considera come costituita da elementi differenti che si sviluppano seguendo percorsi e strade diverse. Il modello di Hoffman comprende tre componenti: affettiva, cognitiva e motivazionale.

Nei primi giorni di vita prevale la dimensione affettiva dell’empatia, mentre la dimensione cognitiva è pressocché assente. Man mano che lo sviluppo procede la componente cognitiva diventerà sempre più importante e si uniformerà con quella affettiva, permettendo lo sviluppo di forme di empatia sempre più complesse. Infine la componente motivazionale rappresenterebbe una motivazione per mettere in atto comportamenti di aiuto di fronte ad una persona che sta soffrendo. In questo modo chi aiuta da un lato ptova una sensazione di benessere, mentre dall’altro ha evitato i sensi di colpa che avrebbe potuto provare se non avesse aiutato la persona in difficoltà. La forma più matura dell’empatia inizia ad emergere intorno ai 13 anni.

Empatia non solo come forma di conoscenza

Non si tratta semplicemente di una forma di conoscenza, sarebbe riduttivo definire in tal modo l’empatia. Si tratta di un vero e proprio processo cognitivo, un’abilità che può essere allenata e nella quale si può diventare anche molto bravi. In questo modo si è in grado di decidere come e quando attivare il sentimento empatico, al fine di evitare situazioni estreme di eccesso o assenza di empatia. Le conseguenze di questi estremi sono spesso negative e tra queste troviamo per esempio depressioni ed esaurimenti nervosi, che certamente non possono aiutare gli altri in alcun modo.

Martina Morello

 

 

 

 

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