Quel genio tormentato, originale, onirico e surreale che era Salvador Dalì, moriva il 23 Gennaio 1989, appena 30 anni fa. La sua eredità è di immensa bellezza. Il suo approccio alla realtà, il suo modo di vedere le cose, hanno sicuramente riscritto la storia dell’arte scavando, finalmente, in ciò in cui molti dei suoi predecessori non avevano mai osato avventurarsi: la mente umana e i suoi demoni, insieme agli angeli, che vi si annidano. Ma chi era davvero Salvador Dalì? Cercheremo di approfondire alcuni aspetti della vita di questo tanto particolare quanto stravagante artista. Quali impulsi lo ispiravano? Quali ideali? Quali pensieri? Risaliamo alle origini della sua arte attraverso un identikit psicologico, esplorando gli aspetti del metodo paranoico-critico, la sessualità, il delirio.

Breve viaggio nella vita

Salvador Dalì nacque a Figures, in Catalogna, l’11 Maggio del 1904. La sua passione per l’arte scaturì da quella della madre, Felipa Dome’nech y Ferre, che ebbe un’influenza determinante per la sua carriera d’artista. Il padre, invece, Salvador Aniceto Dalì y Cusi, era un notaio. Essendo morto appena nove mesi prima della sua nascita, stroncato da una meningite fulminante, Dalì non conobbe mai il fratello, anch’egli di nome Salvador. La sua morte, seppur previa alla nascita dell’artista, ebbe un’influenza determinante. I genitori affermavano che l’artista era la reincarnazione del figlio che avevano appena perduto che, seppur così simile, era al contempo così diverso. Studiò all’accademia di San Fernando, nella quale cominciò ad attirare le prime attenzioni su di sé. Una volta divenuto celebre, cominciò a farsi crescere i baffi, un omaggio suo grande maestro, Diego Velàsquez, e, nel 1929, incontrò la sua musa, Elena Ivanovna Diakonova, da lui denominata Gala. Il suo grande amore venne consumato in maniera promiscua. La donna era da lui venerata ed elevata alla stregua di una dea, la sua “superdonna”, in riferimento a Nietzsche. Fu proprio in quegli anni che iniziò la sua esplorazione dell’inconscio. Si spense ascoltando il suo disco preferito, “Tristano e Isotta” di Wagner, a causa di un arresto cardiaco.

L’automatismo psichico

L’attività paranoico-critica, con la quale Dalì espose la sua arte, fu definita dallo stesso artista come «un metodo spontaneo di conoscenza irrazionale basato sull’associazione interpretativo-critica dei fenomeni deliranti». L’artista prese liberamente ispirazione dall’automatismo psichico, una corrente teorizzata, a sua volta, da André Breton, un esponente del Surrealismo.

L’enigma del desiderio, Salvador Dalì

Con automatismo psichico si intende il trasferimento delle associazioni prodotte inconsciamente nelle forme dell’arte senza la mediazione della ragione. Questo termine prende origine nella psicoanalisi, indicando quel modo di esprimere sia verbalmente, che non verbalmente, il funzionamento del pensiero al di là di ogni preoccupazione di matrice morale o estetica. Sostanzialmente, dunque, l’automatismo psichico implica che la persona lasci andare i propri freni inibitori, lasciando libero sfogo agli impulsi della mente, trasmettendoli attraverso le forme più particolari di arte, dalla scrittura alla pittura, come nel caso del nostro artista. 

La sessualità 

Il braciere sempre ardente che infiammò l’arte di Dalì fu la sessualità, vissuta in maniera feroce e sregolata. Questa ossessione nasceva dalle ansie verso la sua identità sessuale, culminando in una grande insicurezza e paura verso il genere femminile. Proprio a causa di ciò, venne influenzato in maniera pervasiva dalla

La Venere di Milo con cassetti, Salvador Dalì

psicanalisi freudiana, grazie alla quale scoprì il primo vero impulso alla propria arte: il suo desiderio sessuale represso. Il concetto pervase numerose opere dell’artista, con le quali andava alla scoperta della sensualità, quel fuoco che alimentava la sua passione. Da qui nacque la raffigurazione del corpo femminile ricoperto di cassetti: questi non erano altro che l’allegoria dei segreti e dei misteri nascosti e insiti nella femminilità.

Il delirio e il torbido mondo della paranoia

Dalì descrisse la paranoia come «una malattia mentale cronica, la cui sintomatologia più caratteristica consiste nelle delusioni sistematiche, con o senza allucinazioni dei sensi». Il delirio dell’artista si tramutava in esseri mostruosi, protagonisti della sua pittura, che si ispiravano ad oggetti facenti parte della realtà quotidiana dell’artista, come i famosi orologi molli de “La persistenza della memoria”, la cui forma prende ispirazione dal formaggio molle Camembert. Il delirio dell’artista, però, è del tutto razionalizzato e trasposto su tela, nella quale nasconde un oceano di significati e di interpretazioni. Esso prende diverse forme, investendo la sessualità, il sogno, l’immaginazione.

Giovane vergine autosodomizzata dalle corna della sua stessa castità, Salvador Dalì

Una testimonianza è data dal quadro nel quale ritrae la sorella Anna Marìa in un modo che lascia poco spazio all’immaginazione. Come affermato dall’artista stesso, a sciogliere l’intricata trama dei propri quadri riesce solo la psicanalisi.

LA PRODUZIONE: durante la sua carriera dipinse oltre 1500 dipinti, insieme ad illustrazioni, cortometraggi, dei quali ricordiamo “Destino” una delle sue opere più riuscite in collaborazione con la Disney, disegni, sculture e altre opere. 

Alice Tomaselli

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