Tutti noi, da piccoli, avevamo un eroe o un idolo. Una principessa, un cavaliere, un supereroe o supereroina… personaggi perfetti, simboli del bene supremo che vince sempre sul male. Le storie della nostra infanzia erano caratterizzate dalla netta divisione fra bianco e nero, fra perfezione e depravazione. L’eroe doveva essere l’immagine del comportamento ideale che bisognava sempre seguire e non si poteva non amare.

Al contrario, era molto difficile apprezzare il cattivo. Dovendo nettamente distinguersi dalla purezza del buono, le sue caratteristiche erano solitamente la perfidia, la depravazione morale, la mancanza di animo e di buoni sentimenti. Il villain dunque non era concepito come un personaggio creato per piacere. L’importante era diffondere l’ideale di perfezione, così da trasmettere un comportamento eticamente ideale. L’obiettivo era farci comprendere un modello di vita, nella speranza che lo seguissimo ed imitassimo.

Ciò che crea paradosso con tutto quello appena detto è la descrizione della situazione attuale. Ultimamente più che la passione per gli heros, si sta sviluppando molto l’amore per il villain. Si potrebbe pensare a come sia possibile essere fan di un essere tanto meschino. La verità è che quest’ultimo non è più quell’essere perfido di un tempo. Ora il villain è un animo tormentato, pieno di sfumature e ripensamenti, che agisce in nome di un ideale più grande che si rifà molto spesso ad uno dei grandi dubbi amletici che perseguitano la nostra civiltà.

I villains stanno sempre di più spodestando gli eroi nei cuori del pubblico

Inoltre, questa preferenza verso il cattivo potrebbe anche essere un sintomo di crescita. Inizialmente, si comprende come l’ideale della perfezione sia un qualcosa di troppo alto, di inarrivabile e, di fatto, di impossibile. Il tentativo costante di ricoprire tutti quei modelli è estenuante, poiché semplicemente non è fattibile. Continuare significherebbe solo dedicare la propria vita ad un obiettivo irraggiungibile e totalmente inesistente, e conseguentemente rovinarla.

Inoltre, più si fa esperienza di vita, più si comprende che questa non è bianca o nera come ci avevano fatto credere, ma è tinta di infinite sfumature di grigio. Il buono perfetto ha iniziato a stancare ed ormai sono pochi quelli che vi si identificano, proprio per la sua inesistenza nel reale. La perfezione tanto anelata in precedenza va a disperdersi a favore di una ricerca del vero, di trasparenza. La sfumatura è ormai ciò che le persone vogliono. E anche ciò che chiama il pubblico.

 

Deadpool, un ‘eroe anti-eroe’

Deadpool è la rappresentazione in carne e spade di questo desiderio. Il personaggio dell’universo Marvel è molto apprezzato dai più. Il suo cinismo, la capacità pragmatica, l’amara ironia ed il tagliente sarcasmo accompagnate dal suo coraggio e dalla bontà d’animo fanno di questo protagonista non un eroe (come lui stesso tiene a sottolineare più volte), bensì un ‘eroe anti-eroe‘ colmo di sfumature.

Deadpool

Ciò che il pubblico ama di Deadpool è il suo essere vero. Non è il tipico super che fa sempre la cosa giusta. Deadpool è autentico, vive sul filo del rasoio, fa battute irriverenti e scomode. Non si contiene, non è un esempio di comportamento esemplare. Se si pensa anche solo alla sua versione cinematografica, tutta la pellicola riflette questo suo aspetto fuori dalle righe. La frequente rottura della quarta parete, i commenti sul cast e sui personaggi, gli easter eggs… tutti dettagli che ricordano allo spettatore che quello che si trova davanti non è il tipico paladino Marvel.

Con questo non bisogna intendere Deadpool come un villain. Ciò che lo distingue da essi è proprio quella scintilla di bontà che fuoriesce dalle sue motivazioni e dai suoi comportamenti. Ed è proprio questo ad aver fatto salire in auge il personaggio. La sua vicinanza con la spregiudicatezza così tipica dei cattivi convenzionali, la mancanza di atti eroici esagerati, il vero che lo circonda che si articolano magistralmente con il suo carattere fondamentalmente sincero e lontano dalla perfidia lo rendono un personaggio intrigante. È più facile immedesimarsi in un protagonista articolato lontano da quel pesante ed inarrivabile ideale di perfezione, che in un eroe perfetto sotto ogni aspetto.

 

Shakespeare e la sua Dark Lady

Questo allontanamento dalla perfezione non è un desiderio solo moderno però. Già molti anni fa, in un mondo pieno di donne-angelo, castità e purezza si provava la voglia di sfuggire a quella prigionia di superficialità. Lo si vede bene nel Canzoniere di William Shakespeare.

William Shakespeare

Il Bardo, vissuto nel periodo d’oro dei canzonieri inglesi che si rifacevano alle poesie petrarchesche con temi quali l’amore doloroso per una donna ideale e angelica, si distingue da tutti i suoi contemporanei creando una poesia parodistica. Shakespeare si rende presto conto, infatti, che non valeva la pena lodare nei suoi versi una donna irreale. Questo amore solo per la perfezione completa non era assolutamente veritiero. Come dice il proverbio ‘non è bello ciò che è bello; è bello ciò che piace’ e questo il celebre commediografo l’aveva capito.

Per questo ironizza sullo stile Stilnovistico, criticando in rima la loro, almeno apparente, purezza. Crea dunque la ‘Dark Lady’ e ne fa una protagonista di una sezione della sua raccolta poetica. La ‘Dark Lady’, come già suggerisce il nome, è l’opposto della donna-angelo dantesca. Non è bionda, non sfiora la terra che cammina, non porta ad un’elevazione spirituale. Al contrario è bruna, fa tremare il suolo sotto ai piedi quando cammina e di certo non è una dea. Insomma, è lontana da quell’ideale di bellezza che il Dolce Stil Novo andava predicando, ma non è per questo è meno amata.

‘And yet, by heaven, I think my love as rare
As any she belied with false compare’

‘Eppure, per il cielo, ritengo che la mia amata si straordinaria
come ogni altra donna falsamente cantata con immagini irreali’

Shakespeare sembra dire che quello che conta non è la perfezione, l’avvicinarsi a quell’ideale irraggiungibile per essere amati ed essere abbastanza. Insomma, sia Shakespeare che Deadpool ribaltano quegli stereotipi che ci tormentano da sempre, ricordandoci che la perfezione non è l’unico modo di vincere. Anzi, forse non è neanche in partita.

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Studentessa di Lingue, Comunicazione e Media presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano

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