La balena: un animale immenso e maestoso, re dei mari, incubo per il capitano Achab e simbolo di potenza. Ma, purtroppo, anche un bersaglio mobile perfetto per le baleniere giapponesi.

Nonostante solo l’11% della popolazione giapponese ancora sostenga questa pratica -secondo il WWF-, il paese del sol levante si batte da oltre trent’anni per ricominciare la caccia commerciale. Per ricominciare legalmente alla caccia commerciale. Ed ora, hanno tempo fino al primo giorno di gennaio per decidere il da farsi.

Una vecchia storia

Il paese è infatti membro della Commissione internazionale per la caccia alle balene (Iwc). Questo fatto impedisce loro di procedere con la caccia commerciale dei cetacei. Secondo la regolamentazione firmata nel 1946, la caccia è vietata al fine di proteggere i mammiferi. Eccezione fatta se le baleniere si muovono sotto motivazioni scientifiche.

Per 30 anni il Giappone si è limitato a godere di questa clausola, forse sfruttandola talvolta a suo favore. Ma ora la situazione sta cambiando. Secondo Kyodo News, la nazione, a causa di scontri con altri paesi membri sull’argomento della caccia ‘sostenibile’, sarebbe intenzionato ad abbandonare la Commissione. La caccia a fini commerciali dunque riprenderebbe nelle acque al largo dello stato.

Una balena catturata da una baleniera

Per ora, nessuna decisione è stata presa; ma in vista del nuovo anno, è attesa una dichiarazione finale. Questa potrebbe ulteriormente inasprire i dissapori che ci sono già stati sull’argomento tra il Giappone e l’Australia, da sempre un nemico giurato di questa pratica. Già nel 2008 e nel 2010 aveva infatti portato il governo di Tokyo in tribunale, accusando la baleneria nipponica di non avere fini scientifici come guida per l’uccisione di centinai di balene ogni anno. La Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia -il massimo organo giudiziario dell’ONU- aveva sentenziato la parola fine per questa attività ‘scientifica’. Nonostante ciò, le ‘ricerche’ non si sono mai interrotte.

Greenpeace vs la ‘spirale del silenzio’

Questa battaglia tra il paese dei manga e le balene ha ormai fatto storia. Tanto da consolidare l’affermazione di una delle associazioni ambientali più attive del pianeta: Greenpeace. L’organizzazione è il simbolo delle minoranze rumorose che sono riuscite ad imporsi sulla spirale del silenzio che contraddistingue la società. Ma andando per ordine: cos’è la spirale del silenzio?

Ne parla per prima la sociologa Elizabeth Noelle Newman. A seguito di studi e ricerche nell’ambito della costruzione dell’opinione pubblica, la sociologa comprende che gli individui vanno a conformarsi ad un’idea che a loro pare quella dominante. Ognuno nella nostra società è infatti molto attento a ciò che lo circonda. Per evitare di venirne escluso, il singolo tende a conformarsi con il pensiero comune, oppure a tacere la sua personale opinione se questa si distacca da quella pubblica.

Schema della ‘spirale del silenzio’

Quindi: l’individuo che percepisce di avere un’opinione conforme a quella dominante, è portato ad esprimerla pubblicamente con maggiore convinzione. Chi invece percepisce di avere un’opinione non conforme a quella dominante, tende a ritirarsi nel silenzio, per paura di essere espulso dalla rete sociale. Ma come si fa a percepire un’opinione come dominante? Qui entrano in gioco i media, che tendono a parteggiare per l’una o per l’altra, finendo per renderne accettabile solo una.

Greenpeace: il simbolo di un ideale ‘rumoroso’

Talvolta però capita che alcuni si distinguano e facciano sentire la propria voce, portando ad un ribilanciamento dell’opinione pubblica, o almeno ad una sua influenza. Si parla in questo caso di minoranze rumorose. E l’esempio più lampante di una di queste è proprio Greenpeace. L’associazione si è infatti resa emblema di opinioni scomode e, all’epoca della sua fondazione, poco comuni, e grazie al suo accesso ai media e alla sua coerenza nelle posizioni è riuscita a risalire quella spirale di oblio a cui pareva destinata.

Ricollegandoci con il Giappone, è stata proprio l’attività nipponica contro le balene a portare all’affermazione dell’organizzazione. Essa è nata nel 1971 contro gli esperimenti nucleari che stavano avendo luogo in Alaska. Da quel momento ha iniziato una serie di iniziative volte a salvare il pianeta, attuando delle strategie per riuscire a riscuotere una maggiore attenzione pubblica possibile. Quella contro la caccia alle balene è appunto una delle più celebri.

I volontari hanno seguito la tattica del mettere in pericolo la propria vita per impedire un massacro di cetacei. Riproponendo infatti il modello narrativo eroico ‘piccolo contro gigante’ che aveva usato nel ’71 e scegliendo come obiettivo delle loro azioni un essere con portata simbolica molto forte come le balene, Greenpeace è riuscita ad assicurarsi risonanza mediatica ed un alto grado di notiziabilità.

Con le loro azioni coraggiose, i volontari ‘verdi’ non solo hanno dimostrato che è possibile rendersi visibili anche avendo un’opinione differente, ma hanno anche acceso per primi i riflettori su una situazione drammatica come è la caccia alle balene. E chi sa se il Giappone deciderà di continuare con la sua intenzione di ricominciare la caccia commerciale. E se, anche questa volta, questa scelta segnerà le sorti per un’altra associazione. Quel che è certo è che il nuovo anno porterà fin dal suo primo giorno novità importanti, e di certo inizierà con una decisione storica, qualunque essa sia.

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Studentessa di Lingue, Comunicazione e Media presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano

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